Allenatore, formatore, volontario. Tre parole che descrivono solo in parte ciò che Massimo Biadigo rappresenta per Buccinasco.
Massimo Biadigo, l’energia silenziosa che fa crescere Buccinasco
BUCCINASCO – Anima storica dell’associazione sportiva Bionics, Biadigo ha ricevuto dal Comune di Buccinasco il Premio Castellum per il suo impegno instancabile, sportivo e sociale, un impegno che nel tempo è diventato un punto di riferimento per centinaia di ragazzi e famiglie.
Per lui, lo sport non è mai stato soltanto una disciplina o un insieme di regole: è un linguaggio educativo, un luogo collettivo dove crescere insieme e imparare a stare al mondo. Attraverso il lavoro quotidiano con i giovani ha saputo trasmettere valori semplici ma fondamentali — rispetto, dedizione, spirito di squadra, responsabilità — accompagnando
generazioni intere in un percorso di crescita sportiva e umana.

La sua collaborazione gratuita con l’Amministrazione, in particolare per la realizzazione della Festa dello Sport, dimostra un senso di appartenenza autentico, fatto di concretezza e servizio. Non cerca riconoscimenti né ribalte, e proprio per questo la sua figura è diventata negli anni uno dei simboli della Buccinasco che costruisce, educa e unisce.
L’intervista
In questa intervista, Massimo si racconta con sincerità e misura, ripercorrendo la sua storia e lo sguardo che continua a rivolgere ai giovani e al futuro.
Partiamo dal premio. Come ti ha fatto sentire ottenere questo riconoscimento? Te lo saresti mai immaginato?
Il riconoscimento, totalmente inaspettato, rafforza — ove ce ne fosse bisogno — il piacere che da tanti anni provo nel dedicarmi allo sport e, più recentemente, nel contribuire come volontario alle iniziative locali. Per me rappresenta una conferma preziosa: una testimonianza che il tempo donato, le energie spese e la passione condivisa hanno lasciato un segno nella comunità.

Da quanti anni ti impegni per portare lo sport il più vicino possibile alle persone e ai ragazzi?
Tutto è iniziato quando eravamo ragazzi, a metà degli anni ’70. Gli allenatori e i dirigenti delle associazioni sportive ci chiedevano piccoli servizi: pulire la palestra, scrivere per il giornalino, attaccare i manifesti delle partite della prima squadra, aiutare i bambini dei corsi. Per noi non era un obbligo: era un onore, quasi un premio. Sono cresciuto così, con l’idea che lo sport fosse un intreccio di responsabilità, partecipazione e comunità. E dove posso, cerco ancora oggi di portare avanti quello spirito. I tempi sono cambiati, e più di una volta, ma ogni volta che tornavo ad allenare ritrovavo la
stessa gioia genuina di quando avevo vent’anni.
L’età avanza, ma la passione rimane. Come sei cambiato in questi anni? Quali difetti hai smussato e quali pregi hai valorizzato?
Sui difetti potremmo scrivere enciclopedie, e forse proprio per questo ho sempre cercato di insegnare come affrontarli. L’errore è un compagno di viaggio: ci obbliga a ricalibrare la rotta, a trovare nuove risposte, a rialzarci dopo un obiettivo mancato. Nel tempo credo di aver migliorato la mia capacità di ascolto e di aver imparato a trasmettere entusiasmo anche nei momenti complicati: quando bisogna ricucire uno spogliatoio, recuperare un atleta scoraggiato o rimettere insieme un gruppo. Ho cercato di non frenare mai l’inclusione, provando a dare l’esempio di una tolleranza coerente, vissuta, non teorica. E poi, quando fai ciò che ami e ricevi sorrisi sinceri, l’età — con i suoi limiti — pesa davvero molto meno.
Dovessi tornare indietro nel tempo e parlare al Massimo bambino, quale consiglio gli daresti?
Gli direi di non avere troppa paura di sbagliare. Ci sono situazioni, da piccoli come da grandi, che vanno affrontate con decisione, accettando il rischio dell’imperfezione. Il tempo che passa non dovrebbe spingerci a rimuginare sul passato: presente e futuro hanno bisogno di tutta l’energia positiva che possiamo dare. Il “cosa sarebbe successo se…” resta un romanzo affascinante, e forse un giorno lo scriverò, ma appartiene alla fantasia più che alla vita vera.
Spesso si parla della generazione dei giovani senza comprenderla davvero. Tu che idea ti sei fatto? Eravate così diversi voi?
Da adolescente ho avuto un coach che, un giorno, mi convocò a casa sua soltanto per ascoltare le mie aspettative. Quel gesto, semplice e profondo, mi è rimasto dentro. Da allora ho sempre cercato di riproporlo: ogni gruppo che ho allenato l’ho messo davanti a un colloquio sincero, aperto, senza giudizi. Quando un giovane si sente ascoltato davvero —
a 360 gradi — le presunte differenze generazionali si riducono fino quasi a sparire. Le sfide cambiano, ma i bisogni di fondo restano simili. La tecnologia, invece, meriterebbe un capitolo a parte: più che colpa dei giovani, spesso è responsabilità del cattivo esempio degli adulti.

Cosa ti auguri per il futuro?
Per quanto riguarda il mondo dell’associazionismo, mi batterò sempre perché ogni ASD possa sostenere almeno un corso inclusivo. L’inclusione non può essere un accessorio, deve essere parte strutturale dello sport di base. Alle Amministrazioni pubbliche suggerisco di non disperdere ciò che di buono viene costruito: a volte la politica tende, a turno, a screditare iniziative preziose. E sarebbe un errore enorme. Credo profondamente che chi semina pace, educazione e tolleranza nel proprio territorio compia un gesto che ha effetti ben più grandi di quanto immaginiamo: è un modo concreto per riportare un po’ di ragione anche nei “massimi sistemi”.
Lo sport è spesso un mezzo per creare relazioni sociali, per divertirsi, per sfogarsi. Qual è la cosa migliore che ti ha insegnato?
Che non esiste partita senza un arbitro che può sbagliare e senza un avversario con cui condividere una sfida leale. Senza queste due figure fondamentali, io non mi sarei divertito, non avrei imparato nulla e non sarei diventato la persona che sono oggi.
Fabio Fagnani