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Cronaca Cesano Boscone Corsico -

Il “sistema Corsico” negli arresti per corruzione e rapporti con la ‘ndrangheta

Le carte dell'inchiesta che ha portato agli arresti rivelano un fitto quanto inquietante intreccio di rapporti criminosi.

arresti per corruzione

Il “sistema Corsico” negli arresti per corruzione e rapporti con la ‘ndrangheta.

Il “sistema Corsico” negli arresti per corruzione e rapporti con la ‘ndrangheta

CORSICO – “Ho seminato talmente tanto, io a tutti quanti ho dato da mangiare”. Daniele D’Alfonso da “mangiare” ne aveva per tutti. Il “cibo” erano soldi, mazzette, bonifici da versare tramite triangolazioni che (almeno così credeva) non avrebbero suscitato sospetti.

I finanziamenti illeciti

Versamenti da 5, 10mila euro a politici, amministratori, gente che doveva portargli come tornaconto una serie di commesse, appalti su cui “fare i soldi”. Giri che partivano dal 33enne titolare dell’azienda corsichese Ecol Service di via Togliatti che si occupa di smaltimento e raccolta rifiuti, ma anche di spurghi, bonifiche, pulizie e “servizi per i comuni”, come riporta il sito, e che passavano da politici (come Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, entrambi in quota Forza Italia) e responsabili di grosse aziende come Amsa.

Appalti su lavori pubblici

Proprio dell’Azienda Milanese Servizi Ambientali facevano parte Mauro De Cillis, procuratore della società e responsabile operativo, Sergio Salerno e Gian Paolo Riva, questi ultimi dipendenti della stessa ditta. Anche i loro nomi sono finiti nelle carte dell’inchiesta dei carabinieri di Monza e della Guardia di finanza di Varese, insieme a un’altra quarantina di indagati. I rapporti con i responsabili di Amsa e l’imprenditore corsichese erano finalizzati a far ottenere appalti importanti su lavori pubblici, attraverso indicazioni sulle procedure di gare e fornendo notizie “privilegiate e un’assistenza privatistica”, come si lgge nelle carte dell’inchiesta e dove emerge il ruolo di Mattero Di Pierro, dipendente della Ecol Service, braccio dentro di D’Alfonso incaricato di intrattenere i rapporti con le strutture operative di Amsa.

Turbative d’asta

Ovvero: turbative d’asta, messe in atto in cambio di denaro che D’Alfonso versava senza problemi. Salerno aveva intascato circa 20mila euro: anticipava a D’Alfonso le notizie riservate sulle gare e prendeva dall’imprenditore la lista dei nomi delle ditte da invitare alle gare. Appalti che venivano aggiudicati non con criteri restrittivi, ma più che altro con la classica “offerta al ribasso”, dove non contava avere mezzi e uomini adeguati allo svolgimento del lavoro, ma semplicemente proporre un costo più basso per l’ente.

Arresti per corruzione

All’interno di Amsa, quindi, esisteva un “sistema corruttivo” con protagonisti attivi D’Alfonso e il suo aiutante Di Pierro. De Cillis, conosciuto anche da alcuni amministratori di Corsico e regista delle turbative di gara (chiamato il “maestro d’orchestra”), riveste diverse cariche nel gruppo A2A, da più di 30 anni, tra cui procuratore di Amsa e responsabile operativo dell’Azienda per la quale sovraintende cinque dirigenti delle unità operative, tra cui quella di Primaticcio, il cui dirigente è Gian Paolo Riva, in Amsa da oltre 20 anni. Nella vicenda emerge anche il dipendente Sergio Salerno, rappresentante, in più, del sindacato Fiadel.

Finanziamenti alle campagne elettorali

Il denaro dell’imprenditore di Corsico finiva nelle tasche anche di politici come Tatarella, come quei 25mila euro in tranche da 5mila “per non dare nell’occhio” utilizzati, formalmente, per la campagna elettorale di Altitonante. O la somma versata al partito Fratelli d’Italia (per mano dell’imprenditore Andrea Grossi) di cui, tuttavia, lo stesso partito nega oggi con una nota qualsiasi tipo di coinvolgimento.

Il ruolo di Tatarella secondo gli inquirenti

Il filone politico (che include anche Nino Caianello, che fungeva da raccordo tra istituzioni nella provincia di Varese) vede come figura primaria proprio Tatarella, vice coordinatore per Regione Lombardia di Forza Italia, componente del Consiglio comunale di Milano e membro della commissione consiliare Urbanistica ed edilizia privata e della commissione Verifica e controllo enti partecipati. D’Alfonso versava fino a 5mila euro al mese, il cui pagamento era camuffato da false prestazioni di consulenza, mai svolte. Non solo uno “stipendio” mensile, ma anche regalie come biglietti aerei, viaggi di piacere, uso di auto (Bmw, Smart, 500), un biglietto aereo per l’Australia in favore della cognata, un viaggio in Inghilterra e uso illimitato di una carta di credito American Express (“minchia ma questo preleva come un toro, ma che cazzo preleva! Come un toro preleva!”, parla, intercettato, D’Alfonso confidandosi con la moglie). In cambio, Tatarella, “in violazione dei propri doveri istituzionali e di correttezza”, avvicinava figure politiche disponibili alla corruzione all’imprenditore di Corsico, per consentirgli di avere un “aiuto” nell’assegnazione degli appalti, oltre a prestare la sua attività all’interno delle commissioni comunali.

