storie di quelli che possiamo definire "eletti"

Rompere l’indifferenza: il grido di “Vite e Altre Vite”, portato in scena da Comteatro Corsico

Vi raccontiamo quello che è accaduto al Parco Giorgella di Corsico dove è andato in scena "Vite e altre vite", il saggio finale degli allievi del Comteatro Studio,

Rompere l’indifferenza: il grido di “Vite e Altre Vite”, portato in scena da Comteatro Corsico

Il teatro, quando assolve alla sua funzione più alta, non intrattiene: sveglia. È esattamente quello che è accaduto al Parco Giorgella di Corsico nel weekend del 13 e 14 giugno, dove è andato in scena “Vite e altre vite”, il saggio finale degli allievi del Comteatro Studio, con la regia di Claudio Orlandini.

Rompere l’indifferenza: il grido di “Vite e Altre Vite”, portato in scena da Comteatro Corsico

CORSICO – Anche se, forse, è superficiale chiamarlo semplicemente “saggio”. Quello a cui il pubblico ha assistito è stato un vero e proprio viaggio itinerante in quattordici tappe; un percorso drammaturgico brutale e necessario che ha messo lo spettatore di fronte a uno specchio scomodo.

Il vero fulcro concettuale dello spettacolo risiede in una dinamica psicologica e sociale che definisce la nostra specie: la tendenza a voltarsi dall’altra parte. L’essere umano medio possiede una straordinaria e spaventosa capacità di ignorare il dramma altrui. Evitiamo il conflitto, fuggiamo dalle storture del mondo, ci rifugiamo nel nostro privato sperando che la tempesta colpisca qualcun altro. Sbattiamo la testa contro le difficoltà solo quando queste ci arrivano addosso con la violenza di un treno in corsa. Solo allora, quando il problema diventa personale, siamo costretti a farci i conti.

Ma lo spettacolo messo in scena dagli attori e dalle attrici del Com dimostra che la storia non si muove grazie alla massa indifferente. Si muove grazie a eccezioni straordinarie. A quelle persone che cercano di combattere quella maledetta cecità volontaria dell’Essere Umano.

Il “non-palco”

Sul “non-palco” (che anche qui, azzera la distanza tra attori e pubblico) immerso nel verde del parco si sono alternate le storie di quelli che possiamo definire “eletti”, anime disposte al sacrificio estremo per spingere l’umanità un passo più avanti verso la giustizia e l’amor proprio.

La tesi dello spettacolo è lucida e priva di retorica: la lotta di questi giganti è duplice, e per questo tragica. Essi non devono combattere solo il nemico manifesto (il potere, la malattia, il razzismo, la guerra, le mafie), ma devono fare i conti con un avversario ancora più subdolo: l’indifferenza di chi li circonda. Quasi sempre, l’umanità si accorge del loro operato solo dopo. Molto dopo. Quando il sangue è già stato versato e la transizione è compiuta, allora celebriamo come eroi coloro che in vita abbiamo isolato o deriso.

Il focus su quattordici esistenze fuori dal comune

Il cuore pulsante della messa in scena è stato la riscrittura per corti teatrali di quattordici esistenze fuori dal comune: da Giovanna D’Arco, archetipo del sacrificio guidato da una visione, bruciata dal fuoco dell’intolleranza e della paura umana, a Franco Basaglia, che ha scardinato i cancelli dei manicomi quando la società preferiva nascondere i “matti” piuttosto che curarli. Da Nina Simone, capace di trasformare la sua rabbia e la sua musica in un’arma politica contro il razzismo sistemico, morendo un po’ ogni volta, a Letizia Battaglia, che ha usato l’obiettivo fotografico come un’arma di verità, guardando in faccia la mafia e la guerra, senza sconti, passando per Jane Goodall, Cesare Pavese, Gerda Taro e tanti altri.

Uno spettacolo in forma itinerante: per vedere, bisogna muoversi

Gli allievi di Comteatro hanno dato corpo e voce a figure che hanno pagato a caro prezzo il loro rifiuto di allinearsi. La scelta di Claudio Orlandini di strutturare lo spettacolo in forma itinerante non è solo un espediente scenico, ma una metafora perfetta del tema trattato. Lo spettatore non può rimanere comodamente seduto sulla sua sedia a subire passivamente la storia. Per vedere, bisogna camminare. Per scoprire i piccoli teatri allestiti nel parco, bisogna muoversi, spostarsi fisicamente, fare un po’ di fatica. È un invito macroscopico a uscire dal proprio torpore, a non girarsi dall’altra parte. Ogni cortometraggio teatrale ha rappresentato uno schiaffo emotivo, un promemoria del fatto che il progresso di cui godiamo oggi è stato pagato con la solitudine e il sacrificio di pochi eletti.

