Continuano i grandi eventi all’Antica Stazione di Posta a cavallo di Corsico. Sempre più un luogo di rara bellezza e sapori, un luogo che testimonia una storia resa visibile con i suoi affreschi e prossimamente con l’apertura di una “galleria della memoria” illustrata dall’artista Davide Scalvenzi che ci riporta al 1800 attraverso il percorso della diligenza sulla tratta Corsico-Milano 2000.
In clima festoso con oltre 170 ospiti inizia la festa per il pensionamento di Teresa: “la libertà dopo trentaquattro anni dentro per scelta”
CORSICO – Circondata dall’affetto di colleghi, amici e familiari, Teresa ha festeggiato il suo pensionamento dopo trentaquattro anni di servizio nella Polizia penitenziaria.
Una serata di sorrisi, ricordi e gratitudine, ma anche l’occasione per raccontare una vita trascorsa dietro le sbarre non da detenuta, bensì da servitrice dello Stato.
Dal primo incarico come vigilatrice alla carriera conclusa con il grado di sovrintendente, Teresa ha attraversato il mondo del carcere con responsabilità, rispetto e umanità. La sua festa diventa così molto più di un saluto al lavoro: è il racconto di una donna che ha scelto un mestiere difficile e lo ha vissuto fino in fondo, sempre con il cuore.
Renato Caporale
Teresa si racconta
“Il mio pensionamento non è stata solo una festa. È stato un momento di libertà, certo, ma anche di memoria, di emozione e di gratitudine. Dopo tanti anni passati dentro un carcere per scelta, ritrovarmi circondata da amici, colleghi, parenti e persone care mi ha fatto capire quanto cammino ci fosse alle mie spalle.

Io quel lavoro l’ho scelto. Nessuno mi ha obbligata. Ho scelto di entrare nella Polizia penitenziaria perché l’ho sempre considerato un lavoro sociale, un servizio fatto per le persone e con le persone. Anche se indossi una divisa, resti una persona. E davanti a te hai altre persone.
Ho iniziato nel 1987, con la cosiddetta “trimestrale”. All’epoca noi donne eravamo vigilatrici. Poi, con la riforma del 1990, siamo passate anche noi nella Polizia penitenziaria. Prima c’erano gli agenti di custodia e le donne avevano questo ruolo diverso.
La trimestrale voleva dire lavorare tre mesi all’anno, con lo stesso ruolo delle effettive, nelle sezioni, accanto alle colleghe che erano già in servizio stabile. L’anno successivo, se volevi, potevi essere richiamata. Da lì è iniziato il mio percorso. Sono partita come agente, poi agente scelto, assistente, fino ad arrivare al grado di sovrintendente, un grado da sottufficiale. Sono arrivata alla fine della mia carriera orgogliosa di quello che ho fatto e del percorso che sono riuscita a costruire.
“In carcere ho passato trentaquattro anni”
Quando si parla di carcere, spesso si pensa solo ai detenuti. Ma il carcere è fatto anche da chi ci lavora ogni giorno, da chi entra per scelta, da chi decide di restare lì per svolgere un servizio. Naturalmente, senza detenuti non ci sarebbe il carcere. Dal momento in cui una persona viene presa in consegna, lì comincia il nostro compito.
Non siamo noi a decidere se qualcuno è colpevole o non colpevole: quello spetta ad altri. A noi spetta custodire, vigilare, accompagnare, garantire sicurezza, ma anche rispetto.
Io ho sempre cercato di trattare i detenuti da persone. Per me questa è stata la cosa più importante. Il rispetto viene anche da lì: se tratti una persona come persona, anche chi si trova in una condizione difficile può riconoscerlo.
Il suo racconto dall’interno dell’Istituto a custodia attenuata per detenute madri con i loro bambini
Negli ultimi anni ho lavorato all’ICAM, l’Istituto a custodia attenuata per detenute madri. È un luogo particolare, perché ci sono donne detenute con i loro bambini, fino ai sei anni. Lì non puoi restare indifferente. Io sono madre, ho un figlio, e vedere una mamma chiusa dentro con un bambino fa pensare molto.
Una madre può anche dire: ‘Ho sbagliato io, devo rispettare delle regole’. Ma a un bambino come fai a spiegare tutto questo? Come gli spieghi perché non può uscire quando chiede di fare una passeggiata o di andare a prendere un gelato? Sono situazioni che ti entrano dentro.
Uno dei momenti più difficili della mia carriera è stato una notte tra il 7 e l’8 marzo, nel 2001 o forse nel 2002. Ci fu un incendio nella sezione femminile. Fu brutto, davvero brutto. Davanti al fuoco e al fumo l’istinto umano ti porterebbe a scappare. Ma in quel momento non puoi farlo. Dentro ci sono persone, ci sono donne, ci sono bambini. Devi reagire, aprire, correre, fare tutto quello che serve. In quel momento stai salvando vite. Io non sono scappata. Ho fatto quello che dovevo fare. Ho aiutato quelle persone.
In questi anni ho lavorato anche alla rotonda, il punto in cui si congiungono i vari raggi del carcere. Da lì devi coordinare i movimenti: chi può passare, chi deve andare ai colloqui, chi deve andare in infermeria, chi deve spostarsi da una parte all’altra. È un punto delicato, perché da lì passa molta parte della vita quotidiana dell’istituto.
Il carcere mi mancherà, questo lo so. Dopo trentaquattro anni non può essere diversamente. Mi mancheranno le persone, i colleghi, la quotidianità, perfino quella responsabilità che ogni giorno ti accompagna. Ho fatto questo lavoro veramente con il cuore.
La festa di pensionamento all’Antica Stazione di Posta a cavallo di Corsico
La mia festa di pensionamento è stata anche il modo per rendermi conto dell’affetto che mi circonda. C’erano tanti amici, colleghi, parenti. C’era mio marito Salvatore, con cui sono sposata da trentasei anni. Lui è carabiniere, brigadiere, e anche lui ha dedicato una vita al servizio degli altri: quarantuno anni nell’Arma, tutti in Lombardia. Per lui andare in pensione è stato quasi un dolore, perché quando lasci un lavoro così senti di non poter più prestare servizio alla società e ai colleghi come prima.

Alla festa c’erano anche amici arrivati da lontano, come Teresa e Piero, venuti da Campobasso. Piero ha servito anche lui nell’Arma dei Carabinieri per quarantatré anni e una settimana, e suo figlio ha continuato il percorso familiare diventando ufficiale dei Carabinieri a Milano. Con loro siamo diventati amici, quasi famiglia. Ci vogliamo bene, e questo per me conta tantissimo.
Guardandomi indietro, sento nostalgia, ma anche orgoglio. Sono orgogliosa della mia carriera, del grado raggiunto, del servizio svolto e del modo in cui ho cercato di vivere ogni giorno il mio ruolo. Perché ogni lavoro, soprattutto un lavoro come il mio, parte dalla persona, passa attraverso la persona e torna alla persona. E alla base di tutto, per me, c’è sempre stata una parola sola: rispetto”.
Evviva Teresa!

Arrivederci al prossimo evento!