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Il mondo del rugby raccontato dagli occhi di un’arbitra: l’intervista ad Alice

Dal campo da gioco al fischietto: un racconto di grandi passioni, sfide e di conquista di un ruolo nel rugby che rompe gli schemi

Il mondo del rugby raccontato dagli occhi di un’arbitra: l’intervista ad Alice

Il rugby è molto più di uno sport: è una scuola di vita fatta di sacrificio, rispetto e appartenenza. Per Alice, questo mondo è diventato casa fin da giovanissima, trasformandosi nel tempo da semplice curiosità a passione profonda. Dalla prima esperienza in una squadra composta solo da ragazzi fino ai campi della Serie A e alle competizioni internazionali, il suo percorso racconta determinazione, scelte difficili e la volontà di restare nel rugby anche quando la strada cambia direzione. Questa è la storia di come si può continuare a vivere il gioco… da un’altra prospettiva.

Il mondo del rugby raccontato dagli occhi di un’arbitra

“Ciao, sono Alice. Ho sempre praticato sport e ne ho fatti diversi nella mia vita. A 8 anni volevo diventare una ballerina della Scala. Quando poi a 11 anni ho incontrato il rugby giocato me ne sono innamorata. Non è stato un amore a prima vista, sono venuti a scuola a presentarcelo e mi divertiva, così ho provato un allenamento vero. Mi sono ritrovata in una squadra con solo ragazzi, ero l’aliena della situazione, ma in poco tempo sono diventata parte della squadra e prima mi sono innamorata del gruppo che mi aveva accolto, poi dello sport.

A 17 anni ho deciso che dovevo conoscere le regole, quindi ho fatto il corso arbitri ma il mio sogno restava quello di giocare in serie A (allora massima categoria femminile). A 22 anni ho coronato il mio sogno ma mi sono scontrata con una dura verità: non sarei riuscita a diventare medico se insieme all’università avessi voluto continuare a giocare.

Così, finita la stagione, ho smesso, ma il rugby non poteva uscire dalla mia vita. Da lì è iniziato il mio percorso da arbitro, con non poche difficoltà, che mi ha portata ad essere arbitro di serie A maschile e serie A elité femminile, e quest’estate ad una bellissima esperienza internazionale come arbitro per il 6 Nazioni U20 femminile dove ho diretto Irlanda-Francia. Nel frattempo mi sono laureata, ora sono medico della federazione medico sportiva italiana e lo sono diventata anche grazie alla mia esperienza nel campo sportivo”.

during the 2025 Six Nations Women’s Summer Series game between Scotland and Ireland in the Centre of Sporting Excellence, Caerphilly, Wales, Thursday, July 17th, 2025 (Photo by Geraint Nicholas / Inpho)

La nostra intervista ad Alice

La passione della pratica sportiva è un sentimento riconoscibile in molte discipline, quella per arbitrare un incontro deve essere altrettanto sentita: quando hai capito che fosse la tua strada nel rugby?

Non so dire il momento preciso in cui ho capito che fare l’arbitra fosse la mia strada; ho fatto il corso arbitri a 17 anni perché volevo conoscere tutte le regole dello sport che mi aveva scelta, dopo ho provato ad arbitrare, anche se all’epoca il mio obiettivo era giocare in serie A femminile. A 23 anni, al terzo anno di medicina mi sono ritrovata in difficoltà a portare avanti lo studio e l’attività sportiva, giocavo in serie A e mi allenavo tra Rozzano e Pavia 3 o 4 volte a settimana; ho dovuto scegliere tra le due cose ma ormai il Rugby era parte di me non potevo lasciarlo, così ho deciso di continuare a fare solo l’arbitro anche se mi piaceva meno del rugby giocato. Andando avanti col tempo mi sono vista crescere, ho iniziato a capire che potevo essere un buon arbitro e lo stare in campo sotto quella veste mi piaceva sempre di più. Ora che vedo i miei risultati capisco che questa è stata la strada giusta per me in questo sport.

Uno sport di grande contatto e di straordinario rispetto, di regole ed avversari soprattutto, appare spesso come una rarità nel pensiero collettivo: cosa maggiormente contribuisce a garantire e mantenere in ogni categoria questa sensibilità?

L’orgoglio. Mi spiego meglio: il rugby ha origini anglosassoni ed è sempre stato caratterizzato dal rispetto e dal fair play, e ai rugbysti piace essere etichettati come quelli che giocano “uno sport da bestie giocato da signori”, è quello che ci distingue dagli altri sport, soprattutto rispetto a quello che si vede nel calcio. Questo porta le società ad avere politiche che promuovono rispetto, tolleranza, inclusione e gioco di squadra. Molti allenatori e dirigenti sono consapevoli che in campo siamo tutti umani, ognuno da rispettare per il ruolo che ha anche quando sbaglia, per i confronti poi c’è il terzo tempo, che spesso è un momento di crescita oltre che di aggregazione.

