Buongiorno dottore, ho 52 anni e da almeno due anni sto subendo una situazione di mobbing sul lavoro. Ormai sono stato isolato anche dai colleghi e sinceramente non so più cosa fare. All’inizio non mi pesava più di tanto. Pensavo solo a portare a casa lo stipendio e cercavo di fregarmene. Però ultimamente sto iniziando a stare male. Ho spesso ansia e mi sento inutile. La cosa peggiore è che mi porto questi problemi anche a casa, con mia moglie e i miei figli. Cerco di non pensarci ma non ci riesco. Ho provato anche a fare meditazione e sport per distrarmi un po’, ma non è cambiato molto. Adesso mi capita anche di sognare il lavoro. Sogno che mi licenziano e la mattina mi sveglio già con l’ansia. A 52 anni non è facile cambiare lavoro, soprattutto con una famiglia da mantenere.
Avevo pensato di rivolgermi a uno psicologo per cercare di gestire meglio questa situazione, perché da solo non ci sto riuscendo. Secondo lei potrebbe essermi utile? Cosa mi consiglia di fare?
Grazie.
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Buongiorno, leggendo la sua lettera mi sono chiesto quanto possa essere faticoso andare ogni giorno in un posto dove non ci si sente più considerati. Lei racconta che all’inizio riusciva a passarci sopra. Pensava allo stipendio e alla famiglia. Poi, però, qualcosa è cambiato. Non è semplice convivere per tanto tempo con l’indifferenza degli altri. Soprattutto quando non si capisce il motivo di certi comportamenti. Si cerca di non pensarci, ma poi ci si ritrova sempre con le stesse domande. E intanto passano i mesi, gli anni.
Esserci senza essere visti
Il lavoro occupa una parte importante della nostra vita. Non è soltanto il posto dove guadagniamo uno stipendio. Ci sono rapporti, confronti e anche piccole soddisfazioni quotidiane. Non serve essere amici di tutti. Ma sentirsi parte di un gruppo ha la sua importanza. Lei invece descrive una situazione in cui sembra quasi di essere trasparente. C’è, ma è come se gli altri non la vedessero. E quando succede tutti i giorni, si può arrivare a sentirsi fuori da tutto. Quasi esclusi da quella piccola società che si forma sul posto di lavoro.
L’abitudine che diventa una morsa
Mi soffermerei anche sull’abitudine. Si continua ad andare al lavoro, si fanno le stesse cose e si torna a casa. Magari senza più un obiettivo che dia soddisfazione. Senza sentirsi apprezzati per quello che si fa. A quel punto il lavoro diventa soltanto qualcosa da portare a termine. Eppure, anche se ci si abitua, rimane il bisogno di capire. Perché mi trattano così? Perché non vengo coinvolto? Ho sbagliato qualcosa? Sono pensieri che si ripetono. A volte anche per ore. E più si cerca una risposta, più si rischia di rimanere fermi su quelle domande.
Il sentirsi inutile
C’è una parola nella sua lettera che non trascurerei: inutile. Mi chiedo quanto questo sentimento sia legato al modo in cui viene trattato dai colleghi. Quando per molto tempo non riceviamo considerazione, possiamo cominciare a dubitare di noi stessi. Anche di capacità che prima non mettevamo in discussione. Ma essere poco apprezzati in un ambiente non significa avere poco valore. Sarebbe importante capire quando ha iniziato a sentirsi così. E soprattutto se questa sensazione la accompagna ormai anche fuori dal lavoro.
Quando il lavoro ci segue a casa
Lei parla dell’ansia, dei sogni in cui viene licenziato e delle difficoltà che sta vivendo in famiglia. Sono aspetti che prenderei sul serio. Non darei interpretazioni particolari ai sogni. Mi interessa di più il fatto che non riesca a lasciare il lavoro fuori dai suoi pensieri. Anche quando è a casa con sua moglie e i suoi figli. Ha provato con lo sport e la meditazione. Ma se ogni mattina deve tornare nello stesso ambiente, è comprensibile che distrarsi per qualche ora non risolva tutto.
Da dove può cominciare
Rispetto alla sua domanda, le consiglierei di provare a parlare con uno psicologo. Potrebbe essere uno spazio in cui raccontare anche quelle cose che magari, per non preoccupare la famiglia, tende a tenere per sé. Cercherei poi di capire meglio cosa accade sul lavoro. Quali comportamenti la fanno sentire escluso? Da quanto tempo? Ci sono stati episodi precisi? Sono domande importanti anche per valutare eventuali tutele, senza dare per scontato che si tratti di mobbing. Capisco inoltre la sua preoccupazione economica. A 52 anni, con una famiglia, cambiare lavoro può fare paura. Ma non deve necessariamente scegliere tra licenziarsi e continuare a sopportare. Prima di prendere decisioni, può cercare aiuto e capire quali possibilità ha. E partirei proprio da quel senso di inutilità che oggi sembra farla soffrire più di tutto il resto.
Dott. Fabiano Foschini
Psicologo
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