Da Basiglio a Bergamo, la Croce Amica in prima linea nell’emergenza

L'associazione ha deciso di rispondere alla richiesta di aiuto. Una squadra va tutti i giorni nell'inferno di Bergamo per dare una mano

Da Basiglio a Bergamo, la Croce Amica in prima linea nell’emergenza
Attualità 01 Aprile 2020 ore 10:01

Da Basiglio a Bergamo, la Croce Amica in prima linea nell’emergenza

Da Basiglio a Bergamo, la Croce Amica in prima linea nell’emergenza

BASIGLIO – “Bergamo è una città fantasma, non c’è più nessuno in giro. Le strade sono vuote, le persone non sono neanche in fila davanti al supermercato. Un silenzio irreale copre tutto. Quando entriamo negli androni, saliamo le scale, capiamo che la gente è tutta lì, dentro le case, chiuse nelle loro abitazioni. Con un dito ci indicano il paziente, ci avviciniamo nella stanza, siamo come extraterrestri, completamente bardati con tute, occhiali, mascherine. Entriamo nella stanza e troviamo il paziente lì. Prima erano soprattutto anziani, ora sono tanti giovani. Ci guardano, i parenti ci fissano, mani congiunte, ci chiedono tutti la stessa cosa: cosa dobbiamo fare?”.

L’azione della Croce Amica

Fegato e cuore. Ci vuole fegato per entrare in case dove si respira il virus. Ci vuole cuore per guardare negli occhi i parenti e dire: ci siamo noi adesso. Carlo Visconti è professore universitario ma anche vicepresidente della Croce Amica Basiglio, l’associazione che da 30 anni (li festeggia l’anno prossimo) aiuta chi ha bisogno. Da quando è iniziata l’emergenza coronavirus non si è tirata indietro e oltre a impegnarsi nei servizi cittadini (primo soccorso, come sempre, ma anche spesa e farmaci a domicilio), l’Amica ha risposto all’appello della centrale di emergenza e urgenza bergamasca, lì dove il virus è entrato falciando vite, uccidendo una persona dopo l’altra, lì dove le bare in fila hanno commosso il mondo.

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Bergamo

A Bergamo la situazione è proprio come la descrivono le immagini drammatiche, così come la raccontano i soccorritori. Due, massimo tre, salgono sulla “macchina” (l’ambulanza) e partono per quella città di dolore. Tutti i giorni, dalle 9 alle 21. Fegato e cuore. Fegato, per affrontare ogni giorno quel viaggio, per salutare i compagni, mariti, mogli, genitori e figli. “Ho detto a mia moglie che questa è una battaglia che affrontiamo insieme. Io sul campo, ma lei è ancora più coraggiosa di me”, dice Carlo. Sì, perché ci vuole fegato anche per salutare i propri compagni che partono per andare in mezzo al contagio. Cuore, perché a tanti parenti bisogna dire che la mamma e il papà sono gravi e hanno bisogno di ossigeno, di un respiratore, che è come dire che hanno bisogno di vincere la lotteria visto che gli ospedali sono al collasso.

La testimonianza

“Le persone conoscono bene la situazione – ancora Carlo –. Tanti ci chiedono di non portare via il genitore o il nonno anziano, perché sanno che morirà in ospedale, lontano da loro. Altri conoscono la propria condizione e sono loro a supplicarci di non portarli via, perché non vogliono morire lontano da casa, su un letto di ospedale. E poi, c’è chi nel momento peggiore, dedica un ultimo enorme gesto di generosità: date il respiratore e il letto a chi ne ha più bisogno, ci dicono”. Scene strazianti che rimangono fisse in testa e per toglierle ci vuole il supporto psicologico, quello a cui sempre più soccorritori devono affidarsi per provare (provare) a cancellare quelle scene che rimangono dentro nel buio. Fegato e cuore. Fegato, perché nonostante i pensieri bui i soccorritori vestono la divisa, si preparono e partono. Il cuore, di accompagnare sotto braccio i pazienti, farli uscire dalla loro casa. Si mettono le mani in tasca del cappotto, tirano fuori le chiavi e le appoggiano sul mobile: non servono più. “Ormai a Bergamo tutti conoscono almeno una persona che è morta per covid. La gente la vedi con occhi distrutti, gonfi, ma con grandissima dignità e forza”, ancora Carlo, a cui chiedo se c’è una cosa buona in questa emergenza che si porterà dentro. E dire buona è esagerato, dico “tra virgolette”, per inciso, per nascondere quella parola inadeguata ora, perché di buono non c’è nulla in questo inferno. “Tanti volontari, comprensibilmente, magari molto giovani o anziani, hanno fatto un passo indietro. Hanno paura di portare a casa il virus, li capisco. Ma tantissimi altri che avevano appeso la divisa, l’hanno rimessa per aiutare.

La solidarietà

Ecco, è la solidarietà la cosa buona. La sinergia. La consapevolezza che siamo tutti nella stessa situazione e allo stesso modo tutti combattiamo. Ho visto l’impegno del Comune, dei cittadini, la generosità, la determinazione, la voglia di fare qualcosa. Le associazioni come la nostra vivono di donazioni: il materiale, anche quello che ci protegge, dobbiamo comprarlo a nostre spese. La gestione delle ambulanze, gli spostamenti: tutto a nostro carico. E le associazioni sono già in ginocchio in giorni normali. Non è facile riuscire a far quadrare tutto. Ma non ci arrendiamo”. Fegato e cuore. Fegato, perché nessuno era preparato ad affrontare questa emergenza e la differenza tra improvvisare e agire con responsabilità è determinante, e salva vite. Cuore. Perché fare i soccorritori sull’ambulanza, in particolare ora, è tutta questione di cuore.

FG

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