cosa significa crescere nell'era digitale?

“Fuori dagli Schermi”: dialogo, consapevolezza e comunità contro la dipendenza digitale. L’intervista a Donato Salvia

Un’intervista sulle sfide educative tra dipendenza digitale, bullismo e cyberbullismo, e sul ruolo centrale degli adulti nell’ascolto e nella prevenzione del disagio giovanile

“Fuori dagli Schermi”: dialogo, consapevolezza e comunità contro la dipendenza digitale. L’intervista a Donato Salvia

C’è una scena che Donato Salvia non riesce a togliersi dalla testa: un bambino immobile, gli occhi incollati allo schermo di uno smartphone. Non un momento di svago, ma una sorta di assenza silenziosa che, nel tempo, si è trasformata in una domanda sempre più urgente: stiamo davvero comprendendo cosa significa crescere nell’era digitale?

“Fuori dagli Schermi”: dialogo, consapevolezza e comunità contro la dipendenza digitale

Da questa riflessione è nato “Fuori dagli Schermi”, un progetto educativo che negli ultimi anni ha coinvolto scuole, famiglie e associazioni sportive – sostenuto anche da alcuni Centri Midas milanesi – con un obiettivo tanto semplice quanto ambizioso: restituire valore al dialogo, alle relazioni e alla presenza reale.

L’intervista a Donato Salvia

In questa intervista Donato Salvia racconta le sfide incontrate sul campo, il ruolo fondamentale dei genitori nella prevenzione della dipendenza digitale, gli strumenti per contrastare bullismo e cyberbullismo e la convinzione che continua a guidare il suo lavoro: dietro molti comportamenti problematici non ci sono ragazzi disinteressati al confronto, ma giovani che attendono soltanto qualcuno disposto ad ascoltarli davvero.

Il manifesto del progetto si basa sul principio “Virtuale è reale”, un concetto fondamentale ma spesso difficile da interiorizzare per gli adolescenti. Qual è stata la sfida più grande nel trasformare questo slogan in una reale presa di coscienza?

La nostra sfida parte ancora prima dei ragazzi: parte dai genitori. Spesso sono i primi, inconsapevolmente, a “spacciare”  l’idea che sia normale parcheggiare un bambino davanti a uno schermo per ritagliarsi un po” di tempo libero. Ma il nostro messaggio non vuole essere un atto d’accusa. Al contrario. Diciamo ai genitori: “Non siete soli in questa battaglia”. Bisogna comprendere le dinamiche della dipendenza digitale e, se necessario, ridimensionare anche il proprio utilizzo degli schermi. Solo così si può diventare un esempio credibile per i figli.

Dal punto di vista pedagogico, quali strumenti si sono rivelati più efficaci per abbattere l’aggressività e la distanza che spesso nascono dietro uno schermo?

La sfida è ancora lontana dall’essere vinta, ma il fatto che la consapevolezza stia aumentando ci fa ben sperare. Oggi ci stiamo rivolgendo anche alle associazioni sportive, proponendo la campagna non soltanto come uno strumento per migliorare le performance dei ragazzi, ma anche come un’pportunità per costruire una nuova cultura del dialogo. Se
si riesce a far comprendere a genitori e figli i vantaggi di una buona comunicazione, gran parte del lavoro è già fatta, perché a tutti piace vivere relazioni sane e positive.

Bullismo e cyberbullismo sono fenomeni sempre più diffusi. Come si possono prevenire e contrastare?

Noi dividiamo i ragazzi in tre categorie: i bulli, i bullizzati e tutti gli altri. Ed è proprio quest’ultimo gruppo, il più numeroso, a poter fare la differenza. Basta non compiacere, non applaudire, non sostenere comportamenti basati sulla derisione dei più deboli per cambiare molte cose. Il punto è far comprendere ai giovani che il diritto e le regole non sono ostacoli da aggirare, ma strumenti che permettono una convivenza migliore. Anche noi adulti, però, abbiamo delle responsabilità. Pensiamo, ad esempio, a certi esami o sistemi educativi che sembrano costruiti per mettere in difficoltà chi apprende invece che per insegnare davvero. Il rischio è che il ragazzo impari a superare il test senza comprenderne il significato. I social network, poi, amplificano enormemente queste dinamiche.

Il progetto sostiene che “la cultura è comunità”. In una società sempre più individualista e automatizzata, come si costruisce questo senso di appartenenza?

Fortunatamente il buon senso, nella storia, ha quasi sempre avuto la meglio, anche se talvolta con ritardo. Pensiamo alla nostra Costituzione: nasce dopo vent’anni di fascismo e ci consegna principi straordinari che, se applicati, funzionano ancora oggi. Quando si torna a proporre il dialogo all’interno delle famiglie e si ristabilisce una comunicazione autentica,
quella di cui ogni essere umano ha bisogno, i risultati arrivano. Per questo continuiamo a puntare sulla relazione e sull’ascolto.

Qual è il ruolo delle famiglie? E come dovrebbero comportarsi davanti a un caso di dipendenza da schermo?

Esistono diversi livelli di abitudine e dipendenza. Sul sito della campagna mettiamo gratuitamente a disposizione un manuale intitolato “Fuori dagli schermi in sette giorni”, pensato proprio per aiutare i genitori. La parola chiave è dialogo. La vera arma è la prevenzione. Anche nei casi più complessi si può intervenire, ma servono tempo, costanza e l’impegno di tutta la famiglia. Il punto fondamentale è che le famiglie siano informate sui danni che un utilizzo eccessivo degli schermi può provocare. Se insegnanti, pediatri e genitori condividono queste conoscenze, diventa più semplice fare scelte consapevoli e comprendere, ad esempio, che non è necessario regalare uno smartphone a un bambino già alla Prima
Comunione.

“Fuori dagli Schermi” è un progetto replicabile su scala nazionale? Quali competenze saranno sempre più centrali per il futuro della campagna?

Sarò sincero: su questo tema parlo più con il cuore che con la testa. Faccio semplicemente ciò che ritengo utile per aiutare le famiglie. Mi fa soffrire vedere bambini immobili davanti a un cellulare. Se il libro della campagna, che è un vero e proprio manuale pensato per arrivare ai genitori, diventasse un testo di riferimento, sarei già molto soddisfatto.

Oggi il volume è stato tradotto anche in inglese e in spagnolo per raggiungere più famiglie possibile. Uno sforzo che è stato
reso possibile grazie ad alcuni imprenditori che hanno creduto nel progetto e hanno deciso di sostenerlo. Anche il nostro sito è disponibile in lingua inglese per ampliare ulteriormente la diffusione del messaggio.

Se dovesse scegliere un’immagine simbolo che rappresenta il successo e il significato più profondo di questo progetto, quale sarebbe?

Ancora prima di studiare il fenomeno, avevo la sensazione che vedere un bambino con gli occhi bloccati su uno schermo fosse qualcosa di innaturale. È da quella convinzione che è nato tutto. Ma l’episodio che più mi ha segnato è stata la lettera di una mamma che, grazie al percorso intrapreso, era riuscita a ristabilire il dialogo con i propri figli. Ha scoperto che i ragazzi non desideravano altro che essere ascoltati e poter comunicare davvero. Per lei è stata una sorpresa enorme, e l’entusiasmo con cui me lo ha raccontato è probabilmente la fotografia più bella del senso di questa iniziativa. Per maggiori informazioni vi rimando al sito fuoridaglischermi.org.

Fabio Fagnani