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Tornato a Buccinasco Rocco Papalia: “Ora lasciatemi tranquillo”

Fine della misura della casa lavoro: Papalia ha scontato 19 mesi in Abruzzo, ora è in libertà vigilata.

Tornato Buccinasco Rocco Papalia

Tornato a Buccinasco Rocco Papalia: “Ora lasciatemi tranquillo”.

Tornato a Buccinasco Rocco Papalia: “Ora lasciatemi tranquillo”

BUCCINASCO – Dice che vuole fare il nonno, dedicarsi alla famiglia, “quella che in questi mesi mi è stata vicino, la mia forza”, sottolinea. Basta attenzione, polemiche, scalpore. “Voglio stare tranquillo, e basta”, continua a ripetere. Rocco Papalia farà 70 anni a fine ottobre.

Tornato dalla casa lavoro di Vasto

Nella casa lavoro di Vasto, in Abruzzo, ci è entrato a luglio 2018, dopo la decisione del Tribunale di Sorveglianza che aveva accolto le richieste del pm Adriana Blasco. Era troppo poco restrittiva la misura della libertà vigilata per colui che è stato a lungo considerato un boss, finito nelle carte delle inchieste per le penetrazioni della ‘ndrangheta al Nord. Ci è uscito da pochi giorni: il Tribunale ha sostituito il provvedimento, una detenzione a tutti gli effetti, con una più morbida libertà vigilata, a casa sua, a Buccinasco, dove è tornato a vivere nella villetta di via Nearco, insieme alla moglie, a due passi dalla figlia, vicino a quella famiglia che per lui è stata “la mia forza”.

Le parole di Rocco Papalia sulla misura della casa lavoro

“In quei giorni della casa lavoro, dove ho trascorso gli ultimi 19 mesi. Ingiustamente”. Lo ribadisce, ma “non voglio fare polemica, non ce l’ho con nessuno. Dico solo che non me lo meritavo. La mia pena l’ho scontata fino all’ultimo giorno”. Parla dei 26 anni di reclusione, da scontare per associazione, droga, armi, sequestri, omicidio. Cento anni, più o meno, di pene, ricalcolate in 26. Si è sempre proclamato innocente, davanti ai giudici ha ammesso solo di aver partecipato a due sequestri: quello di Evelina Cattaneo nel 1979, liberata dopo tre mesi con il pagamento di 500 milioni di lire di riscatto, e di Augusto Rancilio, rapito quando era un ragazzo nel 1978 e mai tornato a casa.

Le condanne scontate

Sull’omicidio di Giuseppe De Rosa, nel 1976, ucciso per una vendetta di potere e rispetto, si è sempre detto innocente. Dice che non è stato lui a sparare due colpi al petto e uno alla testa, “non ho fatto nulla, mi hanno accusato ingiustamente”, ha ripetuto sempre davanti ai giudici. Ha detto anche che la droga lui non l’ha mai toccata, neanche quelle tonnellate che i fratelli Antonio e Domenico, entrambi all’ergastolo, smerciavano, con la complicità delle famiglie della ‘ndrangheta trapiantate sul territorio, i Trimboli, gli Agresta, i Musitano, i Pelle, i Sergi, i Barbaro, con cui i legami erano di affari, fedi nuziali e sangue. “Alla fine la Cassazione si è espressa”, ribadisce.

La decisione della Cassazione

E si riferisce alla sentenza in cui i giudici lo hanno dichiarato non più pericoloso socialmente, contro le convinzioni della Procura generale di Milano che invece ha continuato, fino all’ultimo, a sottolineare la pericolosità sociale di Papalia, perché “il vincolo di tipo mafioso è, per sua natura, permanente”. Ma la Cassazione ha sentenziato: ci vuole un vincolo di attualità, che non è stato dimostrato. “Gli elementi significativi della caratura criminale risalgono agli inizi degli anni Duemila”, scrivevano i giudici a settembre. Ora, la notizia della sostituzione del provvedimento della casa lavoro in libertà vigilata.

Le disposizioni che dovrà rispettare

Papalia deve attenersi ad alcune disposizioni: non può uscire la sera, non può allontanarsi dal Comune, non può frequentare pregiudicati. Quest’ultima condizione era stata violata più volte, secondo le relazioni dei carabinieri che hanno sempre tenuto il faro acceso sui comportamenti di Papalia, incluse le parole dure contro i giornalisti, tanto da convincere i giudici a disporre la misura della casa lavoro. “Troppo, troppa attenzione. Quando sono uscito dal carcere volevo solo reinserirmi in società, stare tranquillo con la famiglia. E mi sono stati tutti addosso, invece di aiutarmi. Io le mie colpe le ho già pagate”, ripete Papalia.

“Non ho fatto nulla, non meritavo la casa lavoro”.

Diciannove mesi di detenzione in casa lavoro, dove “non potevo neanche lavorare, i problemi di salute ci sono ancora, come quando sono entrato là”, aggiunge, e ripete come un mantra: “Non ho fatto nulla, non me lo meritavo. Non se lo meritava neanche mia moglie, la mia famiglia. Hanno tolto il bar a mia moglie – il locale in via Lodovico il Moro, chiuso per interdittiva antimafia, ndr –. È stato ingiusto”. Ora Papalia è tornato in città, ha voglia di “fare il nonno, occuparmi dei miei nipoti. Voglio essere lasciato tranquillo. Vivere i miei giorni. Stare tranquillo”, ripete in continuazione. Perché lui, quello che era definito uno dei più potenti boss della ‘ndrangheta, dice che la tranquillità, alla fine, se la merita.

Francesca Grillo

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