Pronto? “Soccorso, io ci sono”: Mariele da Buccinasco a Liverpool si racconta

Un viaggio nelle nuove generazioni pronte a "riconquistare quello che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità".

Pronto? “Soccorso, io ci sono”: Mariele da Buccinasco a Liverpool si racconta
Attualità 27 Agosto 2020 ore 12:21

Pronto? “Soccorso, io ci sono”: Mariele da Buccinasco a Liverpool si racconta.

Pronto? “Soccorso, io ci sono”: Mariele da Buccinasco a Liverpool si racconta

Da una “Margherita” e “perché i ciliegi tornassero in fiore” Mariele Trimboli a 32 anni è diventata medico chirurgo a Liverpool. Nata e cresciuta a Buccinasco, laureata in medicina alla Statale Milano, passando per Londra e Madrid nel prossimo aprile, con una cerimonia ad Edimburgo, Mariele sarà ufficialmente “membro del collegio dei chirurghi del Regno Unito”. Questa è la nuova generazione, che ha riconquistato quello che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità e che “Cronisti in libertà” racconta.

Ciao Mariele, ben tornata a casa, la nostra chiacchierata inizia con l’orecchio teso e con un Brillio negli occhi di Rosa e di Antonio, a buona ragione fieri genitori.

Facciamo finta di essere da soli… Mariele, raccontaci di “Mariele” che tu solo ben conosci

Liceo e a seguire università in medicina alla Statale di Milano dove, durante l’università, feci un anno in Spagna e prima avevo fatto un anno in Olanda in una famiglia come ragazza alla pari. Ho sempre sentito questa spinta verso i confini… la ricerca del nuovo.

Ricordi cosa cercavi? Trattieni ancora l’emozione della ricerca?

Si, l’esperienza del diverso, del nuovo, del sapere, del conoscere di più! Mi piace poter conoscere il più possibile, confrontarmi con più realtà diverse, perché, se resti nella tua bolla… Potrai conoscere molto bene quella bolla, per, l’esperienza mi ha portato a fare medicina all’estero. In Inghilterra per la specializzazione in chirurgia, ho girato tanto e quindi ho vissuto tante piccole esperienze diverse. Magari ci metterai di più tempo a diventare l’esperto in un certo campo ma nel frattempo hai raccolto tante piccole esperienze che ti rendono, almeno per me, più completo.

Scrive Camus: “La vita è una splendida avventura ma solo l’avventuriero la scopre”. Ti corrisponde?

Sì, è una situazione con cui sinceramente mi raffronto se non quotidianamente, ogni settimana… Comunque andare all’estero, che poi non si è poi così lontano, è sempre un bilancio tra dei sacrifici e dei benefici e quindi resta sempre una ricerca di umana scoperta…

Ti sei sentita sola in quel periodo di grandi scelte?

Per quando uno voglia arricchire il proprio mondo e abbia le persone intorno, si deve fare i conti con sè stessi. Mi sento sola ma so benissimo che ho una famiglia, un compagno che sta con me, i miei  amici che mi supportano ecc… Però ci devi mettere i tuoi piedi, le tue braccia e la tua testa nel fare le cose e quindi capita di sentirsi soli e ci si fa i conti.

All’inizio la voglia del nuovo e questa curiosità e poi la scelta di fare medicina. Perché?

Sarei ipocrita se dovessi dire che ho fatto medicina perché volevo salvare il mondo. Sarebbe proprio da ipocriti… Credo che sia stato per una inclinazione personale. Sin da piccola, e parlo delle scuole elementari,  mi piaceva la scienza e la biologia. L’altra cosa penso sia stata l’esperienza fatta da bambina vedendo mia zia Margherita: faceva l’infermiera in ospedale, raccontava sempre storie spesso cruente ma anche divertenti. Credo che queste due cose, ma non solo, da ragazza mi abbiano fatto pensare: “da grande voglio fare il dottore”.

Mariele, ma adesso vuoi cambiare il mondo?

Risponde con tenero sorriso…ascolto il suo sussurrio (e chi non vuole, del resto?) Racconta un fatto in cui hai sentito la responsabilità nell’incontro tra un bisogno e l’impotenza della risposta.

Posso pensare a qualche esempio, però devo dire che è una cosa che avviene con ogni singolo paziente, con ogni singola persona che varca l’ospedale, ma penso che più accada in Pronto Soccorso. Sei nel completo caos tipico del Pronto Soccorso… Ci sono rumori e tu sei con una persona in uno stanzino minuscolo separato da una tendina dalle altre persone… Sono preoccupati e ti mettono in mano la propria vita. Mettere in mano la propria vita, nel senso “sono preoccupato di questa cosa”, questo avviene con ogni singolo paziente e bisogna averlo presente indipendentemente che ti dica che ha un’unghia incarnita o che ti dica “ho perso peso e penso di avere un tumore”. Questa responsabilità è anche un privilegio, che quella persona che non conosci ti venga a dire magari quante volte è andata di corpo e anche tutti i dettagli, è un fatto veramente privato: quella persona si mette nelle tue mani e spera che tu la possa aiutare in qualche modo…

Quando ti accorgi che tutto è stato “dichiarato come fatto”, nel mondo degli adulti, e avresti invece qualcosa da dire, cosa fai?

