Fabio Fagnani vive lo sport su più piani, come un narratore totale. Lo racconta ogni giorno ai suoi studenti, insegnando italiano e storia, lo analizza con lo sguardo del giornalista per Fanpage e altre importanti testate, lo racconta su Radio Sportiva, e lo trasforma in storie per il suo canale YouTube, TalkGP, dove il motociclismo diventa racconto, memoria e passione condivisa.
Autore e divulgatore, Fagnani ha costruito negli anni un percorso capace di unire rigore, sensibilità e cultura sportiva, portando i grandi protagonisti delle due ruote oltre la dimensione del mito.
La nuova edizione aggiornata del suo “Le leggende del motociclismo”
Con Le leggende del motociclismo, ora in una nuova edizione aggiornata e arricchita con otto nuovi piloti (per un totale di 28 leggende), compie un ulteriore passo in questo viaggio. Non si limita a celebrare i campioni, ma ne esplora l’anima, restituendo al lettore la complessità di uomini che hanno vissuto sul confine sottile tra grandezza e fragilità. Dai
dominatori assoluti ai talenti spezzati troppo presto, il libro diventa così un racconto corale della velocità come esperienza umana, prima ancora che sportiva.

La nostra intervista all’autore
In questa intervista, Fagnani racconta il senso di questo lavoro, il valore delle storie che ha scelto di tramandare e ciò che davvero rende una leggenda immortale.
Nel libro racconti non solo i vincitori, ma anche i vinti, chi ha rischiato tutto e chi ha perso la vita. Quanto è stato importante per te restituire la dimensione umana, oltre a quella sportiva, di queste leggende?
Per me è stato fondamentale partire dal lato umano. Ho provato a rendere degli atleti che per definizione fanno cose straordinarie il più vicino a noi comuni mortali. I piloti sono esploratori del limite, sono folli, sono geni, sono avventurieri della velocità. Ma era impensabile raccontarli soltanto come eroi dell’epica. Sono uomini, forse superuomini, ma anche loro con i loro dubbi, le loro fragilità e negligenze.
Questa nuova edizione è arricchita da otto nuovi protagonisti, tra cui Dani Pedrosa, Andrea Dovizioso e Pecco Bagnaia. Quali criteri hai seguito per decidere chi meritasse di entrare in questo “olimpo” del motociclismo?
Ecco qui entriamo in un aspetto complicato: nel senso che non c’è stato un unico criterio. Se avessi contato solo i titoli iridati non avrei inserito Pedrosa o Dovizioso. E nella versione standard avrei dovuto eliminare Renzo Pasolini o Marco Simoncelli. Invece no. Ho dato sicuramente rilevanza alle vittorie, ma anche a quanto questi piloti siano rimasti nei cuori dei tifosi. Pedrosa è stato un fenomeno. È nato nell’epoca sbagliata, tra virgolette. Nel senso che ha dovuto confrontarsi con i migliori degli ultimi 20 anni, beccandoli nei loro momenti “prime”.
Prima Rossi, poi Stoner e Lorenzo e infine Marquez. In più, mettiamoci anche che ha subito una marea di infortuni che lo hanno limitato. Dani è alto poco più di 1.50 e ha guidato per vent’anni delle moto potentissime ed è stato, forse, il più elegante nella guida. Per Dovizioso e Bagnaia è ancora diverso. Dovi è la storia del motomondiale, inserito nella Hall of fame e non poteva mancare in un aggiornamento, mentre Pecco – può non piacere – ma è stato il pilota che ha riportato il titolo della MotoGP in Italia, che ha fatto vincere di nuovo Ducati e che ha dominato per due anni la categoria. Impossibile non metterlo se si guarda l’epoca recente.
Le leggende che racconti appartengono a epoche molto diverse, da Agostini a Marquez. Cosa unisce davvero questi campioni, al di là dei titoli e delle generazioni?
Tutti hanno una sola visione del mondo: sono ossessionati dalle moto e dalla competizione. C’è chi ama solo vincere e chi si diverte, ma il minimo denominatore è la determinazione e l’ossessione per le due ruote.
Nel libro si parla della velocità come di una forma d’arte. Quando hai capito che il motociclismo poteva essere raccontato non solo come sport, ma come espressione umana e culturale?
Diciamo che nel libro non approfondisco questa dinamica, altrimenti sarebbe stato più un saggio filosofico che una guida appassionata nel mondo delle leggende del motociclismo. Però, io ritengo lo sport, qualsiasi esso sia, arte. E il fascino di
osservare degli uomini andare a una velocità diversa dal resto del mondo, dove a fare la differenza può essere un battito di ciglia, piuttosto che un battito di troppo del cuore, mi ammalia senza lasciarmi scampo.
Tra le tante storie presenti nel libro, ce n’è una che ti ha colpito o emozionato più delle altre durante la scrittura o l’aggiornamento di questa nuova edizione?
Io ho un amore viscerale per chi ha sacrificato la vita per la propria passione. Ce ne sono stati tanti, purtroppo, nella storia di questo sport, ma nel libro racconto Simoncelli che tutti ci ricordiamo e poi Pasolini e Saarinen che sono sfortunatamente morti nello stesso incidente di Monza nel 1973. Due talenti, due lavoratori, uno più uomo del popolo, l’altro più principe azzurro dei motori. Due leggende che ho voluto raccontare.
Sei giornalista, docente e autore di numerosi libri sullo sport. In che modo questo lavoro sulle leggende del motociclismo rappresenta un punto di arrivo o, magari, un nuovo punto di partenza nel tuo percorso di narratore dello sport?
Riprendere in mano un libro che hai già mandato in stampa non è semplice. C’è stato un lavoro lungo di rilettura, correzione, sistemazione e aggiornamento. Pensavo fosse più veloce, invece mi ha portato via tanto tempo e spero che questo lavoro si possa percepire in questa nuova edizione.
Un’ultima domanda: la copertina con solo Valentino Rossi ha un significato?
In realtà no. Nel senso che è stata una scelta dell’editore. Io avrei preferito ci fossero più piloti oppure Marc Marquez, campione del mondo in carica. Secondo me avrebbe avuto senso, anche perché ho scritto una biografia intera su Valentino Rossi. Però, va bene così, in fondo, in Italia – e non solo – resta il pilota più amato.