Educare in comunità e passione artistica: Xenia si racconta

Un viaggio nelle nuove generazioni pronte a "riconquistare quello che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità".

Educare in comunità e passione artistica: Xenia si racconta
Attualità 07 Settembre 2020 ore 08:46

Educare in comunità e passione artistica: Xenia si racconta.

Educare in comunità e passione artistica: Xenia si racconta

Gente di Carattere: persone che hanno nel cuore il desiderio di raggiungere una meta e per questo si mettono in moto. È la nuova generazione, quella che vuole riconquistare quello che i loro padri, i loro nonni, ci hanno lasciato in eredità: la questione ideale “per cui vale la pena vivere”. Oggi incontriamo Xenia Lops, 29 anni, educatrice nella Fondazione Casa della Carità guidata da don Virginio Colmegna. Dopo una lunga e appassionante chiacchierata-confronto sul desiderio, sulla risposta al bisogno, sullo sguardo all’umano nella sua diversità, sul mondo degli adulti posso solo dire grazie a Xenia per avere condiviso la tua storia! Questa è fonte di energia da cui imparare. Eccola!

Gli amici ti chiamano semplicemente “Xe”. Mi sento tuo amico e quindi, Xe, ti sei laureata in scienze dell’educazione, ecco la prima e unica domanda: libertà di raccontarsi! Cronista di te stessa!

È davvero insolito trovarsi improvvisamente a raccontare di sè stessi, almeno per me che passo gran parte del tempo ad ascoltare le vite degli altri. Ho sempre avuto tante grandi passioni e non è stato facile nella vita fare delle scelte nel percorso di studi e professionale, perché scegliere una strada porta spesso a doverne escludere altre che si amano con altrettanta passione. Tra i molti amori, dopo un anno in Norvegia e la maturità in scienze sociali, ho scelto di continuare con gli studi umanistici e di frequentare intanto una scuola di pittura a olio per tre anni e alcuni corsi di scrittura, trovando così un compromesso per non rinunciare a nessuna delle mie passioni.

Il tirocinio che ha portato a nuove scelte

Al terzo anno di scienze dell’educazione ho fatto un tirocinio meravigliosamente faticoso a livello emotivo, all’interno di un’associazione che lavora su diversi ambiti. Io mi sono interessata alle aree di supporto alle donne. Lì ho passato alcuni mesi affiancando, per circa una notte alla settimana, un operatore esperto nel contatto a bassa soglia con le donne vittime di tratta. Con un’auto dell’associazione giravamo per le strade di alcune zone, sempre le stesse, e ci fermavamo a parlare con le donne, le ragazze (e le ragazzine) che lì si prostituivano. I posti sono fissi e questo ci permetteva di conoscerle abbastanza bene. Il lavoro consisteva nel rafforzare il legame di fiducia e offrire ascolto, empatia e la nostra presenza non ostile e non di sfruttamento, semplicemente umana. Potevamo proporre loro il nostro supporto per accompagnamenti sanitari al centro per le malattie sessualmente trasmissibili, consultori, informazioni di ogni tipo e, nel migliore dei casi, una prospettiva di fuoriuscita dalla tratta in maniera protetta e segreta.

Un mondo quasi sconosciuto prima di allora

Ho il ricordo nitidissimo di come prima di quella esperienza il mondo della tratta fosse ai miei occhi bidimensionale e lontano, di cui la mia conoscenza astratta rendeva a sua volta astratto quel mondo, e intangibile, e di come dopo quell’esperienza quel mondo prendesse forma e profondità perché popolato da donne vere, ragazze esattamente come me, ma incatenate a dei vissuti di sofferenza inenarrabile. È stata solo la prima delle tante volte in cui nel mio lavoro mi sono confrontata con il fantasma dell’impotenza. Però intanto avevo imparato a guardare, avevo visto queste donne e loro erano state viste da me.

