Perché i commenti che celebrano i mafiosi non devono (quasi mai, nel limite della decenza) essere cancellati dai social: il commento
BUCCINASCO – La morte di Domenico Papalia ha sollevato domande: per esempio su chi sarà il successore dell’indiscusso boss tra i più potenti delle ‘ndrine trapiantate nell’hinterland milanese. Così come ha suscitato preoccupazione e attenzione (in realtà mai abbassata) tra gli inquirenti, per il cambio di assetti criminali che, ancora oggi, comandano, o pensano di comandare, i nostri territori.
Ha scaturito polemiche, indignazione: in particolare quei messaggi di condoglianze, di difesa del boss e di attacco a chi, al contrario, ha espresso palesemente di non piangere la morte di uno dei capisaldi della ‘ndrangheta esportata dalle province calabresi a quelle dell’hinterland milanese.
In ogni modo, in ogni caso, la scomparsa di Micu Papalia, morto a 81 anni per le complicanze polmonari, probabilmente dovute anche al contagio da legionella che ha aggravato la già precaria condizione oncologica, ha aperto dibattiti e scontri, anche accesi, soprattutto sui social.
Quasi mezzo secolo dietro le sbarre
Chi era Domenico Papalia? Fratello di Antonio (ergastolano) e Rocco (uscito dal carcere nel 2017 dopo aver scontato circa 27 anni di carcere e due di casa lavoro, figli dei capostipiti della mafia platiota. Micu Papalia c’è stato per 49 anni in carcere, senza interruzioni. Praticamente, oltre la metà della sua vita l’ha passata dietro le sbarre, mentre il mondo cambiava, anche quello mafioso.
Secondo gli inquirenti in cella viveva un’esistenza multipla
Gli inquirenti, nelle carte delle inchieste, dicono che Papalia, chiuso in cella, viveva un’esistenza multipla: da una parte, detenuto “modello”, studioso, attento ai cambiamenti dell’attualità. Dall’altra, la reclusione non gli avrebbe impedito di imbastire affari e decidere di porre fine, per mano di sicari, alla vita anche di chi alla mafia resisteva. Era accusato, poi
scagionato, dell’omicidio del rivale Antonio D’Agostino, a Roma (1976), e poi di essere il mandante dell’assassinio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, ammazzato nel 1990 vicino a Carpiano con sei colpi di calibro 38. Un omicidio che fece discutere e che aprì capitoli oscuri sull’organizzazione della Falange Armata e sui presunti rapporti tra servizi segreti deviati e mafie.
Secondo le carte delle inchieste, Mormile si sarebbe rifiutato di fornire una relazione positiva per concedere i permessi premio proprio a Micu Papalia.
Era agli arresti domiciliari da metà luglio per motivi di salute
Il boss 81enne era stato scarcerato a metà luglio di quest’anno e scontava i domiciliari a casa di un parente, il genero Domenico “u murruni” Trimboli, 66 anni, individuato, secondo le prime ipotesi, come suo successore.
Per la scarcerazione di Papalia, negli ultimi anni, si sono mosse associazioni e comitati, ritenendo il carcere duro troppo duro, appunto, per chi era già appesantito dalla malattia. Nessuna pietà, invece, secondo altri che volevano il serio pentimento per i gravissimi reati commessi, ma sempre negati da Micu.
Nomi che hanno fatto la storia (e continuano a scriverla) della ‘ndrangheta nel sud Milano
I Papalia, come i Barbaro, hanno fatto la storia (e continuano a scriverla) della ‘ndrangheta nel sud Milano, riuscendo a trovare accordi tra le cosche e annientando i deboli rivali, anche grazie, sempre secondo le informative degli inquirenti, agli efficaci tentativi di Micu di risolvere diatribe e scontri per il predominio. Una storia, quella della ‘ndrangheta locale importata dalla provincia di Reggio Calabria e dai terreni impervi dell’Aspromonte, fatta di omicidi, sequestri, anche di giovanissimi e bambini, di sparatorie a sangue freddo, di traffici di tonnellate di cocaina nascoste sotto le chiglie delle navi mandate in mare dai terribili narcos del sudamerica, direzione Olanda e Italia.
Una storia di intimidazioni, di movimenti terra con rifiuti tossici buttati nei terreni, grazie anche alla compiacenza di certi
operatori che agivano un po’ per paura e un po’ per affari sporchi. Una storia di mafia che si è insinuata prepotente, tra impotenza di chi tanto poteva fare e la compiacenza del potere di pochi sulla vita di molti.
La questione dei commenti sui social
Certe storie non finiscono: decine i commenti sui social per porgere le condoglianze alla famiglia del boss. Togliendo quelli dei parenti che, nel bene o nel male rimangono parenti e difficilmente si può pensare di privarli della libertà di esprimere il proprio dolore; mettendo da parte chi non conosce la storia, le storie di mafia, e viene spinto a scrivere “riposi in pace” al boss solo per spirito cristiano e caritatevole.
Ecco che ne rimangono alcuni, pochi ma troppi, che esprimono il dolore per questa morte con tanta consapevolezza e molta ignoranza (quei “quando c’erano loro si stava meglio”, forse, per capire, da rivolgere ai parenti dei bambini e dei giovanissimi interrati, chiusi in buche e fatti morire come animali al macello per intascare i soldi dei sequestri e investirli in traffici di droga e armi).
Qualcuno, anche autorevole e che di mafia ne sa, parla di “cancellare i loro commenti, bannare quei personaggi, farli sparire dal panorama social”. Ma se per combattere la mafia, come diceva il giornalista-giornalista Giancarlo Siani, bisogna conoscerla e riconoscerla, come possiamo individuare coloro che ci circondano, gli insospettabili anche, se non lasciamo quei commenti di elogio ai mafiosi?
Come possiamo individuare il male e l’ignoranza di chi governa una mente capace di elaborare un pensiero, e renderlo pubblico, di celebrazione di un boss? Quei commenti hanno, proprio di fianco a quelle parole di orrore, un volto, un nome, un cognome. Fanno capire che chi esprime quei pensieri spaventosi è di fianco a noi, porta i figli nelle nostre scuole, stanno dietro al balcone del bar dove andiamo a prendere il caffè, a riordinare i medicinali della farmacia. Gente comune, ma non gente come noi.
Lasciare quei commenti ben visibili serve a questo: a individuare il male, a saperlo riconoscere. E, magari, a evitarlo. E isolarlo.
Francesca Grillo