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Quadrato 2: le indagini, gli arrestati, i collegamenti con la ‘ndrangheta e le piazze di spaccio

I dettagli dell'operazione. In manette anche Luigi Virgara, bidello al liceo Vico di Corsico e poi alle medie Pino Puglisi di Buccinasco. Era salito da Platì per controllare i traffici di cocaina

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Quadrato 2: le indagini, gli arrestati, i collegamenti con la ‘ndrangheta e le piazze di spaccio.

Quadrato 2: le indagini, gli arrestati, i collegamenti con la ‘ndrangheta e le piazze di spaccio

CORSICO – La cocaina era la “cozza”, cento euro “un palo”. Messaggi cifrati, parole in codice, accortezze per non essere scoperti. Come l’uso dei messaggi, gli incontri sempre dal vivo, le sentinelle nei quartieri, Tessera di Cesano e Lavagna di Corsico soprattutto, ad avvisare se arrivavano le macchine civili dei carabinieri, di cui conoscevano modelli e targhe. Attenti, scrupolosi. Ma non abbastanza. Perché i carabinieri della Compagnia di Corsico, guidati dal capitano Pasquale Puca e dal tenente Armando Laviola, ci hanno piazzato gli occhi elettronici delle telecamere su quegli affari sporchi, le cimici delle intercettazioni, per far venire a galla i movimenti dei narcos di Corsico, quelli che avevano preso il posto dei fratelli Barbaro, arrestati e condannati dopo la maxi operazione Quadrato.

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E infatti, l’ultima indagine è il proseguimento di quell’attività investigativa che aveva portato ad arresti di personaggi di calibro: Antonio, Francesco, Giuseppe, Salvatore, tutti nati a Locri. Quadrato, il nome delle operazioni, come quella vasca di cemento dove giocano i bambini a Villaggio Giardino, terra di spaccio dei fedelissimi alla ‘ndrina dei Barbaro e Papalia. Barbaro, come Saverio, che era subentrato dopo gli arresti che avevano lasciata scoperta la piazza e tutto il rifornimento di droga. Era lui, insieme ad altri affiliati, a gestire la continuità degli affari sporchi che muovevano montagne di cocaina.

Gli indagati

In carcere sono finiti Saverio Barbaro, detto ‘ngioia, nato a Locri, 30 anni; Lorenzo Boubli, di Brescia, 20 anni; Giuseppe D’Amato, di Milano, 38 anni; Massimo Delmiglio, di Sesto San Giovanni, 34 anni; Fabio Di Fatta, di Palermo, 44 anni; Angelo L’Arocca, di Monza, 37 anni; Francesco Marzano, Milano, 34 anni; i gemelli Marcello e Roberto Perrone, di Milano, 34 anni; Luigi Virgara, nato a Platì, 45 anni. Agli arresti domiciliari: Franco Canino, di Catanzaro, 56 anni; Ambrogio Contino, di Milano, 48 anni; Andrea Perrone, di Milano, 28 anni; Luca Sardina, di Milano, 27 anni; Giovanni Antonino Zacco, di Milano, 36 anni. Obbligo di firma per Giuseppina Fante, di Milano, 52 anni; Alessandro Pietro Pintus, di Milano, 45 anni.

I filoni delle investigazioni

L’indagine segue due filoni. Il primo riguarda i traffici di cocaina gestiti dalla banda, senza specifiche gerarchie ma con ruoli ben definiti. Quando l’operazione Quadrato ha portato agli arresti dei Barbaro, l’attività era scoperta e per gestirla bisognava chiamare «gente da giù, dalla montagna», cioè dall’Aspromonte. Per questo, Luigi Virgara si è trasferito dalla provincia di Reggio Calabria a quella di Milano, conquistando un posto, con graduatoria ufficiale, come supplente bidello all’interno del liceo Vico di Corsico. Nel 2018, finendo in cima a tutte le liste con il suo punteggio, superando tutti gli altri candidati, è riuscito a entrare a lavorare all’Omnicomprensivo di Corsico (istituto Falcone-Righi e liceo Vico). L’anno dopo è finito ai piani dell’istituto don Pino Puglisi di Buccinasco. Istituti che portano il nome, ironia della sorte, proprio di personalità barbaramente uccise dalla mafia e che hanno dato la vita per la lotta all’illegalità. Proprio nel parcheggio del liceo il bidello intratteneva scambi e parole con gli altri sodali. Lì dove i ragazzini vanno tutti i giorni a scuola.

Gli esordi

L’indagine è partita seguendo il filo che legava Marzano con ex indagati nell’indagine Quadrato. Un acquisto di un chilo e 250 grammi di cocaina (da Truglia e Pellegrini, presenti nell’altra operazione) ha fatto partire le indagini bis per fare luce sui nuovi commerci. La droga era comprata da Marzano, Barbaro, Perrone, per poi rivenderla ad altri trafficanti che a loro volta la mettevano in mano agli spacciatori delle piazze di Corsico e Cesano Boscone. Fedelissimi tra loro: Contino era il custode della droga, forniva i bilancini e custodiva una Beretta con matricola abrasa. D’Argento riscuoteva le somme, recuperava i crediti, gli altri erano impiegati nella compravendita.