Per rifarci all’attualità delle pandemia da covid, come italiana all’estero forse mi ritrovavo un passo avanti alle notizie perché ero collegata con la mia famiglia e a quello che stava succedendo in Italia. Non  stava succedendo in Inghilterra, ero preoccupata e ne parlai con il mio capo, ma aveva un atteggiamento come a sminuire la situazione, sottovalutò il problema. Puoi provare a parlare e in alcuni casi vieni ascoltato, in questo caso non mi sentii molto ascoltata. Poi lui si ammalò allora… si ricredette! Ci sono altri esempi dove invece siamo incoraggiati a parlare, a dire se ci sono dei problemi… mi sono trovata in sala operatoria con un chirurgo che non conoscevo, era lui il senior (veniva da fuori, non faceva parte del team ospedaliero) stavamo operando su una quindicenne e non mi convinceva il suo modo di operare. Mi resi conto che in questa situazione c’era qualcosa che non andava e, se non avessi detto qualcosa, sarebbe stato un problema per la paziente. Durante l’operazione prima l’ho detto all’infermiera di sala e poi a lui ho detto: “Non è così… Non e così che si tocca l’intestino. All’inizio mi disse: “No, no, va bene così, però ti ascolto!” Si rese conto che le cose non stavano andando allora suggerii che chiamassimo il nostro capo. Arrivò il capo e la situazione fu messa sotto controllo. In seguito in privato parlai con il mio superiore di quella situazione e da lì furono presi dei provvedimenti.  A volte è difficile, alzare la propria voce…

Mariele, qual è il desiderio più grande che hai guardando al tuo futuro? Finisci le vacanze torni a Liverpool e cosa fai…

Continuerò la mia specializzazione che è nella branchia dell’urologia e nell’esperienza, anno dopo anno, spero di ottenere una responsabilità in un dipartimento di urologia. Allo stesso tempo è anche importante vivere la mia vita sociale e che il lavoro non sia una questione totalizzante, benché in medicina sia molto facile cadere nella tentazione di “dover salvare il mondo”. È difficile staccare dal lavoro, c’è sempre qualcosa in più da fare, da imparare per essere migliore.

Come pensi di salvare il Mondo? Che poi di per sè, non è una cosa brutta…

Con questo sguardo verso l’altro, partendo dal fatto che sia la persona che viene da me, in ambulatorio, o la persona che incontro sull’autobus, resta una persona con ha un proprio bagaglio, una propria storia una propria difficoltà. Per me ogni giorno cercare di avere questo sguardo verso l’altro, che non sia di pregiudizio ma di accoglienza, è già volere un mondo diverso!

A furia di dare risposte ai bisogni si cade nel tranello di sentirsi un Dio…il potere, il potere… hai messo in preventivo questo rischio?

Vivo  il contrario, si chiama la sindrome dell’impostore, ovvero che io sono molto critica con me stessa (per la conoscenza di lei, confermo, ndr) tendo a sminuire i miei risultati. Un giorno un collega mi diceva “tu in questa professione ti devi dimostrare molto sicuro di te. Così come tu ti presenti così umile…anche se la spari grossa non andresti mai oltre”. Forse non risponde molto alla tua domanda, però io un Dio non mi ci sento, non riesco mai. Per me è una cosa che non mi corrisponde, assolutamente, per me è proprio un privilegio che una persona ti dia tutta la sua fiducia la fiducia, di un suo famigliare, di suo figlio. È una cosa che mi terrorizza, mi terrorizza in maniera buona, una cosa così grande che fa paura. Quindi Dio lo lascio fare a Dio…

Dicci una cosa a cui tieni particolarmente?

Ecco, una cosa che centra con il perché ho fatto medicina: sul braccio ho tatuato “perche i ciliegi tornassero in fiore”. È una canzone di De Andrè che si chiama “Un medico” e dice tra l’altro: “Da bambino volevo guarire ciliegi, perché rossi di frutto li credevo feriti, la salute per me li aveva lasciati con i fiori di neve che avevano perduti. Un sogno fu un sogno ma non durò poco, per questo giurai che avrei fatto il dottore e non per un Dio e nemmeno per gioco, perché i ciliegi tornassero in fiore”. A parte la canzone in sé, il tutto mi lega alla mia famiglia, a mia madre che l’ascoltava con me, e poi a questo grande sguardo che sento su di me…da tuta la mia famiglia!

Mariele grazie! Sei molto di più di quanto tu possa pensare o immaginare. Cambia il Mondo, lo sguardo non ti manca. Porta con te la tua semplicità la tua tradizione, la tua storia e la tua responsabilità di dottore. E che ogni “umano ciliegio possa tornare a fiorire”. Mariele Buccinasco si racconta. Mariele Buccinasco si racconta. Mariele Buccinasco si racconta.

CronistaINLibertà
a cura di Renato Caporale

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