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I nostri concittadini all’Estero per lavoro | Dall’Italia a Miami, passando per mezzo Mondo con Giulia

Da Buccinasco a Miami, passando per Cina, Madrid, Dublino e Ginevra: il viaggio di Giulia, partita dalla curiosità per il mondo e arrivata a costruire la propria carriera nel private banking

I nostri concittadini all’Estero per lavoro | Dall’Italia a Miami, passando per mezzo Mondo con Giulia

Partire, conoscere il mondo e trasformare la curiosità in un percorso professionale. È la storia di Giulia, nata e cresciuta a Buccinasco, che dopo gli studi alla Cattolica di Milano ha iniziato un viaggio che l’ha portata prima in Cina e a Madrid per alcune esperienze formative, poi a Dublino per muovere i primi passi nel mondo del lavoro. La carriera nel private banking l’ha successivamente condotta a Ginevra e, infine, dall’altra parte dell’oceano, a Miami, dove vive ormai da oltre quattro anni. Una storia fatta di città diverse, nuove culture e scelte professionali che hanno progressivamente costruito il suo percorso lontano da casa.

Dall’Italia a Miami, passando per mezzo Mondo con Giulia

BUCCINASCO – Nata e cresciuta a Buccinasco, Giulia ha sempre avuto una forte curiosità per il mondo e per le persone. Dopo gli studi all’Università Cattolica di Milano, ha vissuto esperienze formative in Cina e a Madrid, per poi iniziare il suo percorso professionale a Dublino.

La carriera nel private banking l’ha successivamente portata a Ginevra e infine a Miami, dove vive da oltre quattro anni. Oggi lavora con imprenditori e famiglie internazionali, un contesto che trova particolarmente stimolante per il confronto quotidiano con persone innovative, ambiziose e provenienti da realtà molto diverse tra loro.

Nel tempo libero insegna Pilates e approfitta di tutto ciò che la vita a Miami ha da offrire, dal mare alle attività all’aria aperta.

L’intervista

Cara Giulia, vivi e lavori a Miami da oltre 4 anni. Le esperienze di lavoro all’estero di tua sorella Gaia quanto hanno influito sulla tua decisione?

Vivo e lavoro negli Stati Uniti, a Miami, da quattro anni, ma sono più di dieci anni che non vivo in Italia. Mia sorella e i miei genitori hanno sicuramente contribuito a far crescere in me quella curiosità verso il diverso e verso il mondo, ma la decisione di trasferirmi negli Stati Uniti è stata al 100% mia, probabilmente presa senza nemmeno pensarci troppo.
Andare in America non è stata una necessità: vivevo e lavoravo molto bene in Svizzera già da alcuni anni. Ho semplicemente sentito che, a livello personale, volevo mettermi ancora un po’ alla prova e capire da vicino cosa fosse questo grande sogno americano.

Quale è stato l’impatto più complesso da affrontare nel vivere “da sola” negli US?

La solitudine stessa e l’individualismo della società. Qui ognuno pensa molto a sé stesso e, paradossalmente, passa molto tempo da solo. Venivo da anni di esperienze di vita molto comunitarie: dall’università alla vita da espatriata in altre città. Arrivata qui mi sono resa conto che l’idea di vicinato, di aiuto reciproco e di familiarità è più difficile da trovare. È stato un impatto forte all’inizio, perché tutti i piccoli ostacoli della vita quotidiana sembrano improvvisamente più
pesanti da affrontare.

Ci racconti brevemente una tua giornata tipo?

Miami è una città all’aria aperta: qui è estate praticamente 365 giorni all’anno. La mia giornata inizia con un po’ di sport la mattina presto. Sono tutti molto sportivi, forse perché si vive sempre in costume da bagno! Entro in ufficio tra le 8 e le 9. Lavoro in banca nel settore del private banking e una delle cose che trovo più stimolanti del mio lavoro è avere a che fare ogni giorno con persone straordinarie. I miei clienti sono spesso imprenditori che hanno costruito aziende di enorme
successo partendo da un’idea, una passione o una visione. Molti di loro sono relativamente giovani e hanno raggiunto risultati che sembravano impossibili. Credo che sia proprio questo a rendere il mio lavoro così affascinante: essere costantemente a contatto con persone curiose, intraprendenti e capaci di reinventarsi, imparando qualcosa da loro ogni giorno.
A pranzo faccio due passi con i colleghi oppure approfitto per chiamare famiglia e amici in Italia. Di solito lavoro fino alle 18. La sera cerco di fare una passeggiata con qualche amica oppure partecipo a qualche evento. Sono molto appassionata d’arte e faccio parte di una comunità di collezionisti e artisti, quindi spesso partecipo alle loro iniziative. Miami è anche una città molto viva dal punto di vista musicale, soprattutto per la musica latinoamericana: c’è sempre qualche concerto, serata di salsa o evento culturale a cui andare.

Qualche anno fa ho ottenuto anche una certificazione da insegnante di Pilates e continuo a insegnare un paio d’ore alla settimana per passione. Nel weekend cerco di approfittare il più possibile di quello che Miami ha da offrire. Vado in spiaggia, mi godo il mare e passo molto tempo all’aria aperta. Credo che questo sia il grande vantaggio di vivere in una metropoli affacciata sull’oceano: ti permette di staccare completamente ogni fine settimana senza rinunciare alle opportunità professionali, culturali e sociali di una grande città. È qualcosa che città straordinarie come New York City, ad esempio, non possono offrire allo stesso modo. Per me poter vedere e toccare il mare tutto l’anno, e allo stesso tempo vivere in una città dinamica e internazionale, è uno degli aspetti più belli della vita a Miami.

