Cronaca
L'ORDINANZA DEL GIP

I metodi mafiosi dei Barbaro contro i debitori, pistola e minacce: "Ti ammazzo come un cane"

I vincoli dell’associazione non sono solo quelli di sangue, ma anche formati da un giro stretto di personaggi che gravitano intorno ai Barbaro.

I metodi mafiosi dei Barbaro contro i debitori, pistola e minacce: "Ti ammazzo come un cane"
Cronaca Buccinasco, 12 Gennaio 2022 ore 09:15

I metodi mafiosi dei Barbaro contro i debitori, pistola e minacce: "Ti ammazzo come un cane"

I metodi mafiosi dei Barbaro contro i debitori, pistola e minacce: "Ti ammazzo come un cane"

GAGGIANO – I metodi feroci dei Barbaro sono noti ormai da decenni.

Le intimidazioni

Nelle carte delle inchieste che hanno fatto luce sulla ‘ndrangheta al nord, si legge spesso dei metodi mafiosi utilizzati dalla famiglia per ottenere qualcosa. Un bando, un’assegnazione, un cantiere. Soldi. Principalmente soldi. Un potere di “intimidazione derivante dai loro vincoli di parentela e amicizia”, scrivono gli inquirenti che hanno messo a segno l’ultimo colpo contro la famiglia platiota e i suoi sodali. Una ventina gli indagati, otto persone finite in carcere, cinque quelle ai domiciliari e altre misure più “morbide” per gli ultimi quattro componenti di un gruppo dedito al traffico di droga.

L'ordinanza del gip

A capo dell’associazione, c’era Antonio Barbaro, 52 anni, nato a Platì e con residenza lì, nell’Aspromonte. Suo braccio destro è il figlio Rocco, nato a Locri, 29 anni, anche lui residente a Platì ma entrambi al Nord da tempo. “Antonio Barbaro era il promotore e organizzatore del gruppo, con capacità di prendere in autonomia decisioni operative e dare ordini e disposizioni per il traffico. Manteneva rapporti con fonti di approvvigionamento e acquistava in quantitativi anche di 9,5 chili. Determinava il prezzo e gestiva le somme di denaro insieme al figlio”, si legge nelle oltre cento pagine di ordinanza firmata dal gip Raffaella Mascarino. Tutto registrato grazie alle indagini della Guardia di finanza pavese in sinergia con la Dda, coordinate dal pm Gianluca Prisco.  

Il modus operandi

Ognuno aveva ruoli ben precisi. Rocco era il referente del padre, con deleghe e poteri decisionali, riscuoteva debiti e faceva consegne, anche sopra i 100 grammi alla volta. Domenico Sergi, anche lui di Platì, trapiantato a Milano, è l’intermediario, l’uomo di fiducia che prende il comando quando i Barbaro, in pieno lockdown, tornano dal pavese a Platì. Tutto si ferma col covid, ma i traffici devono andare avanti. I ruoli secondari solo in apparenza sono delle donne, mogli e fidanzate che accompagnano i mariti nelle fasi di smercio, negli scambi, custodiscono denaro, tengono i conti e la droga. Come la giovane Maria Loreta Molluso, 23 anni, moglie di Rocco, ora costretta a presentarsi alla polizia giudiziaria perché ritenuta partecipe alla cessione di droga del marito.

I luoghi

I vincoli dell’associazione non sono solo quelli di sangue, ma anche formati da un giro stretto di personaggi che gravitano intorno ai Barbaro, una rete di acquirenti (Michele Cannata e Mauro De Benedetto) e posti sicuri (almeno in apparenza) dove custodire la droga (a Bubbiano, a casa di Sergi, per esempio) e dove incontrarsi. Non solo a Casorate Primo, che i Barbaro ben conoscono, ma anche la pizzeria di Fizzonasco, luogo di appuntamento dei Cannata, Sergi e Barbaro. Un bar a Casorate, un ristorante a Gaggiano e un altro a Vernate, l’area di parcheggio del centro commerciale a Cusago e quella del supermercato ad Abbiategrasso. A disposizione del gruppo c’era anche un parco macchine modificate con doppi fondi dove nascondere la droga (complici anche dei carrozzieri, come un’officina a Rho, dove vengono trovate le cimici degli inquirenti), chili di cocaina da smerciare e telefoni intestati a personaggi fittizi per cercare di eludere i controlli delle forze dell’ordine. Poi, hanno provato con i messaggi criptici, parlando in dialetto calabrese.

Le indagini

Ma gli inquirenti hanno tirato il filo e scoperto i piani, i collegamenti, i movimenti. Hanno visto anche quando Rocco si è presentato di persona a casa di un altro indagato, Ferdinando Matteo Sanfilippo di Rosate, si è fatto aprire la porta dal cugino e “l’ho trovato chiuso in camera, aveva detto che non c’era”, racconta poi alla moglie, scendendo nei particolari di quella feroce intimidazione per far pagare un debito di droga di 20mila euro. “Se mio padre litiga giù - in Calabria, con i fornitori dello stupefacente, ndr - vedi che vi scanno tutti. Sono capace di scannare mio suocero, figurati a te cosa faccio”. Poi, per rafforzare la minaccia, prende la pistola e la mette sul tavolo: “Vedi - dice - non voglio arrivare a questo, ma mi stai portando a queste conseguenze, ti ammazzo come un cane”.

Gli arresti

Le indagini partono dall’arresto di Alessandro Illuminato Molluso, 34 anni, figlio di Francesco classe 1951, pregiudicato per associazione mafiosa, traffico di droga, sequestro di persona e rapina. Fratello di Giuseppe, residente a Buccinasco, anche lui pregiudicato per ricettazione, riciclaggio, furto, resistenza e droga. È nipote di Giosofatto Gesu Molluso, classe 1979, di Buccinasco, considerato negli anni capo della locale di Corsico. L'arresto di Alessandro Illuminato fa venire a galla i contatti con i Barbaro, i Violi, e ne stabilisce i rapporti d’affari su cui gli inquirenti iniziano a mettere la lente. Parentele che pesano, legami che stringono a doppio filo i rapporti con le famiglie “di giù”. Tanto che Rocco Barbaro, appena prende i soldi di una consegna, si rivolge alla moglie: “Questi mettili da parte per tuo nonno”.

Il denaro

Soldi, tanti soldi. I traffici durano anni, poi sembra ci sia una battuta d’arresto in periodo emergenza covid, ma i Barbaro trovano in Sergi un bravo esecutore, un fattorino, che segue quello che gli viene detto dalla Calabria. Sergi si affida a sua volta a un Perre di Buccinasco, responsabile dell’approvvigionamento di almeno una partita di droga. I traffici continuano, i rapporti diventano più fitti coi Cannata, Michele e Francesco, con gli incontri all’interno del locale dei Cannata a Pieve Emanuele. Poi, quando i Barbaro tornano dalla Calabria, ricominciano gli smerci, le intimidazioni, le moto che si fanno dare per saldare i debiti, la droga scambiata dai debitori per rientrare nei conti.  Un filo che parte dalla Calabria, dove i Barbaro pure in pieno lockdown riescono a recuperare due chili di cocaina, passa per il Sud Milano, arriva nel pavese, a Casorate Primo, dove i Barbaro “si muovono con estrema disinvoltura”, scrivono gli inquirenti, conoscono il territorio e i momenti migliori per incontrarsi. O forse no. Perché tutto il castello che avevano costruito con attenzione, cura e scrupolo per non essere beccati si è sgretolato sotto la lente delle indagini.