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I segnali psicologici di allarme nei giovani: comprendere per prevenire

Dal punto di vista psicologico e sociale, molti giovani crescono in un contesto che richiede prestazioni elevate ma offre pochi spazi di elaborazione emotiva.

I segnali psicologici di allarme nei giovani: comprendere per prevenire

Negli ultimi anni il suicidio giovanile è diventato una ferita sempre più visibile nella nostra società. Non si tratta di un fenomeno improvviso né spiegabile con una singola causa. Dietro ogni gesto estremo c’è una storia complessa, fatta di segnali spesso silenziosi, di sofferenze non riconosciute e di una difficoltà crescente, nei giovani, a dare un senso al proprio dolore. Comprendere i segnali di allarme non significa fare diagnosi, ma imparare a leggere il disagio prima che diventi insostenibile.

I segnali emotivi: quando il dolore non trova parole

Uno dei primi campanelli d’allarme è un cambiamento profondo nel mondo emotivo del giovane. Non sempre si manifesta con tristezza evidente: spesso emergono apatia, senso di vuoto, irritabilità costante o un sentimento di stanchezza esistenziale. Frasi come “non sento più niente”, “sono un peso” o “non cambierà mai nulla” indicano una perdita di speranza più che una semplice sofferenza momentanea. Molti giovani non riescono a nominare il proprio dolore, perché non hanno strumenti emotivi adeguati o temono di non essere compresi. Il silenzio emotivo, in questo senso, può essere più pericoloso di una richiesta esplicita di aiuto.

I segnali comportamentali: piccoli cambiamenti che parlano forte

A livello comportamentale, i segnali possono essere graduali e facilmente minimizzati. Ritiro sociale, abbandono di attività prima significative, calo improvviso del rendimento scolastico o lavorativo, disturbi del sonno e dell’alimentazione sono manifestazioni frequenti. Un altro segnale delicato è il cambiamento nel rapporto con il rischio: alcuni giovani diventano più imprudenti, altri iniziano a “mettere ordine”, regalando oggetti personali o scrivendo messaggi che suonano come congedi emotivi. Questi comportamenti non vanno interpretati automaticamente come preannunci di suicidio, ma come richieste indirette di ascolto.

Il ruolo delle relazioni e del senso di esclusione

Molti giovani che arrivano a pensieri suicidari vivono un profondo senso di disconnessione relazionale. Non si tratta solo di solitudine fisica, ma di sentirsi non visti, non validati, non riconosciuti.Conflitti affettivi, delusioni sentimentali, esperienze di rifiuto o umiliazione possono diventare devastanti quando si intrecciano a un’identità ancora in formazione. In questa fase della vita, il valore personale è spesso legato allo sguardo dell’altro. Quando quel legame si spezza, il dolore può essere vissuto come definitivo e totalizzante.

Perché oggi tanti giovani arrivano al gesto estremo

Dal punto di vista psicologico e sociale, molti giovani crescono in un contesto che richiede prestazioni elevate ma offre pochi spazi di elaborazione emotiva. Vivono una pressione costante a “funzionare”, a essere all’altezza, mentre fallimento, fragilità e incertezza sono vissuti come colpe personali. A questo si aggiunge una difficoltà crescente a tollerare il dolore psichico: il malessere viene percepito come qualcosa da eliminare subito, non da attraversare. Quando mancano adulti emotivamente disponibili, modelli di resilienza e luoghi sicuri di parola, il suicidio può apparire, erroneamente, come l’unica via per interrompere una sofferenza percepita come infinita. Parlare di segnali di allarme non significa allarmare, ma prendersi cura. La prevenzione nasce dall’ascolto, dalla presenza e dalla capacità di riconoscere il dolore prima che diventi indicibile.

Dott. Fabiano Foschini

Psicologo

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