“Vite e altre vite” non lascia spazio alla consolazione, ma instilla un dubbio fondamentale: fino a quando continueremo a ignorare i nostri angeli prima di accorgerci che ci stanno salvando?

A chiudere, abbiamo fatto tre domande a Claudio Orlandini

Quanto sei soddisfatto di quest’anno accademico, del percorso e dello spettacolo finale che si è svolto nelle due serate?

Il bilancio didattico è straordinariamente positivo. È stato un anno intenso, incentrato sulla ricerca intorno alla “biologia dell’attore” e arricchito da un focus autobiografico legato a grandi personaggi storici. Nonostante la complessità dei temi e la sfida di coordinare ben 14 corti teatrali, il riscontro è stato di altissimo livello, sia sul piano interpretativo che drammaturgico. Anche se da regista mantengo sempre uno sguardo critico su alcuni dettagli, la soddisfazione più grande resta la risposta degli allievi: si sono spesi senza riserve, mettendo a nudo la propria esperienza personale.

Quanto è diverso, fare una performance in loop che ha richiesto scrittura, regia, interpretazione rispetto a uno spettacolo classico.

Sono due paradigmi creativi opposti. Lo spettacolo tradizionale professionale oggi è schiacciato da costi proibitivi e tempi ridotti; il regista deve arrivare il primo giorno con idee già cristallizzate, sacrificando la ricerca e la sperimentazione. Il formato dei corti itineranti si basa invece sull’intuizione immediata, nel qui e ora della relazione con lo spazio e con gli allievi. Non lavorando con una compagnia scelta ma con un collettivo in formazione, la complessità è amplificata da dinamiche relazionali, fragilità e sbalzi d’umore che richiedono al regista istinto e velocità d’intervento. Il nostro compito
pedagogico è educare all’ascolto e alla gestione di queste criticità. Infine c’è la dimensione economica: l’assenza di budget, che sulla carta sembrerebbe libertà, si traduce in una responsabilità umana enorme. Dobbiamo guidare verso il rigore professionale ragazzi che non hanno ancora scelto se questo sarà il loro mestiere.

Mi è parso che ci fosse un fil rouge a volte invisibile altre volte evidenziato dai vari spettacoli, ossia quello delle ingiustizie. Mi sono segnato un pensiero che mi è venuto passando da una postazione all’altra, ossia: gli umani ignorano, ignorano fino a che qualcosa non tocca direttamente loro. Da quel momento entrano in contatto con le proprie fragilità, pulsioni, emozioni, sensibilità. Fino all’attimo prima però solo in pochi hanno quella capacità di accorgersi degli altri e delle “vite degli altri”. Cosa ne pensi?

Non posso che darti ragione: sei sulla strada giusta. È proprio nei momenti di crisi che emerge l’esigenza profonda di fermarsi, di riflettere e di andare a toccare quelle corde intime e sensibili della nostra esistenza che solitamente tendiamo a proteggere o a tenere a distanza, forse per paura di soffrire. Spesso preferiamo scivolare sulla superficie della vita
proprio per evitare quel dolore. Questa esperienza teatrale ha offerto a tutti noi l’opportunità preziosa di mappare le fragilità degli autori scelti (da me e da Davide del Grosso, che ha coordinato i gruppi nella drammaturgia). La nostra selezione non è stata casuale: abbiamo voluto dare voce a figure che hanno attraversato la tempesta della difficoltà e che sono state capaci di sublimare quella sofferenza, trasformandola in azioni concrete e universali, utili per la collettività, per
l’umanità e per l’ambiente.
La vulnerabilità è un tratto che accomuna ognuno di noi, ma la vita quotidiana tende a anestetizzarla; serve un evento d’impatto per costringerci all’ascolto. Gli autori che abbiamo trattato sono legati da un sottile filo rosso: ognuno di loro ha saputo far scaturire dal proprio trauma un gesto poetico inedito, potente e sorprendente. Ed è precisamente per questa loro capacità di trasmutazione che oggi vale la pena ricordarli e portarli in scena.

Fabio Fagnani