Cantastorie, formatore, autore. Luca Chieregato attraversa linguaggi e pubblici diversi, ma resta fedele a una sola missione: dare senso al mondo attraverso le storie.
Un “cantastorie” oltre le etichette: un lavoro tra parola, corpo e racconto che diventa esperienza condivisa
Ci sono figure difficili da definire perché abitano più territori contemporaneamente. Chieregato è una di queste. Scrittore, performer, regista, formatore: etichette che, prese singolarmente, raccontano solo una parte della sua vita. La verità è che Chieregato lavora in un luogo più profondo e meno catalogabile, quello in cui le parole incontrano il corpo, dove il racconto diventa relazione e la narrazione smette di essere forma per diventare esperienza e viaggiare nel tempo.
Tra scrittura, scena e formazione, un percorso artistico che mette al centro la relazione
Si definisce ancora oggi un “cantastorie”, anche in un presente che lo vede spesso nelle aule di formazione più che sui palchi. Ma è proprio in questa apparente contraddizione che si nasconde la chiave del suo percorso: per lui, raccontare e formare sono lo stesso gesto declinato in modi diversi. Un gesto che ha a che fare con l’ascolto, con la presenza e con la
capacità di restituire senso a un mondo sempre più frammentato.
In un tempo che corre veloce e appiattisce tutto sullo stesso piano, Chieregato rivendica il valore della narrazione come atto necessario, quasi politico: fermarsi, ascoltare, scegliere cosa è importante. E farlo attraverso storie che non appartengono più a chi le scrive, ma a chi le incontra.

L’intervista al corsichese Luca Chieregato
Partiamo da una definizione: che mestiere fai oggi?
La risposta che continuo a dare è che faccio il cantastorie. Anche se, nel mio presente, faccio molto più spesso il formatore, mi piace continuare a definirmi così perché è profondamente vero. In realtà, i due mestieri hanno una radice comune: lavorano entrambi con le parole e con le storie. Quando mi sveglio e vado a lavorare, ho la sensazione di fare sempre lo stesso mestiere, anche se cambia la forma. Che sia scrittura, formazione o scena, il cuore è quello: raccontare, condividere, creare connessione.
Il teatro come è entrato nella tua vita?
Non è stata una scelta razionale. Mi ci sono trovato. Sono arrivato al Comteatro da scrittore, cercando uno spazio per scrivere. Ma lì ho capito una cosa fondamentale: non ero uno scrittore “puro”, di quelli che stanno solo sulla pagina. Avevo bisogno anche del corpo. Il teatro mi ha dato questa possibilità: esprimermi non solo con le parole, ma con la presenza. E da lì è nato tutto. Poi, col tempo, ho lasciato il mestiere dell’attore in senso stretto, per trovare una forma che tenesse insieme tutto: la parola e il corpo, la scrittura e la relazione con il pubblico. Il cantastorie, per me, è esattamente questo.
Che ruolo ha oggi il racconto nella contemporaneità?
Non è vero che viviamo in un’epoca senza storie. Le storie ci sono ancora, eccome. Semplicemente hanno cambiato forma. I ragazzi magari leggono meno libri, ma guardano serie Tv: quello è il loro modo di entrare nelle narrazioni. In un certo senso, le serie di oggi sono i romanzi dell’Ottocento. Noi aspettavamo il capitolo successivo, loro aspettano la nuova stagione. Il bisogno di storie non è mai cambiato. Quello che è cambiato è il tempo. Oggi fermarsi ad ascoltare una storia è quasi un atto rivoluzionario. Significa uscire dalla velocità, dal multitasking continuo. Ed è proprio per questo che ha ancora più senso farlo.
Quanto è stato importante il percorso al Comteatro?
Fondamentale. Il mio maestro, Claudio, mi ha insegnato praticamente tutto: stare in scena, stare con il pubblico, gestire l’energia, la presenza. Ma soprattutto mi ha insegnato che il rapporto con il pubblico è sempre uno a uno. Anche quando hai cento persone davanti, stai parlando a uno. Questa cosa l’ho scoperta subito, già nel primo spettacolo: un monologo per uno spettatore alla volta. Un’esperienza fortissima. Il teatro mi ha dato anche un’altra cosa: il rapporto con l’invisibile. L’idea che esista qualcosa oltre ciò che si vede, e che spesso è proprio lì che accade il senso.
Come nasce una storia?
Da quello che chiamo “inneschi”. Possono essere immagini, parole, suoni. A me spesso capita di partire da un suono o da una frase. Ma la cosa più importante è avere uno sguardo pulito. Lasciare che la realtà si riveli. A volte succede in modo quasi casuale: un’immagine, una scena quotidiana che però contiene qualcosa di strano, di poetico. Il nostro lavoro è
accorgercene. Cogliere quegli “incidenti” della realtà e trasformarli in storie.
La ricerca, per uno come te, finisce mai?
Mai. Perché riguarda tutto. Ogni cosa diventa una domanda: come si racconta questa cosa? Come si dice meglio? Che io stia scrivendo uno spettacolo, un podcast o anche solo una mail, il punto è sempre quello. Cercare la forma giusta per arrivare alle persone.
Di quali storie abbiamo bisogno oggi?
La risposta più onesta è: non lo so. E forse è proprio questa la domanda più importante. Però, se devo azzardare, direi che abbiamo bisogno di storie che mettano ordine. Non ordine nel senso di semplificare, ma nel senso di dare peso alle cose. Oggi tutto vale allo stesso modo. Scorriamo contenuti in cui convivono tragedie, politica, intrattenimento, tutto sullo stesso piano. E quando tutto è importante, niente lo è davvero. Le storie possono aiutarci a restituire gerarchie, senso, importanza.
Scrivere è un atto personale o un gesto verso gli altri?
Quello che scrivi è tuo e non è tuo. È una cosa che ripeto spesso. Nel momento in cui scrivi, quella cosa non ti appartiene più. Va nel mondo e diventa di chi la legge. Questo è difficile da accettare, ma è fondamentale. Ogni storia ha una vita propria. Non sai dove arriverà, chi la incontrerà, cosa farà dentro le persone. Ed è giusto così.
Ti è mai capitato di rimanere senza storie?
Certo. In realtà succede spesso. Ogni volta che non scrivo, sono senza storie. È una condizione con cui bisogna fare pace. Non significa aver perso qualcosa. Le storie tornano. Ma bisogna accettare anche il vuoto, la fatica, quella specie di “frustrazione dolce” che fa parte del mestiere.
Progetti futuri?
Posso dire che sto lavorando a qualcosa di diverso dal solito. Un racconto più lungo, illustrato, pensato anche per bambini e famiglie. È stato interessante confrontarmi con un codice narrativo nuovo per me. E credo che questo sia il punto: continuare a cercare forme diverse per raccontare.
Fabio Fagnani