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Editoriale | Coronavirus, cronache di ordinaria follia quotidiana

La situazione non è normale. La reazione deve però essere razionale.

Coronavirus ordinaria follia quotidiana

Coronavirus, cronache di ordinaria follia quotidiana.

Coronavirus, cronache di ordinaria follia quotidiana

Corsico, Lombardia, “zona gialla”. Martedì 25 febbraio, ore 7,15 suona la sveglia. Colazione veloce, la caffeina è l’unica cosa importante in realtà, visto il folle week end passato davanti al computer e il lunedì ancora peggiore. Di corsa sul balcone per quel viziaccio “nicotinico” che proprio non riesco a togliermi. Prima consultazione da cellulare delle mail – bene, tutti negativi i colleghi del lavoratore di Cesano Boscone, primo caso positivo di Torino. Ora pubblichiamo, così si tranquillizzano un po’ di persone – chat Lombardia e giornali nazionali. Vediamo come siamo messi dopo la nottata. I numeri sui contagiati salgono, non che ci fossero dubbi, anche tre decessi purtroppo. “Ehi, stai attento a tossire così sul balcone, che rischi di finire male” sorride e mi prende in giro il mio vicino di balcone, compare di “stizze” a distanza. Divano, Mac acceso e in due secondi sono già non meno di 15 le finestre aperte su tutto e di più. E si comincia a battere sui tasti, produrre notizie o pubblicare quelle inviate dallo staff. Senza sosta, cercando di dare informazioni corrette, precise, senza fare sensazionalismo (di insulti, in questi giorni, ne abbiamo presi un sacco. Quasi che la gente preferisse “non sapere” e così sparisse il problema).

Ma si va avanti, è il nostro lavoro del resto.

Il picchiettio dei tasti si alterna alle notifiche del cellulare: chat whatsapp di lavoro alternate a cose più frivole, chat di tutti i giornali della Lombardia del gruppo Netweek, di cui facciamo parte, per scambiarci informazioni. L’inquinamento acustico è “importante”, ma serve anche a dare un ritmo, a non sentirci soli in questo momento di semi-isolamento generale. Nell’altra stanza la mia compagna, in smart working (e meno male, ha da quasi tre settimane una bronchite asmatica, le manca solo di andare in ufficio che è un open space), fa una telefonata ogni 3 minuti. Diciamo che lei lavora troppo al telefono e l’inquinamento acustico è ormai “troppo imprtante”. Mi trasferisco in ufficio.

Ore 10,30 in bicicletta, un po’ meno gente del solito in giro a Corsico. Incrocio una coppia che gira fieramente con una mascherina da scenario post nucleare, altre due o tre ragazzine in gruppo con mascherina di carta (tanto vale mettere una maschera di Carnevale a questo punto). È più forte di me, quando incrocio gente, sicuramente sana, con la mascherina in strada mi viene da ridere. Deve essere un riflesso incondizionato. Meno male sono in bici, non fanno in tempo a vedermi…

La Farmacia

Devo passare in farmacia a prendere dei flaconcini per gli aerosol di “miss bronchite”, mi fermo con la bici (il cartello “mascherine e amuchina esaurite” è lì da ieri): la coda inizia da fuori, porte spalancate. Vabbè, facciamo che ritorno dopo… Ufficio, apro il Mac e le 15 finestre di internet sono già lì pronte, tutte per me. E si ricomincia a picchiare sui tasti, leggere, vagliare, social network. Torno in farmacia a 5 minuti dalla chiusura: tre persone davanti, sempre le porte spalancate e un forte odore di alcool. Avranno disinfettato un po’, comprensibile con la calca che c’è stata. Prima di me una cinese che paga e se ne va. Credo sia impossibile evitarlo, anche se mi sento quasi in colpa per questo. Il pensiero scatta, poi fortunatamente la ragione prevale sugli automatismi dell’autosuggestione. Ora viene servito un ragazzo giovane, con la mascherina di carta addosso. I poveri farmacisti non capiscono cosa chieda al di là della mascherina. Poi sento rispondere “la Tachipirina è esaurita. Arriva oggi pomeriggio”. La Tachipirina esaurita?? Vabbè, è il mio turno, battuta sul volere 1000 flaconi di amuchina, prendo ciò che mi serve ed esco. Torno in ufficio, poi arriva l’ora di pranzo.

Pranzo surreale

Andiamo al Ponte, qui vicino a noi. Ieri (lunedì 24, ndr) ero rimasto sconvolto: un locale sempre bello pieno aveva servito a pranzo solo 4 tavoli (noi compresi). Oggi va un po’ meglio, ma sempre decisamente sotto gli standard soliti. Il pomeriggio è come la mattinata: si picchia sui tasti. Si aggiunge il “problema” di dover anche fare il cartaceo, ma questa è una piccola-grande emergenza di tutti i santi martedì dell’anno…

Ore 20, partono dei fuochi d’artificio stile “sagra di paese” proprio davanti al cielo che vedo io dall’ufficio: la piazzetta della Fontana dell’Incontro in via Cavour. Per la droga non è luogo nè orario, ma in questi giorni non mi stupirei più di nulla. Lo spettacolo pirotecnico termina e io torno alle pagine, inclusa quella che state leggendo. 21,40 vabbè, direi che oggi “ho dato”, torno a casa. Bicicletta, percorso all’inverso, centro di Corsico deserto (ma non è che di solito ci sia il Carnevale di Rio a quell’ora). Il silenzio generale della città invece è, sì, insolito. Cena veloce, tv con il Mac sulle gambe e gli ultimi aggiornamenti da caricare. Anche oggi oltre 50.000 visitatori sul sito… Numeri folli per la nostra realtà. Non ne sono felice. Soddisfatto del lavoro svolto senz’altro, ma ne avrei fatto a meno volentieri. Ore 1,30 Buonanotte.

Coronavirus, ordinaria follia quotidiana e quello strano concetto di “normalità”

Quando leggo diversi esponenti, politici o meno, suggerire di vivere “normalmente” la propria vita, la prima domanda che mi sorge è: “Ma come?” Possiamo e dobbiamo non lasciarci trascinare da isterismi di massa, concordo, ma non possiamo dire che la nostra vita sia normale in questi giorni. Non potrebbe mai esserlo, con questo virus attorno a noi, con il bombardamento di informazioni, più o meno attendibili, sulla cosa. Non con scuole chiuse, locali chiusi alle 18, con cinema, teatri, palestre e luoghi di aggregazione bloccati, con la gente in giro con una mascherina addosso, con i mezzi deserti e le auto a Milano quasi fossimo a metà agosto. La situazione non è normale. La reazione deve però essere razionale. Diciamo che, in questi primi giorni di emergenza, non abbiamo proprio dato il meglio di noi sotto molti aspetti, ma avremo tempo per rimediare o, volendo essere i soliti pessimisti cosmici, semplicemente adattarci a questa condizione. Che normale non è proprio.

Sfruttare questo periodo “normale”

Il mio suggerimento è uno solo: informatevi, bene. Non “dall’amico dell’amico che mi ha detto o ha scritto su facebook che”, vi prego. E poi utilizziamo questi giorni per stringerci (metaforicamente, s’intende) in una solidarietà andata perduta ormai da tempo. Mai come oggi dobbiamo distinguere quali siano le barriere necessarie da quelle stupidamente create in questi anni.

Andrea Demarchi

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