Le voci di chi vive l’emergenza sanitaria dal fronte raccolte da Humanitas

Un canale, Humanitas Voice, raccoglie storie di pazienti, medici, infermieri, operatori e messaggi di solidarietà dai vip.

Le voci di chi vive l’emergenza sanitaria dal fronte raccolte da Humanitas
Attualità 08 Aprile 2020 ore 12:50

Le voci di chi vive l’emergenza sanitaria dal fronte raccolte da Humanitas.

Le voci di chi vive l’emergenza sanitaria dal fronte raccolte da Humanitas

ROZZANO – “Le mascherine ci hanno insegnato a sorridere con gli occhi. Ne usciremo e ne usciremo tutti più forti”. Dal fronte della cura si leva un coro di voci: sono quelle di medici, infermieri, OSS, staff, tecnici, ingegneri e informatici e specializzandi di Humanitas University impegnati nella gestione della più grande emergenza sanitaria italiana degli ultimi anni.

Il podcast di Humanitas Voice

La lotta al coronavirus è ora sul podcast Humanitas Voice: le storie dal fronte della cura, canale che raccoglie testimonianze da più città: Rozzano, Milano, Bergamo, Torino e Castellanza, dove gli ospedali Humanitas si sono rapidamente trasformati per assistere centinaia di pazienti contagiati dal virus. I podcast sono disponibili sulle principali piattaforme musicali, come Spreaker, Spotify e Deezer, suddivisi in playlist a seconda della città.

Anche voci dello spettacolo

A testimonianza che questa missione si vince insieme, ecco anche voci del mondo dello spettacolo, dello sport amici dell’ospedale: Gerry Scotti, Amadeus, Fiorello, Antonella Clerici, Massimo Boldi, Sergio Sgrilli, Javier Zanetti, Sofia Goggia, Odette Giuffrida. Da parte loro, messaggi di solidarietà e di incoraggiamento. Gli audio saranno caricati sulla piattaforma e resi disponibili anche ai pazienti ricoverati grazie ai volontari presenti in corsia con i tablet.

Il contributo degli studenti di Humanitas University

Un contributo speciale, infine, arriva dagli studenti di Humanitas University, anche loro impegnati al fronte come volontari ai Check Point di ingresso in ospedale, postazioni in cui si rileva la temperatura corporea e lo stato di salute di chiunque acceda alla struttura. Quello che ne risulta è un grande diario vocale, in continua costruzione, destinato a lasciare una traccia viva di un momento importante della nostra storia.

Non solo fatica ma tanto stupore

Nelle voci dei professionisti al fronte ospedaliero non c’è solo la fatica, ma anche lo stupore di vedere come l’emergenza abbia spinto ogni persona a dare il massimo per operare trasformazioni logistiche e organizzative mai viste prima: aprire nuovi reparti, con tutto il supporto tecnologico e umano necessario, gestire un fiume di pazienti spesso in condizioni critiche, ma anche le emozioni dell’autoisolamento per proteggere i propri cari. Sono storie di chi resiste e spera, aggrappandosi alle emozioni comunicate con gli occhi e ai sorrisi dei primi pazienti guariti.

I fronti Humanitas della battaglia contro covid-19 sono diversi

A Rozzano, l’Istituto Clinico Humanitas è diventato in pochi giorni un ospedale con 300 posti letto dedicati ai pazienti Covid tra degenze, Pronto Soccorso e Terapie Intensive. In questa fase di emergenza, il policlinico è anche HUB della rete oncologica regionale e della rete Stroke. A Bergamo, città particolarmente colpita dal virus, Humanitas Gavazzeni si è trasformato da subito in centro totalmente dedicato ai malati di coronavirus, con ampliamenti del Pronto Soccorso, della Terapia Intensiva e dei reparti che hanno permesso di arrivare ad ospitare oltre 260 persone al giorno. Anche le strutture torinesi si sono da subito attivate: oggi Humanitas Gradenigo e Humanitas Cellini dedicano oltre 120 posti letto a pazienti positivi al Covid-19, mentre la Clinica Fornaca garantisce l’attività chirurgica urgente e indifferibile. A Castellanza (VA), Humanitas Mater Domini ha riorganizzato i percorsi per assistere pazienti Covid, con Terapia Intensiva dedicata e ridisegnando il Pronto Soccorso. Infine a Milano, Humanitas San Pio X accoglie i pazienti Covid che hanno superato la fase acuta della malattia e non necessitano di assistenza ventilatoria e porta avanti progetti per continuare a garantire la sicurezza del percorso nascita.

Estratti dai podcast

“Alle sei del pomeriggio arriva il test: positivo. Mi mandano a casa. Non volevo crederci: 14 giorni di malattia […]. Sono andata via piangendo e sbattendo le porte. Sono tutt’ora in quarantena, sono arrabbiata, sto bene, voglio e devo tornare. Il covid non ha capito con chi ha a che fare”. – M. Aloise, Medico di Pronto Soccorso.

“Nel giro di pochissimi giorni ci ritroviamo al centro del peggior focolaio epidemico d’Italia: Bergamo. […] A noi chirurghi generali viene affidato l’avamposto: il Dipartimento di Emergenza. In quella che veniva chiamata Osservazione Breve Intensiva, i posti letto in una giornata da otto diventano dieci, poi quattordici, poi venti. Dopo quasi quarantotto ore arriviamo a quaranta pazienti acuti da trattare contemporaneamente”. – G. Quartierini, Chirurgo Generale.

“Mi trovo al totem del day hospital oncologico, sento la mascherina come un muro sottile che mi separa dai pazienti; non vedere completamente il loro viso mi permette di focalizzarmi sul loro sguardo, preoccupato ma con la speranza che gli dà la forza di “uscire di casa” per continuare le loro cure nonostante la condizione rischiosa che li circonda, così che anche i gesti più scontati, come il disinfettarsi le mani, acquistano un valore essenziale” – F. Barzaghi, studentessa medicina Humanitas University.

“L’amore vero si manifesta nei piccoli gesti, negli sguardi attenti, nelle carezze inattese, nella presenza silenziosa che dice più di mille parole. […] Siamo stati catapultati in una realtà che nessun libro mi aveva preparato ad affrontare e che, a parole, un giorno, sarà difficile raccontare. Da un giorno all’altro ci è stato chiesto di creare posti di blocco per gli esterni, per filtrarli, osservarli e intervistarli, come fossero portatori di qualcosa che poteva cambiare le sorti di tutti. Da quel giorno, ogni piccolo gesto ha fatto la differenza”.  – S. Pagani, Infermiera.

“Questo evento ha creato una grande coesione tra medici, infermieri, operatori socio sanitari, personale amministrativo e dirigenziale. I rapporti nella nostra comunità si sono rafforzati. E credo che questo cambierà per sempre il nostro modo di lavorare e probabilmente di essere. L’uso obbligatorio di mascherine segna il volto di tutti, ma non è questo che conta in quanto è parte naturale del nostro lavoro. Le mascherine tuttavia ci hanno insegnato a sorridere con gli occhi. Ne usciremo e ne usciremo tutti più forti”. – H. Kurihara, Chirurgo.

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