PSICODAY

Chi sono oltre la bulimia?

la missiva al dottore in forma anonima perché mi piacerebbe che la storia fosse condivisa.

Chi sono oltre la bulimia?

Gentile Dottore,

le scrivo in forma anonima perché mi piacerebbe che la mia storia fosse condivisa. Se anche una sola persona, leggendola, si sentisse meno sola, per me avrebbe senso. Ho 19 anni e da tre anni lotto con la bulimia. Non è iniziato in modo eclatante: all’inizio era solo un modo per calmare qualcosa dentro di me difficile da gestire. Mi sentivo spesso inadeguata, confusa, con un bisogno continuo di controllo. Poi quel modo di affrontare le emozioni è diventato un’abitudine, quasi una prigione. Fuori si vedeva solo che dimagrivo. Dentro, però, mi sentivo sempre più stanca e piena di vergogna. Ogni sera mi dicevo che il giorno dopo sarebbe andata diversamente, ma mi ritrovavo sempre allo stesso punto. A un certo punto la malattia è diventata parte di come mi vedevo. Oggi sto cercando di stare meglio. Non è un percorso lineare, ma provo a capire cosa c’è sotto quei comportamenti e a costruire un rapporto più sereno con il mio corpo e con il cibo. Mi spaventa però la possibilità di tornare indietro. Mi sono identificata così tanto in quella versione fragile di me che, anche se mi faceva soffrire, separarmene è difficile.Mi chiedo se sia normale avere paura di lasciare qualcosa che fa male solo perché è diventato familiare. E come si possa ricostruire la propria identità quando per anni ci si è riconosciuti nella malattia.La ringrazio se vorrà accogliere queste parole.

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Cara C.,

mi sono fermato qualche minuto dopo aver letto quello che hai scritto. Non per trovare subito una risposta, ma per restare dentro alle tue parole. C’è dolore, ma anche molta verità. E te lo dico anche come psicologo: questa consapevolezza è un punto di partenza importante.

Quando ciò che fa male diventa familiare

La paura di lasciare andare qualcosa che ti ha fatto soffrire non è strana. Quando conviviamo a lungo con un certo modo di stare al mondo, quel modo diventa conosciuto. E il conosciuto, anche se doloroso, è prevedibile. Lasciarlo significa entrare in un territorio nuovo, senza punti di riferimento. È come togliere una stampella: magari ti faceva male, ma ti aiutava a reggerti. Il timore non è per il dolore in sé, ma per l’equilibrio.

Non era “solo” distruzione

Quel comportamento non è nato per punirti, ma per proteggerti da qualcosa che sentivi ingestibile. Forse ti dava l’illusione di controllo, forse metteva a tacere emozioni troppo forti. Questo non lo rende meno faticoso, ma spiega perché sia così difficile separarsene. Se qualcosa ti ha aiutata, anche in modo distorto, è naturale temere di restare senza strumenti. Non stai difendendo la sofferenza: stai cercando sicurezza.

Chi sei oltre la malattia

Quando dici che ti sei identificata con quella versione fragile di te, tocchi un punto delicato. Se per anni ti sei vista così, è normale sentirti quasi “senza immagine” quando provi a cambiare. L’identità non si sostituisce di colpo. Si costruisce lentamente: nuove abitudini, modi diversi di parlarti, piccoli momenti in cui ti scopri diversa. A volte c’è un senso di vuoto, ma non è mancanza: è spazio libero. Tu non sei la malattia. È stata una parte della tua storia, non il tuo nome.

La paura di tornare indietro

La paura che senti non è debolezza. Spesso arriva proprio quando si sta facendo un passo avanti. Il percorso non è lineare: ci possono essere giorni difficili, pensieri che tornano. Questo non cancella ciò che hai costruito. Da come scrivi, vedo una ragazza che non vuole più solo sopravvivere, ma capirsi. Non avere fretta di sentirti diversa. Lascia che la nuova immagine di te si formi piano, attraverso scelte quotidiane. Sei molto più ampia della parte che ha sofferto. E il fatto che tu riesca a raccontarlo è già un segnale che qualcosa, dentro, si sta muovendo nella direzione della vita.

Dott. Fabiano Foschini

Psicologo

334.4231214 – dott.fabianofoschini@gmail.com

Uno spazio per le vostre domande

Per chi desiderasse condividere un’esperienza personale, porre un quesito o esprimere un disagio, è possibile inviare una mail al dott. Fabiano Foschini all’indirizzo: dott.fabianofoschini@gmail.com

Il dottore esaminerà con attenzione ogni comunicazione e, nei prossimi numeri, offrirà una risposta approfondita dedicando spazio alle vostre domande, ai vostri vissuti e alle vostre riflessioni, sempre nel pieno rispetto della privacy e della sensibilità di ciascuno.