Michela si racconta: “Il Nichilismo batte la Pandemia dieci a uno”

Con Michela Baietto alla scoperta della generazione dei Boomers e dei Millenials.

Michela si racconta: “Il Nichilismo batte la Pandemia dieci a uno”
Attualità 26 Novembre 2020 ore 15:51

Michela si racconta: “Il Nichilismo batte la Pandemia dieci a uno”.

Michela si racconta: “Il Nichilismo batte la Pandemia dieci a uno”

Oggi incontriamo Michela Baietto, 26 anni laureata all’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Comunicazione d’impresa e nello specifico organizzazione di eventi… È l’incontro con una cronista che vive con passione ideale il suo lavoro, oggi mortificato dal distanziamento sociale dettato dal coronavirus. Michela è salda, non si ferma, è forte e decisa, continua a costruire proposte e contenuti dove la cultura è protagonista. Basta poco, ma quel poco è per Michela non un mestiere, ma una vita che ricorda volentieri aver scelto per il suo futuro.

Entriamo a gamba tesa… Michela ci racconti Michela?

Conoscere Michela non è facile, ancora più difficile è capirla. La vivo da sempre e penso che non smetterò mai di… capirmi. Continuo a fare un lavoro d’introspezione per cercare di capirmi, ma spero che gli altri mi capiscano: comprendere le mie fragilità, ne ho tante, e che penso siano un po’ dettate dal mio carattere e della situazione che stiamo vivendo in questo momento (coronavirus e ciò che esso comporta). Cerco sempre di trovare l’onestà negli altri e vorrei che fossero gli altri a fare il primo passo.

Dopo l’università cosa succede?

Mi sono laureata in l’anno scorso a settembre in Comunicazione d’impresa, dove ci sono diversi profili ed io ho scelto organizzazione di eventi perché in triennale ho fatto la laurea in linguaggio dei media con profilo, in quel caso, di teatro ed eventi culturali. Perciò ho continuato questo ingresso nel mondo della cultura dell’arte. Ho iniziato il mio tirocinio che prevedeva sei mesi di prova e poi avrei avuto il contratto. Quando è stato il momento, è scoppiato il virus e ha cominciato a fare danni. Mi considero fortunata perché tanti miei colleghi, che hanno deciso di entrare in un’agenzia di comunicazione con uno stage, non hanno imparato nulla. Io invece ho trovato una realtà piccola, un’associazione. Si lavora tanto e si impara tanto. E, piano piano, mi sto costruendo una mia autonomia personale.

Ti sento calma, tranquilla, anche se ricordo bene che “l’acqua cheta” è solo apparenza.

Sul lavoro cerco sempre di mantenere la calma, quando sono a casa no: mia mamma e mia nonna, con le quali vivo, lo sanno molto bene; e anche Angelo, il mio compagno di vita, lo sa molto bene. Io lo prendo in giro molto. La cosa bella di Angelo è che la prima volta che ci siamo abbracciati, e questo lo dirò sempre, io mi sono sentita a casa. Per me quello è stato veramente un segno perché, altrimenti, con il carattere così diverso che abbiamo, non saremmo andati lontano: lui è un tipo esuberante, che riesce a mascherare questa sua timidezza, io invece no. La mia timidezza si percepisce, si sente sulla pelle, due modi di diverse di essere timidi. Angelo, se fosse nato nel Medioevo, sarebbe un Giullare di corte.

Eventi, comunicazione… un lavoro affascinante. Qual è la cosa in cui sei ti senti più brava in assoluto?

A livello professionale penso di essere una persona capace di organizzare, venendo incontro a tutti. Cosa che, per il lavoro che faccio, considero fondamentale. Mi occupo di amministrazione, ma sono un po’ il perno, per cui devo sapere un po’ tutto, capire tutti. Sembra banale, sempre scontato, deve essere sempre pronta al momento giusto e sempre presente. Non posso tirarmi indietro ed io difficilmente dico no. Cerco di essere sia sul piano professionale che umano disponibile. Cerco, anzi penso, di essere una persona empatica.

Un evento culturale che hai vissuto con soddisfazione sia professionalmente che umana?

Il primo evento che abbiamo fatto è stato a giugno: è stato il primo festival organizzato dopo il Lockdown, l’abbiamo fatto in una maniera un po’ azzardata. Abbiamo preso un bus, quelli che si vedono in giro per Milano, che sono utilizzati a livello turistico. L’abbiamo trasformato in un palco itinerante, siamo andati in giro per la città di Monza con i musicisti e abbiamo portato la musica da tutte le parti. Sembrava un’idea folle, che abbiamo organizzato in quattro e quattr’otto, non pensavamo di riuscire ad arrivare al risultato che abbiamo raggiunto e lì ho capito il senso di quello che stavamo vivendo. Ho potuto toccare con mano, sulla mia pelle, quello che stava accadendo. Arrivare sotto l’ospedale San Gerardo di Monza e cantare e suonare una canzone per dare un minimo di sollievo alle persone: un attimo di socialità che per mesi era stata drasticamente bloccata della restrizione nelle quattro mura delle nostre case. Ho capito che quel piccolo gesto che stavamo offrendo, attraverso l’esperienza artistica, non era per nulla banale nè scontato, sembrava impossibile. Tutti hanno cercato di promuovere la socialità in streaming sui social, non è comune vederti arrivare una banda di nove elementi su un bus sotto casa che ti suona direttamente. Ti affacci, non capisci quello che sta succedendo. Io mi sono emozionata, per me era la prima volta in quell’ambito. È stato fantastico ed emozionante. Posso dire di aver creato una proposta culturale di rilievo. Tutto il resto, tutto quello che ci viene proposto, purtroppo va troppo nel commerciale e non ti lascia niente; anche banalmente una mostra a Milano, che dopo un mese non ricordi più. Forse perché io ho vissuto, sia come pubblico sia come addetta lavori, il disagio dello stare fermi. Cerchiamo quindi di creare qualcosa di semplice di vero che sia fruibile. Quando si cerca di costruire con troppa complicazione, si perde di autenticità e di conseguenza viene meno tutta la sostanza.

