Mi sono fatto “regalare” da Pietro per il suo diciottesimo compleanno un’intervista che mi aiutasse a comprendere il suo mondo, che da cronista curioso mendicavo da due anni. Pietro resta un personaggio, taciturno e grande osservatore della realtà, sempre alla ricerca del giusto… il resto lo lascio scoprire a ciascuno di voi.
Un’intervista… al posto del “discorso che mai avrebbe fatto”. Offro a Pietro, un aiutino: tracce di domande che chiedono risposte. Il tutto sotto lo sguardo attento e silenzioso dei suoi genitori, dei nonni, degli zii e cugini vari…
Per il suo diciottesimo compleanno Pietro ha accettato di raccontarsi
“Mi chiamo Pietro Bassi e ho diciotto anni. Se penso a diciotto anni fa, naturalmente non ricordo nulla, ma oggi mi accorgo che la mia vita è stata fin dall’inizio dentro una storia grande, fatta di famiglia, incontri, domande, amicizie e cambiamenti.
Negli anni ho preso sempre più coscienza di appartenere a un nucleo familiare vasto. È una cosa che ho capito un po’ alla volta, ma che ultimamente mi appare con più chiarezza. Mi colpisce vedere che, quando ci ritroviamo, non siamo divisi tra i parenti di mia mamma e quelli di mio papà: siamo tutti insieme. Questa unità, che forse da piccolo davo per scontata, oggi la riconosco come qualcosa di bello e prezioso.
I genitori
Anche il rapporto con i miei genitori lo sto comprendendo meglio adesso che sto crescendo. Con mia mamma ho sempre avuto un rapporto più tranquillo, meno litigioso. Con mio papà, invece, il confronto è spesso più acceso. Lui ci tiene molto a farci chiedere il perché delle cose. Non si accontenta che io o le mie sorelle facciamo qualcosa senza pensarci davvero. Quando ci incalza con le domande, a volte ci spazientiamo e reagiamo male, ma so che dietro c’è un bene. Mio papà non lo fa solo con noi: lo fa con tutti, anche con mia mamma. È il suo modo di stare davanti alla realtà.
Di entrambi, però, so una cosa: sono dalla mia parte. Mi sostengono nelle cose che faccio, soprattutto quando sono sensate. E quando ci sono situazioni in cui sarebbe meglio non mettermi, non si limitano a vietarmele. Cercano di farmi capire le ragioni, di aiutarmi a guardare più a fondo. In casa nostra c’è un confronto costante, magari non sempre semplice, ma vero.
La mie sorelle
Un posto importante nella mia vita lo hanno anche le mie sorelle. Non le considero impicciose. Ognuno di noi tende a farsi un po’ i fatti propri, ma ci sono momenti in cui ci ritroviamo davvero, soprattutto a cena. Quando siamo in buona giornata, raccontiamo quello che è successo durante il giorno o durante la settimana. È un momento bello, perché si possono condividere sia le cose brutte, su cui confrontarsi, sia quelle belle, da raccontare con gioia. Non ci si trova mai davanti a una platea muta: c’è sempre qualcuno che ascolta, commenta, partecipa.
I nonni
Tra le persone fondamentali della mia vita ci sono poi i miei nonni. Sono stati una presenza costante, soprattutto durante la settimana. Si sono sempre resi disponibili per me, per le mie sorelle, per i miei cugini, aiutando i nostri genitori quando erano al lavoro. Ci hanno accuditi, ci hanno cucinato, aiutato nei compiti, fatto giocare. Con loro ho trascorso tantissimo tempo. E sì, dai nonni si mangia anche molto bene.
La scuola e gli amici
Negli ultimi anni, però, un grande cambiamento è arrivato anche attraverso la scuola e gli amici. Prima frequentavo il liceo classico, poi, dopo due anni, sono passato al linguistico alla Regina Mundi. Lì ho incontrato un gruppo di amici legato a GS, Gioventù Studentesca. Questo incontro mi ha cambiato molto.
La cosa che più mi colpisce di questa amicizia è il modo in cui stiamo insieme. È diverso da come sto con alcuni compagni di classe o di squadra. È un’amicizia che non esclude nessuno e non esclude niente di nessuno. Se sei timido, silenzioso, se tendi a stare nel tuo — come ero io prima di incontrarli — non ti lasciano ai margini. Ti coinvolgono, ti fanno entrare, ti fanno sentire parte di qualcosa. Per me questa è un’amicizia ideale, perché mi aiuta a essere più me stesso.
Il calcio
Un altro pezzo importante della mia vita è sempre stato il calcio. Per tanto tempo l’ho considerato quasi lo scopo della mia vita. Soprattutto nell’ultimo periodo al Romano Banco, quando il livello si era alzato, e poi con il passaggio dai provinciali ai regionali, mi sembrava che si stessero mettendo i mattoncini del mio sogno: diventare un calciatore professionista.
Poi, però, incontrando questa nuova amicizia e facendo anche un lavoro su me stesso, ho iniziato a guardare meglio quello che provavo. Mi sono accorto che stavo snaturando ciò che per me significa giocare a calcio. Per me il calcio era divertimento, espressione, libertà. Invece ultimamente stava diventando soprattutto performance. Se giocavo bene o mi allenavo bene, allora la giornata andava bene; se andava male, tutto diventava pesante. Ho capito che qualcosa si era rovesciato e che dovevo tornare all’origine del mio desiderio.
La festa dei miei diciotto anni
Oggi, guardando la festa dei miei diciotto anni, sono grato. In realtà io non ero nemmeno sicuro di volerla fare. Pensavo che non mi sarebbe cambiato molto. Invece, vedendo tutte le persone presenti, ascoltando il messaggio delle mie sorelle, di mio cugino Marco e della zia, mi sono commosso. Ho capito ancora una volta che la mia vita è piena di volti che mi vogliono bene.
A tutti quelli che sono venuti a festeggiarmi direi semplicemente grazie. Grazie perché, anche quando non me ne accorgo subito, la vostra presenza mi ricorda che non sono solo. Diciotto anni non sono solo un traguardo: sono l’inizio di una consapevolezza nuova. Quella di essere cresciuto dentro una compagnia grande, fatta di famiglia, amici, domande, correzioni, affetto e desideri che cambiano forma, ma non smettono di indicarmi chi sono”.
Caro Pietro grazie del tuo raccontarti, dove resta evidente che il tuo sguardo guarda nella stessa direzione dello sguardo della tua famiglia… che non smette mai di guardare verso l’Infinito…
Bella storia, il tuo viaggio continua! In quanto al calcio, che dire… “Chi vive la vita con interesse non potrà mai essere banale o fermarsi alla prima scoperta”
A cura di Renato Caporale