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Dopo un mese di indagini si è arrivati alla verità sulla 34enne ammazzata a calci e pugni in casa

La stessa famiglia della vittima, minacciata e plagiata, probabilmente aveva coperto l'assassino.

Dopo un mese di indagini si è arrivati alla verità sulla 34enne ammazzata a calci e pugni in casa
Cronaca 26 Aprile 2020 ore 18:22

Dopo un mese di indagini si è arrivati alla verità sulla 34enne ammazzata a calci e pugni in casa.

Dopo un mese di indagini si è arrivati alla verità sulla 34enne ammazzata a calci e pugni in casa

BERGAMO - Una ragazza di 34 anni di Bergamo, Viviana Caglioni, è stata uccisa a calci e pugni dal compagno Cristian Michele Locatelli, 42 anni. E’ successo a Bergamo, in via Maironi da Ponte, nella notte tra il 30 e il 31 marzo. Ma solo oggi, quasi un mese dopo, la Polizia è riuscita a inchiodare il suo carnefice, protetto per settimane dalla cortina di silenzio e di terrore con cui aveva plagiato non solo la vittima ma anche la famiglia di lei.

Dopo mesi di violenze domestiche

L’ennesimo, agghiacciante femminicidio in bergamasca  arriva al culmine di mesi e mesi di angherie e violenze domestiche. Teatro del delitto, è lo stabile in cui viveva la coppia, insieme alla mamma e allo zio materno di lei. Nell’appartamento al primo piano della bifamiliare vivevano insieme la povera Viviana Caglioni, sua madre e – da circa sei mesi – Cristian Locatelli. Al pianterreno invece abitava lo zio materno, Gianpietro Roncoli, che come sarà chiaro a breve ha avuto un ruolo determinante nella soluzione di uno dei gialli più agghiaccianti degli ultimi tempi, in provincia di Bergamo. Ma andiamo con ordine.

L’aggressione nella notte del 30 marzo

Era solo da sei mesi che Viviana Caglioni e Locatelli, pregiudicato per diversi reati violenti e per rapina, convivevano. Lei risulta disoccupata. Mentre lui si è qualificato prima come scrittore e poi come addetto alle consegne a domicilio.  Alle spalle, lui ha tra l’altro diversi precedenti. E non stupisce che i sei mesi di convivenza siano stati probabilmente per la povera Viviana mesi di botte  sistematiche. Non solo: Locatelli aveva creato un clima di terrore anche nei confronti  dei suoi familiari, completamente assoggettati a lui.

Il pretesto della gelosia

Nella notte tra lunedì 30 e martedì 31 marzo, Locatelli aggredisce per l’ennesima volta Viviana. L’uomo, del tutto fuori di sé, accusa la compagna di tradirlo e di frequentare un altro. Ma, appureranno le indagini, è tutto falso: quello della gelosia è stato chiaramente riconosciuto dagli inquirenti come un pretesto tutt’altro che fondato. Il presunto amante non frequentava Viviana da almeno sette anni. Ma lui è una furia. In quella notte terribile in piena quarantena, in una Bergamo blindata e terrorizzata, piovono botte su botte. Locatelli la massacra, letteralmente. Prima nell’appartamento dei due, al primo piano e poi giù da basso, nell’appartamento dello zio.

Un colpo fatale alla nuca

L’aggressione sotto gli occhi dei familiari della vittima non dura meno di mezzora e alla fine, Viviana finisce a terra priva di sensi e con gravissimi traumi. Locatelli la colpisce più volte con ferocia. Si parla di almeno cinque calci sferrati con inaudita violenza all’addome, mentre la donna è rannicchiata a terra, in un disimpegno tra la cucina e la camera da letto della casa dello zio. Ma il colpo fatale è alla nuca: un pugno, forse, che le causa un’emorragia subdurale. Perde i sensi e cade a terra, ormai gravissima.