Ci sono delle cose che stanno nei trolley e che non si possono dimenticare a casa: cosa hai portato in America della tua cultura italiana ed è riconoscibile dai tuoi amici, amiche o colleghi statunitensi?

Direi il modo di vestire. Tutti scherzano sul fatto che arrivo sempre in ufficio molto curata. Per noi italiani è normale, mentre qui l’approccio è decisamente più informale. In realtà è una cosa che apprezzo degli Stati Uniti: le persone tendono a giudicarti meno per come sei vestito. Però per me la cura dell’abbigliamento è qualcosa di naturale, quasi nel DNA.

Per tante generazioni l’America del nord e gli Stati Uniti sono stati un sogno, una curiosità ed un traguardo; oltre alla esperienza lavorativa cosa significa per te essere in quel continente?

Per me è stata soprattutto una scuola di vita. All’inizio pensavo che gli americani fossero tutti un po’ matti. Non hanno paura di buttarsi, anche quando non hanno tutte le risposte o tutte le risorse. Celebrano il tentativo e non vivono il fallimento come qualcosa di cui vergognarsi. Mi ha colpito molto questa mentalità del “sbagliando si impara”: provaci, ritenta e la prossima volta andrà meglio. È probabilmente l’insegnamento più importante che vorrei portarmi dietro se un
giorno tornerò a vivere in Europa.
Spesso riescono a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, senza il peso della storia e delle aspettative che il Vecchio Continente si porta sulle spalle. A volte con un po’ di arroganza, certo, ma anche con una libertà che trovo affascinante. Talvolta ci sfuggono i particolari nei viaggi brevi o nei soggiorni occasionali.

Cosa trovi di comune negli USA che c’era nella Buccinasco in cui sei vissuta fino ed oltre gli studi universitari?

La pasta Rummo sugli scaffali del supermercato… e poco altro! Però quest’anno mi sono trasferita vicino a una chiesa. Non per particolare religiosità, ma perché posso sentire le campane. Ecco, il suono delle campane per me significa immediatamente domenica. Mi riporta a casa, alla tranquillità delle mattine passate in bicicletta a Gudo Visconti e ai pranzi in famiglia. Qui è una sensazione rara e, proprio per questo, preziosa.

Avendo da poco superato i trenta ti senti più cittadina del mondo, italiana, americana e perché?

Nessuna delle tre, almeno per ora. Mi sento una cittadina europea in trasferta in America. Chissà, forse tra qualche anno mi sentirò davvero cittadina del mondo. Sicuramente mi ritrovo molto nelle persone che hanno vissuto esperienze internazionali e che hanno costruito la propria vita lontano dal Paese d’origine. Con loro riesco spesso a creare amicizie e connessioni profonde. Però negli ultimi anni sto cercando di essere meno selettiva e di aprirmi di più anche alla cultura americana.

Raccontaci cosa ti cucini la sera oppure quali prelibatezze americane tentano, senza riuscirci, di appesantire la tua dieta

Un buon hamburger americano è imbattibile! Ogni domenica è una lotta tra pizza e cheeseburger. A casa cucino in modo piuttosto semplice durante la settimana, ma adoro invitare amici a cena e preparare pasta o risotto per tutti. Sono una grande amante del pesto, anche se qui sembra che tutti preferiscano la pasta al ragù.

Cosa manca di americano in Italia e cosa è introvabile negli States di italiano?

A dire il vero, oggi credo che all’Italia non manchi quasi nulla dal punto di vista materiale. Si trova tutto, spesso con una qualità eccellente. Quello che forse manca è la facilità con cui negli Stati Uniti si costruiscono relazioni professionali e opportunità. Gli americani sono molto aperti al networking, alle presentazioni e alle collaborazioni. C’è meno timore nel contattare qualcuno che si ammira, chiedere un consiglio o proporre un progetto. È una mentalità molto orientata al “proviamoci” che trovo estremamente positiva e che mi ha aiutato sia nella mia carriera in banca sia nei miei progetti personali.
Per quanto riguarda ciò che è difficile trovare negli Stati Uniti, direi innanzitutto un buon calzolaio e un bravo sarto a prezzi ragionevoli. Qui si tende a buttare via tutto perché riparare spesso costa troppo. La settimana scorsa ho portato due paia di mocassini da sistemare e ho speso quasi 100 dollari, mancia esclusa.
Oltre a questo, mi manca molto la vita di quartiere italiana: il bar sotto casa dove ti conoscono per nome, il panettiere, i piccoli negozi specializzati e la possibilità di fare tante cose a piedi. Sono dettagli che in Italia diamo per scontati, ma vivendo all’estero ci si rende conto di quanto contribuiscano al senso di comunità e alla qualità della vita quotidiana.

Dai un saluto ad amici che vivono in Italia confortandoli anche sulla felicità della tua scelta

Un grande saluto a tutti. Se c’è una cosa che ho imparato vivendo all’estero è che non esiste un posto perfetto. Ogni luogo ha i suoi pregi e i suoi difetti. Io sono felice della scelta che ho fatto perché mi ha permesso di crescere, di conoscermi meglio e di costruire una vita che sento mia. Ma non credo che la felicità dipenda da un Paese piuttosto che
da un altro. Credo invece che dipenda dalla curiosità con cui affrontiamo il mondo, dalla capacità di mettersi in gioco e dalle relazioni autentiche che riusciamo a costruire lungo il percorso. E l’Italia, da questo punto di vista, rimane sempre casa.

Massimo Biadigo