Da donna arbitro trovi lo stesso riconoscimento del tuo ruolo in campo e sulle tribune negli incontri di campionati sia femminili che maschili?

Domanda molto complessa a cui rispondere. Ci sono tanti fattori che si possono prendere in considerazione, proverò a prenderli in considerazioni tutti cercando di spiegarmi nel modo migliore. Parlerò della mia esperienza, che è unica, ogni mia collega ha sicuramente esperienze con delle differenze e delle similitudini.
Il primo fattore da valutare è il genere. Parlando delle squadre, considerando un arbitro non conosciuto, se arbitri una categoria femminile le ragazze ti accolgono riconoscendoti come arbitro e in campo ti rispettano senza problemi, spesso sono più contente di avere una arbitra perché sanno che non saranno sottovalutate o trattate con supponenza (non sto dicendo che gli arbitri uomini le trattino così, sono loro che si sentono più accolte da un’arbitra). Le squadre maschili invece ti accolgono con un po’ di diffidenza, a volte mi è capitato che ci mettessero un attimo in più a realizzare che ero io l’arbitro. In campo inizialmente ti portano quel rispetto reverenziale dovuto al fatto che sei donna prima che arbitro, poi quando si accorgono che hai il polso della situazione l’atteggiamento cambia completamente, facilmente dopo una partita condotta discretamente rientrerai tra i loro direttori di gara preferiti. Parlando del pubblico, sempre in riferimento al genere, gli uomini nel pre-gara sono stupiti, le donne tifano per te e ti stimano, c’è molto girl power e i bambini sono sempre stupiti.
Il secondo fattore da valutare è se si è conosciute: in questo caso il fatto che io sia donna influisce relativamente poco, ci sono squadre a cui piaccio, e quando mi vedono sono contente, mentre altre sono meno contente, ma nulla che incida negativamente sul rispetto che viene tenuto durante la partita. Ormai io sono un nome e un volto conosciuto nel mondo del rugby, tra giocatrice e arbitra sono nell’ambiente da 20 anni, quindi è difficile che una società non abbia già un’idea su di me in quanto arbitro. In qualsiasi caso in campo per noi donne è un po’ più facile che ci sia rispetto dai giocatori, parlo
degli uomini, perché c’è ancora nel subconscio che alle donne si deve portare rispetto, e poi non posso nascondere che alcuni ti vedono come una ragazza che potrebbe interessargli e quindi tendono ad essere più carini.

Il rugby promuove regolarmente il terzo tempo al termine di una partita e si distingue per questo momento da tutti gli sport di squadra. Questo stacco genuino viene anche raccomandato dalla federazione e favorito dalla classe arbitrale?

Assolutamente si, la federazione, il comitato nazionale arbitri e le sezioni arbitrali ci incentivano a rimanere al terzo tempo. Per noi arbitri non è solo un momento per mangiare e bere una birra, o spritz come nel mio caso, ma è soprattutto un momento di confronto e di crescita con i tecnici, i giocatori e con la terna con cui si ha appena lavorato.

L’espulsione temporanea dal gioco è una regola nella pallanuoto e nell’hockey, e vorrebbe essere adottato nel calcio. Trovi sia una necessità o possa essere da valutare per la palla ovale?

Sin da quando ho iniziato a giocare 20 anni fa nel rugby il cartellino giallo rappresenta un’espulsione temporanea di 10 minuti (che corrisponde ad 1/8 del tempo totale di gioco), non so dire però quando sia stato introdotto ufficialmente. Nel 2024 si è iniziato a sperimentare il cartellino rosso da 20 minuti, usabile solo per alcuni tipi di espulsioni; la differenza rispetto ad un rosso definitivo è che la squadra del giocatore che ha preso il rosso dopo 20 min torna a giocare in 15 grazie all’ingresso di un altro giocatore, il giocatore colpevole dell’infrazione non può comunque più rientrare in campo per quella partita.

Vedere da diversi anni giovani e giovanissimi sfidarsi sui campi in realtà di diverse dimensioni ti ha fatto notare cambiamenti significativi tra atleti, associazioni ed il mondo di contorno dei genitori in tribuna?

