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Un soccorritore di Rozzano: “Ero abituato all’emergenza, ma non ero pronto per questa paura”

L’emozionante racconto di Francesco Nucera, soccorritore della Croce Viola Rozzano.

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Un soccorritore di Rozzano: “Ero abituato all’emergenza, ma non ero pronto per questa paura”

Un soccorritore di Rozzano: “Ero abituato all’emergenza, ma non ero pronto per questa paura”

ROZZANO – “Non è questo il mio lavoro, non più. Faccio il soccorritore da diciotto anni ma non ero preparato a tutto questo. Non parlo dal punto di vista professionale, trattare un politrauma è molto più difficile di un sospetto covid, ma dal punto di vista emotivo. Il soccorritore è abituato a vivere in emergenza. Arriva la chiamata e, se l’intervento è serio, si smette di respirare fino alla fine del servizio. Si arriva sul posto e si mette in sicurezza la scena. Poi si parte, spesso come degli automi: a, b, c, d, e. Ossigeno, collari, ecg, cucchiaio o spinale… per tutti gli interventi avevamo l’attrezzatura e la giusta preparazione. Avevamo, perché adesso non è più così.

Stiamo vivendo una guerra”

Quella che stiamo vivendo è una guerra contro un nemico invisibile e subdolo. Che ti attacca, prima che sul quello fisico, sul piano emotivo. È un virus che ti isola dagli altri, che ti costringe alla solitudine. Sia dal punto di vista di chi ce l’ha che di chi lo combatte. Molti soccorritori sono costretti a vivere isolati in casa, per paura di contagiare i propri affetti. In questi giorni, insieme al servizio arriva la telefonata della centrale. ‘È un sospetto. Si veste uno e sale da solo’, ti dicono. E tu sai che nulla di quello che hai imparato in tutti gli anni di ambulanza ti servirà.

La “preparazione”

Durante il tragitto ti bardi, con quello che troppo presto è diventato un rituale. Spacchetti la tuta e la infili partendo dai piedi. Metti la mascherina, i calzari e tre paia di guanti. Gli ultimi sono gli occhiali perché l’alito li appanna e non ti fa più vedere nulla. Ogni movimento è un pensiero a cui non sei abituato: il mio non è un lavoro di concetto, meno penso e più so che farò bene. Il momento di metabolizzare quello che è accaduto durante l’intervento è sempre venuto a fine servizio. Invece il covid è subdolo anche in questo: ti fa subito riflettere. Sai già che se il “Sospetto” è reale, e ha bisogno di essere ospedalizzato, dovrai strapparlo dai suoi familiari. Basta contatti fino a non sai nemmeno dirgli quando.

L’ambulanza si ferma.

Scendi con in spalla lo zaino e a tracolla l’ossigeno. Dici ai colleghi che gli farai sapere se serviranno e sali a casa del paziente. Loro restano in ambulanza, i contatti devono essere ridotti al minimo. Un soccorritore basta. L’ascensore sale e tu continui a pensare. Quanto è subdolo questo virus, molti non hanno nemmeno sintomi ma potenzialmente possono sterminare una famiglia intera. E anche te. Entri in casa, saluti controllando che tutti abbiano la mascherina e ti avvicini al paziente. Stavolta non c’è a.b.c.d.e che tenga. ‘Ha avuto febbre o tosse?’, chiedi. Perché ormai è quello che ci interessa veramente. Mentre attendi la risposta, attacchi la sonda del saturimetro all’indice del paziente e trattieni il fiato. Non è un tampone ma, sui pazienti senza altre patologie, quella può essere la prima sentenza. “80% di saturazione” leggi a bassa voce e ti prepari a dargli ossigeno.

“Ti guardi attorno, abituato ad avere sempre un collega con cui dividere gli oneri del servizio, ma sei solo”.

Solo come sarà presto il paziente che stai trattando. ‘Lo portate in ospedale?’, chiede il parente. Fino a qualche tempo fa facevano le code per entrare in Pronto soccorso nemmeno fosse stato Gardaland, ma oggi la prendono come una sentenza di morte. ‘Sì…’, rispondi. A questo punto valuti se farlo scendere a piedi. Con quella saturazione non dovresti, ma sono giorni di guerra e DEVI tutelare i tuoi colleghi. Ricordi al paziente di prendere il cellulare e il caricabatterie: sono strumenti utili per chi viene ricoverato, senza sarebbero isolati dal mondo.

Mentre si prepara compili l’app e chiami la Centrale.

Le attese al telefono sono lunghe, sintomo di un sistema che si sta spingendo ben oltre le sue possibilità. Ti danno destinazione e codice di trasporto e arriva il momento peggiore: comunichi a tutti i presenti che sono in quarantena totale. Nessuno di loro potrà uscire di casa, nemmeno per fare la spesa. Sono stati segnalati alla Ats e verranno contattati. Lasci loro un numero di riferimento per qualsiasi dubbio. Non c’è un modo per indorare la pillola: questo nuove mondo fa veramente schifo. Difficilmente qualcuno protesta, ormai sono tutti rassegnati. Da qui in poi ricominci a pensare…

Parli poco con il paziente ma pensi.

Mentre scendi con l’ascensore pensi che quella potrebbe essere l’ultima volta che lo fa. Calcoli la sua età e quella dell’immobile per capire quante gioie può aver vissuto lì. Se la coccarda azzurra che annunciava la nascita del figlio, che era in casa e ormai ha più di trentanni, era appesa sullo stesso portone che ora attraversa a braccetto con te. Non vorresti fare quei pensieri, ma il tuo cazzo di cervello non vuole smettere di frullare. Così, con i tuoi colleghi chiusi nel vano guida con tanto di mascherina, parli con il paziente e cerchi di sollevargli l’umore. A volte sorridi anche, nel tentativo di rincuorarlo ma, bardato come sei, lo fai solo per te stesso.

In ospedale ricomincia l’agonia.

Ancora temperatura, domande e conferma della prima “diagnosi”. ‘Portalo tra i sospetti covid’ è la nuova sentenza. Qualche tempo dopo riemergi dall’ospedale, ancora bardato, e vai verso l’ambulanza per la seconda parte del nuovo rituale. Devi sanificare il mezzo. Non avrebbe avuto senso farlo fare ai colleghi rimasti lì: i presidi sono pochi e vanno centellinati. Così, durante la fase di pulizia e quella di svestimento, hai ancora il tempo per pensare a quello che hai appena fatto e la cosa ti piace poco. Ti domandi se qualcosa è andato storto, se potresti esserti infettato, se quel viscido virus può averti contagiato.

Una guerra così cruda e meschina

La sera misurerai la febbre e lo farai anche la mattina dopo tremando all’idea che il liquido blu possa superare i trentasette e mezzo. Faccio il soccorritore da diciotto anni, di cose ne ho viste tante ma non avrei mai pensato di dover vivere una guerra così cruda e meschina. Una guerra che noi soccorritori viviamo in prima fila, gomito a gomito con medici, infermieri e Oss. Assistiti da una Centrale Operativa che, mai come in questi giorni, si sta dimostrando eccezionale. Spero che queste non siano le mie ultime memorie, di cose vorrei farne ancora tante nella vita, ma nel frattempo sono pronto al prossimo servizio che, quasi sicuramente, mi porterà a casa di un sospetto covid”. soccorritore di Rozzano: paura

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