L’allarme un’ora dopo: “E’ caduta dalle scale”

Secondo le testimonianze raccolte in seguito, non può essere più tardi della mezzanotte. Ma la prima chiamata al 118 da parte della madre di Viviana non avviene che alle 1.08. Un’ora più tardi. “E’ caduta dalle scale” riferisce la donna. E poi lo stesso Locatelli conferma la versione, così come, inizialmente, anche lo zio. Intanto, sul posto arriva un’autoambulanza. Quando la ragazza arriva in Pronto soccorso, per poi essere trasferita in Terapia intensiva al Papa Giovanni XXIII, le sue condizioni sono già disperate e ma ai medici risulta subito chiaro che quelle ferite non possono essere l’esito di un incidente in bagno.   La ragazza tra l’altro è in ipotermia: è restata sul pavimento per più di un’ora. Siamo nell’apice dell’emergenza Coronavirus, ricordiamolo: il pronto soccorso è allo stremo. Ma i sanitari fanno il loro lavoro fino in fondo e segnalano subito alla Procura che quelle lesioni sono da considerarsi  il risultato di un pestaggio.  E così, si aprono le indagini. Ma nel frattempo, la situazione precipita. Il coma è irreversibile e Viviana muore, dopo quasi una settimana, il 6 aprile. Si indaga quindi per omicidio. E la  pm Maria Cristina Rota apre un fascicolo contro ignoti, affidando le indagini  alla Squadra mobile di Bergamo.

Il depistaggio del compagno: “Crematela, era un suo desiderio”

I sospetti cadono fin da subito sul convivente Cristian Locatelli, che dall’inizio si mostra tutt’altro che collaborativo. Anzi: la Polizia ha ricostruito una ragionata e lucida strategia di insabbiamento e di depistaggio. Ad esempio, Locatelli insiste fin dalle prime ore dopo l’affidamento della salma alla famiglia, perché Viviana venga cremata. “Era un suo desiderio” ha insistito a lungo il carnefice. E solo l’intervenuto della magistratura ha impedito che il corpo venisse distrutto. Anzi: il pm dispone l’autopsia, i cui esiti confermano la natura violenta della morte. Altre intercettazioni telefoniche e ambientali fanno pensare che Locatelli  sa bene di essere sotto indagine e sembra tentare di depistare deliberatamente gli inquirenti, sapendo di essere ascoltato.

Le tracce di sangue e le indagini

Sentito in tre diverse occasioni, però, l’uomo continua a  sostenere la tesi della caduta accidentale in casa, all’uscita dal bagno. Anche se non quadra nulla: le tracce ematiche rilevate dal Luminol anche a otto giorni dall’aggressione, arrivano dall’appartamento di Viviana fino al disimpegno della casa dello zio. Il quadro è chiaro: si tratta di un brutale assassinio.

La chiamata al 112 per sottrarsi all’interrogatorio

Emerge anche che tre giorni dopo la morte della donna, il 9 aprile, lo stesso Locatelli tenta il tutto per tutto. E’ convocato  in Questura per essere sentito, ma per sottrarsi all’interrogatorio chiama il 112 lui stesso e dice di aver ucciso una donna. Dove? In via Maironi da Ponte. Un bieco tentativo di inscenare una finta confessione telefonica da parte di un terzo assassino. Sul posto si precipitano diverse auto della Polizia, ma ovviamente non c’è nulla. E il procurato allarme viene subito alla luce per quello che è.

La testimonianza chiave dello zio

La cosa più agghiacciante in questa agghiacciante vicenda, sono però le dichiarazioni di madre e zio della vittima. La prima, fin da subito, conferma la tesi del compagno. Gianpietro Roncoli invece, piano piano, si apre progressivamente in tre diverse deposizioni, davanti agli inquirenti. Poi prende coraggio, e rompe un muro di silenzio durato settimane. Racconta dell’aggressione e accusa il compagno della nipote, confermando i sospetti degli inquirenti. E infine rivela di essere stato a sua volta minacciato più volte in passato dal Locatelli. Ecco la ragione di quelle reticenze, fin dal momento dell’aggressione.

L’arresto: omicidio pluriaggravato

Per Locatelli, a quel punto, sono scattate le manette. Ma non ha mai confessato: crollato il castello di bugie, minacce e depistaggi che aveva costruito, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ora è in carcere a Bergamo, con l’accusa di omicidio pluriaggravato. Anche la madre risulta indagata per le dichiarazioni rese in seguito ai fatti. Secondo lo zio non era nell’appartamento al momento culminante dell’aggressione, ma nella prima fase dell’aggressione, sì. Bisognerà capire se, come e perché, a sua volta, ha deciso di coprire il genero. E se anche lei è stata minacciata o picchiata dal presunto assassino della figlia.

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