La comunità

L’altro ambito a cui ho dedicato le mie ore di tirocinio è stato quello di una comunità in cui erano collocate nove ragazze adolescenti affidate al territorio dal Tribunale dei Minori. In quella comunità ho poi continuato a lavorare per qualche anno. Questa prima vera esperienza lavorativa per me è stata dura, e molto poetica. L’adolescenza è una delle fasi più affascinanti della vita, a mio parere, e le “piccole donne” -come le chiamano i miei colleghi – che ho incontrato in comunità erano bellissime, ed esplosive, piene di rabbia e tristezza e voglia di vivere, amare ed essere amate, ascoltate, contenute, accudite. Bisogna essere molto equilibrati e solidi per lavorare bene con un intero gruppo di adolescenti ribelli con delle vite difficili alle spalle, senza lasciarsi travolgere dai loro uragani emotivi. La parte per me più difficile è stata distaccarmi da tutto quello che percepivo da loro ed entrare nella parte dell’adulto, infatti non credo di esserci riuscita fino in fondo, ero troppo giovane, e dopo tre anni ho deciso di rinunciare alla prima proposta che ricevevo di un contratto indeterminato e sono partita per qualche mese per un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti.

Il ritorno in Italia

Dopo un paio di settimane dal mio rientro in Italia, circa quattro anni fa, ho trovato un altro lavoro in un centro di accoglienza, dove lavoro tuttora, nell’ équipe educativa che si occupa dell’accoglienza delle donne, migranti e non. In questi anni ho conosciuto donne provenienti da moltissimi Paesi, ascoltato storie di vita di incredibile coraggio, testimonianze di viaggi disumani attraverso la Libia o i Balcani, violenze e torture, ma anche storie di fede profonda, d’amore, di intere famiglie, madri, padri, nonne e fratellini lasciati al Paese, rituali, modi di dire e modi di sentire, storie di figli piccoli lasciati in Medio Oriente pur di salvarsi la pelle e di figli ricongiunti dopo anni… Un giorno ho accompagnato una mamma all’aeroporto a prendere la sua bambina di otto anni che aveva viaggiato da sola dall’Uganda a Milano, e che non vedeva da tre, forse quattro anni… oggi quella “bimba” è alta quasi quanto me e usa i congiuntivi. Cosa posso dire? Il mio lavoro è speciale e io sono fortunata.

 

Affamata dal “bello”

Sono fortunata, sì, ma troppo affamata di cose belle per accontentare una sola parte di me e non assecondare la creatività artistica, che è per me una linfa vitale. Lavorare con le mani, dipingere, manipolare la creta, abbinare colori, osservare le forme, le pieghe, le sfumature, i dettagli… creare. Da questo impulso molto forte io e il mio compagno abbiamo deciso di correre in controtendenza al clima depresso e precario degli ultimi mesi e, con un po’ di ottimismo e forse un’eccessiva dose di coraggio, da qualche mese siamo diventati imprenditori e abbiamo costruito un’azienda di artigianato che lanceremo a giorni, in cui creo candele ecologiche colorate, bianche o sfumate all’interno di linee di vasi che progetto io stessa con forte impronta artistica. E se ancora non mi basteranno due lavori e due passioni, chissà cosa avrà in serbo il futuro per me, e per tutti quelli che come me, sognano e hanno sempre voglia di mettersi in gioco?

Grazie “Xe”, che altro aggiungere alle parole che fanno la tua storia. Le lascio all’osservazione dei nostri lettori: ascoltare, interessi, passione, conoscenza, legame, fiducia, forma, confronto, impotenza, profondità, coraggio, mettersi in gioco! Il tutto in uno sguardo umano che desidera partecipare da protagonista. Una passione, due passioni e forse ancora altre ancora. L’artigiano che c’è in te trasformerà la materia incontrata in ogni forma. Bella storia! Xenia si racconta. Xenia si racconta.

CronistaINLibertà
a cura di Renato Caporale

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