Il territorio ostile

Un lavoro minuzioso di intercettazioni, localizzazioni satellitari, telecamere occulte, in una terra difficile da controllare, anche solo da osservare. “Uno scenario operativo ostile e impermeabile alle attività di indagine. Gli indagati dimostravano particolare abilità nell’eludere i controlli, favorivano incontri di persona, messaggi su WhatsApp, in centri commerciali. E nei quartieri, in particolare al Tessera, godevano di una fitta rete di appoggi per operare indisturbati”, si legge nelle 388 pagine dell’ordinanza. Le intercettazioni hanno messo in luce i continui contatti tra gli indagati, le parole che si scambiavano sulla strategia di vendita della cocaina, il prezzo d’acquisto al chilo e i margini di guadagno.

“Il cugino da giù”

La rete si afferma quando “l’uomo da giù, il cugino”, Virgara, sale da Platì per controllare i traffici. Lo localizzano insieme a Saverio Barbaro e al fratello Pasquale al motel di Trezzano, poco dopo i primi arresti. Il bidello era stato affiliato alla ‘ndrina nel 2008, insieme a Michele Sergi, con la dote di “picciotto”. Il collaboratore Agresta, cugino di Virgara, ha raccontato che riforniva la piazza di Milano e Volpiano, “sono milionari i Virgara, a comandare è Michele, fratello di Luigi, lui ha la dote del Vangelo e si occupava degli investimenti per l’acquisto di cocaina, poi le mandava al nord per farla gestire dal fratello Luigi. Quando arrivavano carichi dalla Colombia, di 500, 600 chili, 100 chili la tenevano giù a Platì per tagliarla e rivenderla nei momenti difficili”.

Il pentito Agresta

Saverio Barbaro, Marzano e Perrone condividono i traffici e le partite di calcio nel Real Tessera. I carabinieri di Corsico ricostruiscono tutti gli spostamenti, i tentativi di nascondersi ai controlli, riprendono il passato criminale degli indagati, il loro spessore e la caratura nell’ambiente della droga e l’aderenza ai contesti di ‘ndrangheta, tessuti a doppio filo da legami di sangue e affari. Un filo che parte da Platì e Locri, passa per Buccinasco, Corsico, Cesano, arriva a Torino, dove ci sono gli Agresta a comandare. Agresta, cognome noto negli ambienti criminali e nelle pagine delle inchieste. Agresta come Domenico, micu mcdonald, che da quando è stato arrestato ha iniziato a parlare di tutti, considerato fonte attendibile. Classe 1988, figlio di Saverio e Anna Marando, suo nonno è l’omonimo Domenico Agresta, capo della locale di Volpiano. È legato ai Papalia (i carciutu), ai Barbaro castanu, rosi, ai Perre maistru. Micu è parente di Virgara perché la nonna di quest’ultimo è la sorella di Domenico Agresta, nonno del pentito. Lo zio paterno è Antonio Agresta, la cui moglie è Caterina Papalia, figlia di Michele Papalia. Non è tutto: la zia paterna, Maria, è coniugata con Giuseppe Romeo, a sua volta nipote materno di Francesco Barbaro, capobastone della ‘ndrina. Collegamenti di parentele acquistite anche con i Marando, Molluso, Sergi e i Trimboli. Tutti cognomi legati alla ‘ndrangheta.

I punti di scambio

I luoghi di incontro erano appartamenti (quello di Marzano, in via Vespucci al 23), parcheggi davanti al campo Cereda di Cesano, al parco Pertini, la trattoria Da Franco a Rozzano, dove Marzano prende accordi per cedere la droga alla proprietaria, la “zia”. I bar, come il Night and Day su cui era puntata una delle telecamere dei carabinieri. Cercavano di nascondersi, ma poi forse troppa sicurezza li ha traditi. E allora parlano con un linguaggio maldestro, col tentativo di renderlo criptico. “La ragazza è bella ma non balla, la macchina è esteticamente bella, ma le prestazioni sono scadenti”, dice Marzano a Saverio riportando i commenti di un cliente  (D’Amato) sulla qualità scadente della roba.

“Ma amico mio – risponde Barbaro – non mi risulta proprio, anzi, il contrario”. Una proficua attività, continuativa, che gli indagati chiamano “lavoro”, a sottolineare come fosse remunerativa, da svolgere senza interruzioni, neanche quando iniziano ad arrivare i primi arresti, le perquisizioni. “Si viaggia bene”, dicevano intercettati per dire che il commercio stava fruttando. I metodi, neanche a dirlo, sono quelli mafiosi, le reazioni ai mancati pagamenti sono feroci: “Lo scanno vivo, non sai che cazzo combino, non lo immagini neanche. Guarda che con noi veramente te ne vai in Sicilia, trasferito, non ti dico chiacchiere, con le ossa rotte te ne vai. Te lo dico una volta, due volte, tre, non te lo voglio più dire”.

Il capannone a Gaggiano

Il secondo filone dell’indagine riguarda gli interessi sulla coltivazione e il commercio della marijuana e le investigazioni si sono concentrate su un capannone a Gaggiano, nella frazione Vigano, in via dell’Agricoltura. Un investimento che ha visto la partecipazione di Giovanni Antonino Zacco (figlio del più noto nino il bello, già condannato per associazione mafiosa) insieme a Massimo Del Miglio e Andrea Perrone. Un investimento da 25mila euro ciascuno che si è rivelato poi fallimentare, con insorgenza di debiti difficili da ripianare, tanto da convincere i tre a rivendere capannone e attrezzature per la coltivazione della marijuana ad alta concentrazione di purezza e quindi ben oltre i limiti consentiti dalla legge. Due filoni delle indagini che si intrecciano, mettendo in evidenza interessi e modi di gestione dei traffici, con montagne di marijuana e cocaina rimessi nelle piazze di spaccio di Corsico e Cesano.

Francesca Grillo

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