IN PUNTA DI SELLINO

Muggiò: una serata con Gibì Baronchelli, il campione che fece tremare Merckx

L'indimenticabile corridore, protagonista del ciclismo anni ’70 si racconterà mercoledì 11 gennaio per una serata speciale dal titolo “Dodici secondi che cambiano la vita”

Muggiò: una serata con Gibì Baronchelli, il campione che fece tremare Merckx
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Muggiò: una serata con Gibì Baronchelli, il campione che fece tremare Merckx

Baronchelli, indimenticabile campione degli anni ’70 sarà a Muggiò (MB) mercoledì 11 gennaio per una serata speciale dal titolo “Dodici secondi che cambiano la vita”.

L’appuntamento è alle ore 18.30 presso Palazzo Isimbardi, in Piazza Giacomo Matteotti, 5. L’ingresso è libero.

L’ex corridore racconterà la sua carriera di sportivo e la sua esperienza di fede.

Giovan Battista Baronchelli è stato un corridore dal talento immenso, ma che per appena dodici secondi, arrivò dietro a Eddy Merckx e non riuscì a vincere il Giro d’Italia.

A condurre la serata Angelo De Lorenzi, direttore di NordMilano24.it e responsabile del progetto online In punta di sellino.

L’evento è promosso dall’Associazione don Luigi Bonanomi, in collaborazione con l’Unione Società Sportive Muggioresi e con il patrocinio del Comune di Muggiò.

Giovan Battista Baronchelli, il “re” dell’Appennino

Professionista dal 1974 al 1989, nel 1980 Baronchelli fu medaglia d’argento ai mondiali di Sallanches, dietro a uno stratosferico Hinault. In carriera vinse inoltre due Giri di Lombardia, un Giro del Piemonte, sei Giri dell’Appennino consecutivi e cinque tappe al Giro d’Italia. Per tre volte giunse sul podio del Giro d’Italia (due volte in seconda posizione e una volta in terza).

La sua infanzia in cascina come in un film di Ermanno Olmi

Giovan Battista Baronchelli, classe 1953, è nato a Ceresara in provincia di Mantova, benché i genitori fossero entrambi originari delle valli bergamasche. I contadini di montagna scendevano allora in pianura in cerca di lavoro. Quando Giovan Battista compì l’anno la famiglia cambiò di nuovo abitazione e si trasferì a Solferino. Dopo varie peregrinazioni i Baronchelli approdarono ad Arzago d’Adda: vita di cascina, come nell’ambiente immortalato dall’Albero degli zoccoli, la celeberrima pellicola di Olmi che celebra la vita contadina di quella zona, fra nebbie, recite di rosario e un tocco di pane che non al povero non si nega mai.

Giovan Battista è cresciuto in questo ambiente della bassa bergamasca, non lontano dal santuario di Caravaggio. Il destino per lui sembrava segnato: vita nei campi e di cascina e invece per sfuggire alla fatica del lavoro contadino scelse di massacrarsi con la bicicletta. A correre cominciò sull’esempio del fratello Gaetano: per andare a lavorare in un laboratorio di macchine da scrivere dall’altra parte del paese doveva usare la bicicletta e ci prese gusto. È faticoso pedalare, ma è un impegno diverso rispetto a quello di alzarsi presto la mattina per andare a mungere le mucche. In poco tempo gli addetti ai lavori si accorgono che il Tista va forte, molto forte.

Sboccia al Tour dell’Avvenir

Iniziò col botto fra dilettanti: vittoria al Tour dell’Avvenir e al Giro d’Italia. Al primo anno fra i professionisti è un giovane leone che sgomita fra i grandi. Il 6 giugno 1974 tenta addirittura di tirar giù il mito dal piedistallo. È la tappa – divenuta celeberrima – delle Tre Cime di Lavaredo; lo spagnolo Fuente è in fuga, per due volte Baronchelli tenta di staccare Eddy Merckx: due strappi tremendi, lui ha vent’anni l’altro è il Cannibale, il campionissimo. Giovane e spavaldo, non teme l’avversario. Sulle prime Merckx cede qualche metro, poi recupera quel tanto e quell’ingiusto (dodici secondi) che rubano il sogno di vittoria all’esordiente.

Al Tista sarebbero infatti bastati 12 secondi per vincere il Giro. Quei 12 secondi sono la pietra miliare della storia del ciclismo e un archetipo della sfiga. Se non ci fossero stati avremmo scritto una storia diversa. Baronchelli, per quel soffio, quei 12 secondi, diventa un incompiuto, un vittorioso a metà, mai davvero un “campione campione” a dispetto comunque di 94 vittorie in carriera, due Giri di Lombardia vinti a distanza di 9 anni, nel 1977 e nel 1986, e ben sei Giri dell’Appennino, una corsa disegnata a pennello per le sue caratteristiche.

E poi è salito tre volte sul podio del Giro d’Italia. Nel Mondiale più duro della storia, quello di Sallanches nel 1980 vinto da Bernard Hinault, lui arrivò secondo. Oggi si direbbe: tanta roba. Eppure quei 12 secondi a un passo, a un “soffio” dal trionfo, gli hanno appiccicato un ruolo che non esiste nemmeno nella storia del teatro. Perché qui si è trattato dramma dramma e senza finzioni da palcoscenico. La sua smorfia di fatica in salita è inimitabile, il suo sorriso alla vittoria pure. Non ha mai avuto tanti amici nell’ambiente per via del suo carattere schietto, talvolta rude.

L’incontro con la fede

Taciturno da giovane, con il tempo si è aperto: una crisi, una conversione, l’antica fede cristiana respirata nella corte di famiglia si è palesata all’ennesima potenza, prepotente e illuminante nel suo percorso, tanto da poter essere testimoniata. Quando va in giro a raccontare di corse e di vita, spesso si emoziona, la sua voce è tremula e sembra sul punto di spezzarsi. Poi rifiata e riprende a parlare. Dopo le corse Baronchelli ha continuato a pedalare, nel tempo libero, anche quando lavorava nel suo negozio di bici assieme all’inseparabile fratello Gaetano. Ha smesso da poco, un paio d’anni. Continua a fare sport, a passeggiare e a camminare nei boschi.

  • Se vuoi condividere informazioni e esperienze nel mondo della bicicletta, scrivi a inpuntadisellino@gmail.com

Angelo De Lorenzi

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