Da psicologo, davanti alle immagini di adolescenti che, nel mezzo di un incendio, tengono il telefono in mano e riprendono invece di scappare, sento prima di tutto il bisogno di rallentare il giudizio. Perché ciò che appare incomprensibile a un adulto può avere un senso profondo nella mente di un ragazzo. A quattordici, quindici, sedici o diciassette anni il cervello è ancora in costruzione, soprattutto nelle aree che regolano il controllo degli impulsi e la valutazione del pericolo. In una situazione estrema, improvvisa e violenta, non entra in gioco la razionalità, ma la sopravvivenza emotiva. Il corpo reagisce prima del pensiero. Alcuni scappano, altri si bloccano, altri ancora cercano un punto fermo. Per molti giovani oggi, quello spazio di sicurezza è lo schermo. Non è una scelta lucida, è un gesto automatico: tenere qualcosa di familiare mentre tutto il resto diventa ingestibile.
Lo smartphone come filtro contro l’orrore
Il telefono, in quei momenti, non è uno strumento per “mostrare”, ma un filtro per sopportare. Guardare l’orrore attraverso uno schermo può ridurre l’impatto emotivo, creare una distanza che rende la realtà meno travolgente. È un meccanismo di difesa, simile a quando la mente si dissocia per non sentire troppo. Riprendere significa, inconsciamente, trasformare ciò che accade in qualcosa di osservabile, quasi esterno a sé. Come se il cervello dicesse: se lo guardo da fuori, forse non mi distrugge. Questo vale ancora di più per gli adolescenti, che spesso non hanno strumenti emotivi consolidati per gestire la paura estrema. Non hanno ancora imparato davvero cosa fare quando il mondo, all’improvviso, smette di essere prevedibile.
Il comportamento del gruppo e la paralisi condivisa
C’è poi una dimensione collettiva che non va ignorata. In una folla spaventata, il comportamento degli altri diventa un potente regolatore. Se nessuno guida, se nessuno prende decisioni chiare, il gruppo tende a restare sospeso. In quel vuoto, ogni gesto si rafforza per imitazione. Se altri stanno fermi, se altri riprendono, quel comportamento diventa “normale” per il cervello sotto stress. Non perché sia giusto, ma perché è condiviso. È importante dirlo con chiarezza: questi ragazzi non stavano “scegliendo” di non salvarsi. Stavano reagendo come potevano, con le risorse interiori che avevano in quel momento. Trasformarli in simboli di superficialità significa non capire la fragilità che li attraversava.
Educare alla paura prima che arrivi
Questa tragedia ci pone una domanda scomoda, soprattutto come adulti: quanto stiamo preparando i giovani a gestire l’imprevisto emotivo? Abbiamo insegnato loro cosa succede al corpo quando arriva il panico, quando il cuore accelera, quando la mente si confonde? O ci limitiamo a demonizzare lo strumento che vediamo in mano? Lo smartphone non è la causa, è il segnale. Segnala una difficoltà più profonda nel riconoscere e affrontare la paura. Se vogliamo davvero proteggere i ragazzi, dobbiamo smettere di giudicare dopo e iniziare a educare prima: alle emozioni, al pericolo, alla responsabilità verso se stessi. Perché dietro quello schermo non c’era indifferenza. C’era un essere umano giovane, spaventato, che cercava di restare intero mentre tutto bruciava.
Dott. Fabiano Foschini
Psicologo
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