Per molte persone che hanno perso la propria casa, il ricordo più nitido non è il rumore della frana, ma l’attimo successivo. Quel momento sospeso in cui si guarda una stanza senza sapere che non la si rivedrà più. Psicologicamente, è lì che qualcosa si spezza. La mente fa fatica ad accettare che ciò che era solido, quotidiano, affidabile, non lo sia più. Si entra in una specie di stato irreale, come se tutto stesse accadendo a qualcun altro. Nei primi giorni si funziona per inerzia: si esce, si obbedisce, si porta via quello che capita. Le emozioni vengono messe da parte, non perché non esistano, ma perché arrivano tutte insieme e fanno paura.
Vivere senza un posto dove tornare
Quando la casa non c’è più, non manca solo un tetto. Manca un luogo mentale. Anche chi viene accolto altrove sente che qualcosa non torna. Non è solo questione di spazio, ma di riconoscimento: non sapere dove appoggiare le cose, dove sedersi senza chiedere, dove sentirsi invisibili. Dal punto di vista psicologico, questa condizione di provvisorietà continua può logorare lentamente. C’è chi diventa nervoso, chi dorme male, chi si sente sempre “di passaggio”. Non è ingratitudine, è perdita di radicamento. La casa conteneva anche le parti più fragili di sé, quelle che ora non sanno più dove stare.
La rabbia, la colpa, il bisogno di dare un senso
Dopo lo shock, spesso arriva la rabbia. Una rabbia che cerca un bersaglio: le istituzioni, il destino, il tempo, la terra stessa. È un’emozione comprensibile, perché restituisce l’illusione di avere ancora un minimo di controllo. Insieme alla rabbia possono emergere pensieri difficili da confessare: sensi di colpa, rimpianti, domande senza risposta. “Avrei dovuto prendere quella foto”, “Perché non me ne sono andato prima? ”. Psicologicamente, sono tentativi della mente di riscrivere una storia che ormai non può più essere cambiata. Non servono risposte immediate, ma ascolto. Perché ciò che ferisce di più non è solo la perdita, ma il sentirsi soli dentro quella perdita.
Ricostruire non è solo tornare a costruire
Andare avanti non significa dimenticare. Significa trovare un modo per portare con sé ciò che è stato, senza esserne schiacciati. Per molte persone, il primo passo non è una nuova casa, ma il poter raccontare cosa è successo, senza essere interrotte, senza sentirsi dire che “andrà tutto bene”. Dal punto di vista psicologico, la ricostruzione comincia quando il dolore viene riconosciuto come legittimo. Anche nelle piccole cose: ricordare un oggetto perso, un gesto quotidiano, una vista dalla finestra. Perché una casa si può rifare, ma ciò che resta dentro ha bisogno di tempo, parole e rispetto per tornare ad abitare il futuro.
Dott. Fabiano Foschini
Psicologo
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