Il ruolo di Altitonante

Un canale preferenziale assicurato, insomma. Tatarella, che non aveva scrupoli a chiedere all’imprenditore di Corsico il denaro, anche tramite il suo mandatario elettorale Isaia Maria Giuliano, assicurava l’utilizzo dei soldi per la stampa di volantini, attività di comunicazione e propaganda e tutto quello che era necessario per la campagna elettorale di Altitonante (consigliere di opposizione a Cesano) il quale non aveva dichiarato i contributi elettorali, incassando, di fatto, oltre 20mila euro che non risultano nei bilanci di partito. In cambio, Altitonante metteva in contatto l’imprenditore corruttore con importanti imprese che si occupano di opere pubbliche e infrastrutture e faceva valere la sua carica politica nel mettere “una buona parola” per condurre a buon fine certe pratiche urbanistiche, con la collaborazione di Franco Zinna (dirigente della direzione urbanistica del Comune di Milano) e Maria Rosaria Coccia, dipendente e tecnico comunale.

Arresti per corruzione: I pranzi di “lavoro”

Affari che si imbastivano ai tavolini dei ristoranti, come il Da Berti di Milano, ribattezzato dagli indagati “la mensa dei poveri”. D’Alfonso organizzava pranzi e cene (e dopo cena in privé appositamente affittati) con esponenti politici, assicurandosi che “tutto deve andare bene, ci sono tutti, tutti i politici, faccio una figura faccio, ma devo spenderli sti soldi. Lo so che spenderò tanto perché tra mangiare e dopo…questi bevono come sanguisughe”. E poi, per avere in tasca cash, denaro contante, D’Alfonso si avvaleva dell’aiuto di un benzinaio di Trezzano che gestisce distributori a Zibido, Abbiategrasso, Assago e Cologno Monzese.

Rapporti con la ‘ndrangheta

Rapporti stretti anche con la ‘ndrangheta locale. Tra gli indagati c’è anche Renato Napoli della Edinapoli, figura già emersa nell’indagine Infinito per i contatti con affiliati della locale di Cormano, originari di Grotteria, Reggio Calabria, paese d’origine di Napoli che forniva lavoro a ditte di movimento terra riconducibili alla ‘ndrangheta, tra cui la famiglia Molluso. Giuseppe Molluso, figlio di Giosofatto (Gesu, classe 1949, nato a Platì), della società Emmegi Lavori Stradali aveva fitti rapporti con Napoli, attestati da frequenti contatti telefonici. I Molluso avevano stretti contatti anche con D’Alfonso il quale aveva paura di essere visto insieme alla famiglia finita spesso nelle indagini che fanno luce sulla ‘ndrangheta al Nord, tanto che i rapporti li teneva il braccio dentro Di Pierro.

Nomi già noti nelle carte

Con Di Pierro D’Alfonso si scambiava considerazioni e meditava, a un certo punto, di licenziare il loro autista di camion, Alessandro Illuminato Molluso, figlio di Francesco, fratello di Giosofatto. Francesco è stato condannato per associazione mafiosa, droga e sequestro di persona a scopo di estorsione, uscito dal carcere due anni fa dopo aver scontato una pena a 30 anni. Giosofatto, invece, emigrato nel 1993 a Buccinasco – di cui si definiva il capomafia – era finito tra le carte della maxi indagine Infinito. Nel 1999 aveva presenziato al vertice tra personaggi di spicco della ‘ndrangheta nella pensione Scacciapensieri di Nettuno.

Per derimere la questione sul tentativo di licenziare Alessandro Illuminato Molluso, interviene il padre di D’Alfonso, Gianni (non indagato), che vuole pensarci lui, per preservare i rapporti con la famiglia ‘ndranghetista. Un nome conosciuto a Cesano, Gianni D’Alfonso, candidato ai tempi di D’Avanzo nella lista civica Bigatt (a sostegno di Massimo Mainardi): una candidatura che ha fatto discutere, in particolare per il nome, nella stessa lista, di Domenico Mimmo Trimboli (classe 1961, di Platì). D’Alfonso faceva lavorare i Molluso (con cui intercorrevano rapporti da oltre 20 anni) e la loro impresa MG Lavori Stradali concedendo di fatto subappalti ai lavori e mostrandosi disponibile a impiegare persone di fiducia della famiglia.

“Protezione assoluta”

In cambio, D’Alfonso poteva vantare di una “protezione assoluta” che valeva il rischio che venisse scoperchiato il collegamento tra la sua impresa e i Molluso, cosa che avrebbe determinato conseguenze anche economiche, con la segnalazione agli organi competenti della sua ditta. Dava “da mangiare” a tutti D’Alfonso, spregiudicato ma cauto nell’esporsi. Una “dispendiosa e faticosa attività di semina”, come dicono gli inquirenti, iniziata nel 2017 e perpetuata fino a poche settimane fa, dove la corruzione, i regali ai politici e i rapporti legati alla ‘ndrangheta erano finalizzati a un unico scopo: fare sempre più soldi.

Francesca Grillo

Domenico Trimboli ha contattato la redazione e ci ha tenuto a chiarire che non è in alcun modo legato da parentele ai fratelli Sergi.

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