Il giornalismo negli Stati Uniti? Un’altra storia…

È giunto il momento di parlarne: come funziona il giornalismo negli Stati Uniti, in termini di stipendi? Meglio che in Italia, anche se non ci vuole molto

Il giornalismo negli Stati Uniti? Un’altra storia…
Attualità 06 Marzo 2018 ore 15:01

Ok, è giunto il momento di parlarne: come funziona il giornalismo negli Stati Uniti, in termini di stipendi? Meglio che in Italia, anche se non ci vuole molto. Le grandi testate italiane, come risaputo, sono infatti in estrema difficoltà e i proventi pubblicitari, così come le vendite, sono in calo da anni. Gli editori hanno un’enorme responsabilità morale nei confronti della catastrofica condizione in cui verte l’informazione oggi in Italia, perché hanno fatto un imperdonabile errore storico, oltre che imprenditoriale: hanno svenduto il loro prodotto sul mercato, inseguendo blog e magazine online di dubbia credibilità, producendo contenuti poveri e senza sfruttare i loro giornalisti migliori, con il timore che i lettori li abbandonassero per la mancanza di quantità. Hanno finito per abbandonarli per la mancanza di qualità. La recente corsa ai ripari con l’introduzione degli abbonamenti digitali non sembra sufficiente: anche a causa degli sprechi del passato, tagli verticali alle redazioni e casse integrazione, stage sottopagati e pagamenti ridicoli sono all’ordine del giorno. Spesso non si salvano più nemmeno i raccomandati.

Ora, come funziona negli Stati Uniti? Impossibile descriverlo nel dettaglio, perché non ne ho le competenze. Quello che so, però, è che nelle assunzioni il sistema editoriale americano funziona come tutti gli altri settori: quando cercano personale, i giornali USA aprono delle posizioni. Incredibile, vero? Non inizi uno stage perché sei il nipote del caporedattore o l’amico del sindacalista o del presidente dell’ordine dei giornalisti di turno, ma perché hai superato una selezione pubblica che le risorse umane del giornale inseriscono nei motori di ricerca. Dando quindi a tutti la possibilità di partecipare, sempre.

È chiaro, se esci da una scuola di giornalismo USA, sei molto avvantaggiato rispetto ad altri candidati. Ma lo sei perché prima ti eri meritato di entrare in quella scuola grazie alle tue competenze, senza raccomandazioni. Vero, poi, è anche un altro aspetto: spesso le scuole migliori le possono frequentare solo i figli di chi economicamente se lo può permettere, il che porta il sistema a regalare fisiologicamente più opportunità a chi è di buona famiglia. Ma questo è un altro aspetto, e non è sempre valido.

Negli USA, il sistema meritocratico ha permesso di salvaguardare il sistema dei giornali, perché ha filtrato il processo di ingresso della singola risorsa, basandolo sul merito. E gli investimenti sugli abbonamenti digitali sono arrivati quando ancora in Italia si cercava di capire come si scrivesse la parola “internet”. Nonostante, chiaro, anche i giornali americani non siano immuni da problemi, né economici né di credibilità: Donald Trump ha costruito una campagna elettorale intera sulle fake news, incolpando proprio quei giornali che hanno iniziato a deludere i lettori per la loro superficialità. Ma la base del sistema continua a essere moderatamente solida, anche se gli scossoni della rivoluzione digitale hanno messo in ginocchio persino nomi di grande tradizione (vedi il Washington Post, in via di un clamoroso fallimento, salvato dal proprietario di Amazon Bezos).

Il fatto di poter contare su quella base, però, ha conseguenze positive sugli stipendi. Il NY Times paga uno stage 1000 dollari. Ma non al mese. A settimana. Il The Courier-Journal a Louisville, Kentucky, ne paga 500. Sempre a settimana. Il Tamba Bay Times in Florida? Tra i 450 e i 625. Il The Baltimore Sun a Baltimore? 575 a settimana. E potrei andare avanti ancora. Il costo della vita è più alto qui in America, è vero. Ma vi assicuro che con 500 dollari a settimana da stagista nel Kentucky non si vive male. Se non per il fatto che nel Kentucky non ci sia molto da fare. Ma quella è un’altra storia.

Davide Mamone

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