Michela confrontati con la generazione di un tempo: quella dei costruttori del nostro benessere materiale di cui valore che abbiamo perso per strada.

Non c’è più ascolto. L’ascolto è necessario perché banalmente la differenza, la distanza tra le generazione è proprio il fatto che non ci si ascolta, non ci si confronta, non ci si mette nei panni dell’altro. Vedo anche con mia mamma, che comunque fa parte della generazione precedente, che fa parte, come si dice oggi, della generazione dei boomer.

Cosa? Generazione dei boomer?

Sono quelle persone nate nel periodo del boom economico, come mia mamma, che ha 64 anni e c’è dentro pienamente o mia cugina che ha 40 anni e fa parte della generazione successiva, per arrivare alla mia generazione, quella ancora dei cosiddetti Millenials.

Hai saltato una generazione, quella dei nonni che si sono sdraiati per terra e hanno detto: “Vi abbiamo fatto da tappeto, passateci pure sopra e cercate di costruire qualcosa di buono”

Quella generazione dei nonni è la più dura da vincere, perché loro veramente hanno costruito l’Italia, una generazione veramente… tosta. lo vedo con mia nonna Giovanna: ha 93 anni, lei ha una forza, una grinta, che la mia generazione, ma anche quelle precedenti, non avranno mai. Hanno proprio provato sulla pelle che cosa vuol dire partire da zero. Mia nonna che mi racconta quando aveva il bar davanti al lago di Como, e venivano i soldati tedeschi a bere. Hanno convissuto con persone che erano completamente distanti tra loro per cultura, per situazione politica. Sono riusciti a ricostruire qualcosa per davvero e te lo dico chiaramente: le generazioni dopo, compresa la mia, vivono ancora sulle loro spalle, purtroppo.

Quale era la forza di quella generazione?

Secondo me aver provato qualcosa di veramente doloroso nella loro vita. Diversamente dalla generazione dei boomer che si è trovato la “pappa già pronta”, fatemi passare questa espressione, perché hanno vissuto il boom economico dove tutto era facile. Era semplice trovare lavoro anche 18 anni o dopo aver fatto la terza media, andavano  in banca a lavorare. Oggi neanche con un master ad Harvard basta per andare a lavorare in banca.

Tutti riconosciamo che quella generazione era veramente qualcosa di spettacolare. Qual è la reale forza che quella di generazione? Cosa aveva di più?

Partirei da quello che ci siamo detti prima, partirei dall’esperienza. Mia nonna ha provato sulla pelle cosa vuol dire difendersi dal rischio di perdere tutto, da un momento all’altro. È quello che secondo me ha creato quella socialità, quel bisogno l’uno dell’altro, quello che oggi non c’è. Quasi oggi non si conosce il vicino di casa, si rimane nella propria abitazione e basta. Quello che c’è “fuori casa” può stare male ma neanche lo veniamo a sapere, abbiamo tutto a disposizione. Ci sembrava di poter gestire il mondo solo con le nostre forze invece quella generazione ci insegna che solo insieme, a partire dalla sofferenza collettiva e condivisa, si poteva arrivare a fare qualcosa di nuovo.

Si potrebbe dire che ancora permaneva la questione ideale, ciò per cui valeva la pena di vivere, e poi siamo entrati nel mondo commerciale, quello del benessere materiale. Lo scopo è fine a se stesso. Non c’è qualcosa che viene, prima non c’è qualcosa che può venire dopo. Nonna Giovanna insegna.

Mah, io credo che la mia generazione e in parte quella prima di noi, stiamo bene perché possiamo ancora “mangiare nel piatto di mamma”. Questa stabilità mi permette di stare ancora nel mio angolino. C’è vacuità di valori, non c’è sostanza, perché ancora non abbiamo toccato il fondo. Di fatto, se veramente provassimo la sofferenza e il dolore, allora forse saremo quelli che con la pala vanno in piazza, protestando perché vogliono qualcosa, ci credono. I ragazzi della mia generazione sono disillusi, insoddisfatti costantemente di quello che fanno, forse perché sono stati spinti della famiglia a fare quello che non credono. C’è una mancanza di educazione, a partire dalle persone più piccole. Sono certa che se a scuola mi avessero insegnato le basi del diritto e società, a partire della costituzione che i nostri nonni hanno costruito, forse io potrei essere una persona con maggiore spinta ideale. Qualcosa lo faccio nel mio piccolo, ma nel frattempo mi piacerebbe farlo a livello un po’ più forte.

Tra le righe e in modo marcato Michela riconosce per sé e per gli altri un bisogno: rimettere al centro la generazione di Nonna Giovanna, solida più che mai. Noi siamo e abbiamo costruito una società liquida, dove il nichilismo batte la pandemia dieci a uno.

CronistaINLibertà
a cura di Renato Caporale

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