Parlando da un punto di vista fisico i giocatori sono diventati più strutturati. Si è capito l’importanza della palestra per la costruzione dell’atleta e questo porta le squadre a spingere affinché i giocatori e le giocatrici integrino sedute di palestra agli allenamenti sul campo, portandoli ad essere più grossi. Anche il gioco si è sviluppato, non si gioca più come a inizio anni 2000. Dal punto di vista del rispetto e del fair play non è cambiato tantissimo, siamo una “razza” orgogliosa, ci piace che il nostro sport venga definito come quello dove c’è rispetto, questo porta i club a catechizzare (permettimi il termine) i giocatori e le rispettive famiglie che magari arrivano al rugby dal calcio, spesso in giro per le strutture e sulle tribune ci sono cartelli in cui si ricorda che “i giocatori giocano, gli allenatori allenano, l’arbitro arbitra e i genitori sono lì per divertirsi e tifare per la squadra”.

Spesso alcuni episodi, anche inattesi, possono determinare la prosecuzione o meno delle nostre scelte: hai un bel ricordo, tra i tanti, che ha rinnovato la tua passione per arbitrare con rinnovato entusiasmo?

Di ricordi belli ne ho tanti, due sicuramente spiccano, entrambi della stagione 2024/2025 e sono l’esordio in A maschile e l’esperienza come arbitra per il 6 Nazioni u20 femminile. Quando ho scelto di smettere di giocare per fare solo l’arbitro il mio desiderio era quello di arrivare ad arbitrare la serie A maschile, ho lottato tanti anni, ho lavorato molto, sono cresciuta come arbitro ma ad un certo punto non ci speravo più. Quando è arrivata la designazione ero al settimo cielo e mi sentivo pronta ma, quando mi sono trovata in campo ad arbitrarla, è stato in quel momento che ho capito di essere giusta nel posto giusto. Auguro a tutti di sentirsi così nella vita. Per quanto riguarda l’esperienza internazionale, beh, che dire, arbitrare in quel contesto con il TMO come si vede ai massimi livelli non ha paragoni, senti proprio di aver fatto un salto, un altro campionato. Dopo queste esperienze la mia “fame” di crescita ha iniziato ad ardere più forte e ogni partita è
un’occasione per migliorare qualcosa del mio arbitraggio.

Nel rugby voi arbitri siete sempre vicini ad azioni con grandi contatti a forte intensità: il rischio di qualche livido a fine partita non è nullo: come tranquillizzare un giovane arbitro ed un consiglio utile da dare?

Nessuno si sogna di restare a letto tutta la vita solo per la paura di sbattere il mignolino. Ecco, se ti piace arbitrare è lo stesso. Mentre arbitri e gestisci le mille situazioni che ti trovi davanti spesso non ti accorgi di eventuali colpi fortuiti, solo a casa scopri lividi che non capisci come siano comparsi. La cosa principale per prendere meno “botte” possibile è allenare la posizione e le linee di corsa, questo non garantisce che non ci saranno più lividi ma li riduce molto, e poi andare in palestra: un fisico con una buona massa muscolare è più tutelato durante eventuali scontri di gioco.

Iniziative nelle scuole ed attrezzature sono asset importanti per la promozione e sviluppo di ogni sport. C’è un’iniziativa che la federazione e la tua categoria hanno promosso con buoni riscontri e da imitare in generale?

Esiste un progetto che si chiama “rugby nelle scuole” promosso dalla FIR che tramite i club del territorio va nelle scuole a far conoscere e provare il rugby, a volte con varianti meno fisiche come il touch rugby o il tag rugby: nel touch il placcaggio è sostituito da un tocco a due mani mentre nel tag ogni giocatore indossa una cintura con attaccate delle fettucce di stoffa e il portatore di palla viene considerato placcato quando un avversario riesce a strappargli dalla cintura una di queste fettucce. Non conosco i dati per poter dire se ha buoni riscontri in fatto di crescita del movimento, però posso dire che è grazie a questo progetto che nel 2005 ho conosciuto il rugby.

Vorresti lasciare i nostri lettori con uno spot per lo straordinario mondo del rugby ed il fondamentale movimento arbitrale?

Quando si entra in una squadra di rugby si viene accolti in una famiglia, si vince insieme, si perde insieme e si cresce. Lo stesso si può dire quando si sceglie la “squadra” arbitrale. Nonostante in campo si sia da soli, nella maggior parte delle categorie si ha una rete di amici sempre pronti ad aiutare e supportare per farci crescere. Fare l’arbitro mi ha insegnato delle competenze quasi uniche anche in ambito lavorativo che difficilmente avrei imparato se non avessi scelto di fare l’arbitro.

Intervista a cura di Massimo Biadigo