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Pensavo di riempire un vuoto

La storia di una vedova che, dopo anni di frequentazioni a pagamento, cerca una via d'uscita.

Pensavo di riempire un vuoto

Buongiorno Dottore, sono una donna di 46 anni e sono vedova da quasi dieci anni. Dal punto di vista economico sto bene e, dopo la morte di mio marito, ho iniziato a frequentare uomini molto più giovani di me, che pagavo sia per avere rapporti sessuali sia per farmi compagnia. Questa situazione va avanti da circa dieci anni. All’inizio la vivevo in modo diverso. Mi faceva sentire desiderata, meno sola. Con il tempo, però, le cose sono cambiate. In questi anni mi è capitato anche di affezionarmi a qualcuno di loro. In un caso ho persino pensato di essermi innamorata e ho avuto la sensazione che anche dall’altra parte ci fosse qualcosa di più. Poi, però, mi sono resa conto che non poteva funzionare e che stavo inseguendo qualcosa che probabilmente non sarebbe mai diventato reale.

Oggi mi accorgo che questa frequentazione è diventata una vera e propria dipendenza. Continuo a cercare questi uomini, ma non provo quasi più piacere. Anzi, dopo ogni incontro mi sento vuota. È una sensazione difficile da spiegare.

Vorrei smettere, ma non ci riesco. È come se, pur sapendo che non mi fa stare bene, continuassi a cercare sempre la stessa cosa. Per questo vorrei chiederle un consiglio: quello che sto vivendo può essere considerato una forma di dipendenza? E, soprattutto, come posso uscirne?

L.

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Buongiorno L., non è facile, dopo tanti anni, fermarsi e ammettere che qualcosa che per lungo tempo ha rappresentato una forma di conforto, di piacere o semplicemente di compagnia, oggi non produce più gli stessi effetti. Anzi. Lei descrive una sensazione di vuoto che sembra arrivare proprio là dove un tempo trovava un sollievo, anche temporaneo. E questo passaggio merita di essere ascoltato con attenzione, senza giudizi e senza semplificazioni.

Quando un comportamento cambia significato

Da quello che scrive, sembra che queste frequentazioni abbiano avuto, nel corso degli anni, funzioni diverse. Forse all’inizio c’era il desiderio di sentirsi nuovamente vista, desiderata, accompagnata dopo una perdita molto importante. Forse c’era anche la possibilità di mantenere una certa distanza emotiva, pur vivendo momenti di vicinanza e di intimità. Con il tempo, però, ciò che inizialmente aveva un significato può trasformarsi. Accade più spesso di quanto si immagini. Ci si accorge di continuare a cercare qualcosa senza sapere più esattamente cosa si stia cercando. E allora il gesto si ripete, ma il senso originario sembra essersi perso. Rimane l’abitudine. Rimane il bisogno di riempire uno spazio interno che, però, continua a restare vuoto.

Il dolore che non sempre si riconosce

Mi ha colpito molto il passaggio in cui parla dell’innamoramento. Perché lì emerge un aspetto profondamente umano: il desiderio di costruire un legame autentico. Non credo che questo debba essere considerato un errore di valutazione o un’illusione ingenua. Credo, piuttosto, che racconti qualcosa di molto importante sul suo bisogno di vicinanza emotiva. A volte si pensa di avere il controllo di determinate situazioni proprio perché esistono regole chiare e confini definiti. Poi, però, i sentimenti seguono strade diverse. E quando ci si accorge che ciò che si desidera davvero non può essere ottenuto attraverso quella relazione, si può sperimentare una forma di dolore molto profonda. Un dolore che spesso resta silenzioso. E che, proprio per questo, rischia di ripresentarsi sotto altre forme.

La difficoltà di fermarsi

Lei scrive una frase molto significativa: “Vorrei smettere ma non riesco”. Credo che sia importante partire proprio da qui. Non dalla domanda se abbia sbagliato o meno, ma dalla constatazione che esiste una parte di lei che desidera interrompere questo meccanismo e un’altra che, invece, continua a cercarlo. Questa contraddizione interiore non è un segno di debolezza. È, semmai, un segnale che merita di essere esplorato. Spesso non si tratta soltanto di rinunciare a un comportamento, ma di comprendere quale funzione abbia avuto nella propria vita e quale spazio rischierebbe di lasciare una volta abbandonato. Per questo motivo, confrontarsi con uno psicologo potrebbe rappresentare non tanto un modo per eliminare un comportamento, quanto un’occasione per capire quali bisogni, quali mancanze e quali ferite abbiano trovato, per così tanto tempo, espressione attraverso queste frequentazioni.

Da dove si può iniziare

Forse, in questo momento, non è necessario chiedersi come smettere per sempre. A volte questa prospettiva spaventa e fa sentire ancora più impotenti. Potrebbe essere più utile iniziare a osservare con sincerità cosa accade dentro di lei prima di cercare un incontro, durante l’attesa e soprattutto dopo. Quali emozioni emergono. Quali pensieri. Quale sensazione di sollievo viene cercata e quale tipo di vuoto ritorna puntualmente. Non per giudicarsi. Non per colpevolizzarsi. Ma per iniziare a conoscersi in un modo nuovo. Il fatto stesso che oggi lei riesca a dire “non provo più piacere, provo solo un vuoto assoluto” non rappresenta soltanto una sofferenza. Rappresenta anche un momento di verità. E, molto spesso, ogni cambiamento reale inizia proprio da lì.

Dott. Fabiano Foschini

Psicologo

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