Parlo come psicologo, ma prima ancora come persona che, ogni sera, si trova davanti allo stesso schermo. Le notizie scorrono e il tono è quasi sempre lo stesso: urgenza, allarme, tragedia. Omicidi raccontati nei dettagli, guerre che sembrano moltiplicarsi, immagini che restano addosso anche quando la televisione è spenta. Molte persone mi dicono: “So che non dovrei, ma non riesco a smettere di guardare”. È comprensibile. Informarsi dà l’illusione di avere controllo. Ma la mente non funziona come un archivio neutro: assorbe emozioni. Quando il messaggio dominante è che il pericolo è ovunque, il corpo reagisce di conseguenza. Aumenta la tensione, il respiro si fa più corto, il sonno diventa leggero. Anche se razionalmente sappiamo di essere al sicuro, emotivamente non lo siamo più.
La violenza raccontata e quella interiorizzata
La cronaca nera, soprattutto, ha un potere particolare. Non parla di qualcosa di lontano o astratto, ma di vite simili alle nostre. Stesse strade, stesse case, stesse relazioni. Questo rende l’impatto ancora più forte. Nel mio lavoro clinico vedo spesso come queste notizie riattivino paure profonde: l’idea di non conoscere davvero chi ci sta accanto, il timore che il male possa nascere dentro le relazioni più intime. La ripetizione costante di questi racconti rischia di creare una visione distorta della realtà, in cui l’eccezione diventa la regola. Il risultato è una sfiducia diffusa, silenziosa, che si infiltra nei rapporti quotidiani e modifica il modo in cui guardiamo gli altri.
Le guerre viste dal divano: impotenza e colpa
Le notizie di guerra producono un impatto diverso, ma non meno profondo. Guardiamo città distrutte mentre siamo seduti sul divano, magari con la cena sul tavolo. Questo contrasto genera spesso un disagio difficile da nominare. Alcuni provano un senso di colpa: “Io sono qui, al sicuro, e loro no”. Altri si sentono completamente impotenti, schiacciati da eventi troppo grandi per essere compresi o influenzati. Psicologicamente, l’impotenza prolungata è uno stato pericoloso: può trasformarsi in apatia, rassegnazione o, al contrario, in rabbia diffusa. In entrambi i casi, si perde la sensazione di avere un ruolo nel mondo.
Proteggere la mente non è disinteresse
Umanizzare il nostro rapporto con le notizie significa riconoscere che abbiamo dei limiti emotivi. Spegnere il telegiornale, a volte, non è fuggire dalla realtà, ma prendersi cura di sé. Come psicologo, invito spesso a fare una scelta consapevole: informarsi sì, ma non lasciarsi invadere. Scegliere una fonte, un momento della giornata, e poi tornare alla propria vita. Parlare di ciò che si è visto, invece di tenerselo dentro. Cercare, intenzionalmente, anche storie che raccontino l’umanità che resiste. In un mondo che sembra volerci tenere costantemente spaventati, proteggere il proprio equilibrio mentale è un atto di responsabilità verso se stessi e verso gli altri.
Dott. Fabiano Foschini
Psicologo
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