come trasformare una passione in professione

Lo sport oltre lo sport, l’arte dello storytelling: l’autore Emanuele Giulianelli ci racconta e si racconta

Emanuele ha fatto dello storytelling la sua cifra distintiva, trasformando il calcio, e lo sport in generale, in un pretesto per parlare di umanità, cultura e memoria

Lo sport oltre lo sport, l’arte dello storytelling: l’autore Emanuele Giulianelli ci racconta e si racconta

C’è un modo di raccontare lo sport che va oltre il risultato, oltre il tabellino, oltre persino il campo. È un modo che scava nelle storie, nei dettagli invisibili, nelle sconfitte che insegnano più delle vittorie e nei personaggi che diventano simboli di qualcosa di più grande.

Lo sport oltre lo sport, l’arte dello storytelling: ce lo racconta l’autore Emanuele Giulianelli

In questa intervista, entriamo nel mondo di un autore che ha fatto dello storytelling la sua cifra distintiva, trasformando il calcio — e lo sport in generale — in un pretesto per parlare di umanità, cultura e memoria. Questa è la vita di Emanuele Giulianelli, giornalista e scrittore.

Dalla scoperta di poter trasformare una passione in professione agli incontri decisivi con maestri del giornalismo, fino alla visione di un futuro in cui il racconto lungo e profondo ha ancora un ruolo centrale: un viaggio dentro la scrittura, prima ancora che dentro lo sport.

L’intervista a Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli

Quando hai capito che questa passione poteva diventare qualcosa di più?

L’ho capito nel momento in cui alcune testate molto importanti, che non avrei mai immaginato, hanno iniziato a dare spazio alle mie idee e alle storie che proponevo. Ad esempio, trovarmi su FourFourTwo, una rivista che avevo conosciuto grazie a mio fratello durante i suoi viaggi studio in Inghilterra, è stato un segnale fortissimo. Per me era una rivista “mitica”. Essere lì mi ha fatto capire che forse non era più solo un gioco o una passione.

Stai per lanciare un nuovo sito: cosa rappresenta “Storie oltre lo sport”?

È un po’ la sintesi di tutto quello che faccio. Le mie storie vanno oltre il significato sportivo, oltre il risultato. Cerco sempre di raccontare un altro lato: quello umano, sociale, culturale. Il mio primo libro si intitolava Il calcio è un pretesto, e credo che questa frase mi rappresenti ancora oggi. Lo sport è un mezzo: attraverso di esso racconto uomini, paesi, emozioni, geopolitica. Non ho mai amato la cronaca pura: anche quando ho fatto l’inviato, ad esempio alla Supercoppa Europea tra Real Madrid e Siviglia, ho sempre cercato di inserire qualcosa che andasse oltre la partita.

C’è stato un incontro decisivo nel tuo percorso?

Sì, senza dubbio quello con Federico Buffa. Lui lesse alcune cose che avevo scritto quasi per gioco e mi fece i complimenti, chiedendomi di collaborare. Da lì ho iniziato a lavorare ai testi di Storie Mondiali. Sentire i miei testi raccontati da lui è stato qualcosa di speciale. Un altro incontro fondamentale è stato quello con Roberto Beccantini, che considero un maestro. Mi ha dato consigli preziosissimi su come approcciarmi alla scrittura sportiva.

Quanto è importante saper scrivere bene nel giornalismo sportivo?

È fondamentale. Se non scrivi bene, non riesci neanche a raccontare bene i fatti. La chiarezza è tutto, soprattutto in un’epoca di fake news e informazioni distorte. Inoltre, il giornalismo sportivo oggi è sempre più vicino a una forma letteraria. Serve stile, serve bellezza. Viviamo nell’era dei contenuti velocissimi: reel, storie, video brevi. Se vuoi convincere qualcuno a leggere un long form o un libro, devi essere coinvolgente, altrimenti il lettore si ferma dopo poche righe.

Hai mai pensato di abbandonare il giornalismo per la narrativa?

Abbandonare no, ma affiancare sì. In realtà, anche quando scrivo narrativa, il mio approccio resta molto giornalistico: ricerca delle fonti, attenzione alla verità, frasi asciutte. È un’impostazione che mi porto dietro sempre.

Quanto conta l’interpretazione personale nel racconto?

Più che interpretazione, parlerei di storytelling. La cronaca pura è fredda: “al 27° entra un giocatore al posto di un altro”. Ma quel momento può essere raccontato in mille modi diversi: partendo dal contesto, dai dettagli, dai simboli. Oggi la narrazione è tutto. Lo vediamo anche fuori dallo sport: la narrativa cambia la percezione della realtà. Non è solo cosa racconti, ma come lo racconti.ù

C’è una storia che avresti voluto raccontare?

Ce ne sarebbero tantissime. Potrei dire Maradona, ma scelgo Johan Cruyff e l’Olanda degli anni ’70. Una squadra che non ha vinto, ma ha cambiato il calcio. Mi sarebbe piaciuto vivere quell’epoca e raccontarla da vicino.

Che valore ha oggi il giornalismo lungo e approfondito?

Forse ne ha ancora di più rispetto al passato. Se una persona dedica 8-10 minuti a leggere un tuo articolo, oggi sta facendo uno sforzo maggiore rispetto a vent’anni fa. Il tempo è diventato più prezioso. Per questo il giornalismo lungo continuerà ad avere spazio: in un mondo veloce, ci sarà sempre chi cerca profondità. Però aumenta anche la responsabilità: quando chiedi tempo al lettore, devi meritartelo.

Due figure che ti hanno insegnato qualcosa come autore?

Pietro Mennea e Leah Pells. Mennea mi ha insegnato il valore della sconfitta: nel mio libro racconto un suo quarto posto fondamentale, perché senza quello non sarebbero arrivati l’oro olimpico e il record del mondo. Mi ha insegnato a
non abbattermi e a imparare dagli errori. Lea Pells, invece, mi ha insegnato la potenza narrativa della “non vittoria”. La sua storia è profondamente umana, fatta di vulnerabilità e resilienza. Se Mennea rappresenta il metodo, lei rappresenta il cuore. Per scrivere servono entrambi.

A cosa stai lavorando ora e quali temi vuoi esplorare?

Sto lavorando a diversi progetti. Tra questi, una mostra con Paolo Condò sul parallelo tra la storia d’Italia e quella del calcio italiano. In futuro voglio raccontare sempre di più il calcio come fenomeno globale: paesi, culture, modi diversi di viverlo. E poi c’è un tema che mi interessa molto: il calcio femminile. In Italia ha una potenza narrativa enorme e sarà sempre più centrale nei prossimi anni.

Fabio Fagnani