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Oltre 4.000 interventi della polizia per donne maltrattate “Non siete sole”

Anche il prefetto Franco Gabrielli ha partecipato al convegno “Questo non è amore” che si è svolto ieri al Vodafone Theatre di via Lorenteggio.

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Oltre 4.000 interventi della polizia per donne maltrattate: “Non siete sole”.

Oltre 4.000 interventi della polizia per donne maltrattate: “Non siete sole”

MILANO – “Stiamo arrivando, stiamo arrivando”. Il poliziotto al centralino prende la chiamata. Arriva da un bambino, dalla voce non avrà più di 12 anni. “Venite, presto, presto – urla – mio papà sta picchiando mia mamma”. Il poliziotto lo rassicura, gli dice le due parole che ha bisogno di sentire subito, mentre sotto i suoi occhi il padre sta massacrando la mamma.

“Stiamo arrivando”.

E glielo ripete due volte, per fargli capire che tra poco le botte finiranno. Il bambino sa il numero da comporre, sa cosa deve dire, sa chi deve chiamare quando la mamma finisce faccia sul pavimento, ginocchia chiuse sulla pancia e braccia sopra il viso, per proteggersi addome e testa. Sa che ad arrivare saranno i poliziotti. “Ogni episodio di violenza contro una donna è una sconfitta per tutti”. Lo ha detto il capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli al convegno “Questo non è amore” che si è svolto ieri al Vodafone Theatre di via Lorenteggio. Un’occasione per conoscere da vicino la violenza sulle donne, con dati, numeri, testimonianze. Quelle agghiaccianti sono le telefonate, i video. Donne che chiamano con la voce rotta dalle lacrime, la disperazione.

La paura.

“Vi prego, venite subito, venite subito, mi massacra”. Supplicano al telefono, con gli occhi gonfi, la mascella rotta e, il naso tappato dal sangue. Sono casi che troppo spesso finiscono con l’uccisione della donna, e allora se ne parla, si dà risonanza perché una ragazza, una giovane, una donna adulta, è morta. Un’altra. Ma dietro a queste telefonate, alle segnalazioni, ci sono i poliziotti che lavorano ogni giorno per salvare la vita alle vittime. E di questo si parla poco, perché non fa notizia la donna che è riuscita a salvarsi a un passo dalla morte. Femminicidio, lo chiamano. Una parola che divide. Non bisogna chiamarli così, per qualcuno, sono omicidi e basta. Per altri il termine è la didascalia nera di un’immagine dove la donna è accoltellata, sgozzata, soffocata, pestata a sangue, dal compagno, dal marito, dall’ex.

Numeri sconvolgenti

L’81% degli omicidi avvengono tra le mura domestiche e in contesti di parentela. Nel 2017 ci sono stati 4.364 interventi della polizia per liti in famiglia, 61 gli arresti per maltrattamenti in casa e 21 denunciati a piede libero. Sono 31 gli arresti per stalking e 18 le donne portate via da casa di corsa, per metterle in un posto sicuro, lontano dalle botte. In questi due mesi del 2018 i dati non sono rassicuranti. Gli interventi per liti in famiglia sono già 568, otto arresti per maltrattamenti e quattro per stalking. L’anno scorso la polizia ha compilato 1.583 moduli Eva (217 nel 2018). Non è solo il nome della prima donna sulla terra: la sigla sta per Esame delle Violenze Agite. Un protocollo attivo dal 2017 che consente di verificare in pochi istanti tutti gli episodi di violenza già subiti, le segnalazioni, per programmare l’intervento in base a una banca dati con migliaia di informazioni relative a episodi di maltrattamenti. Non basta, però. Perché bisogna superare un ostacolo che è ancora un iceberg enorme.

La difficoltà a parlare

La difficoltà che le vittime hanno a tirare fuori il problema, a denunciarlo. Un’esitazione che spesso costa la vita. Una paura su cui bisogna intervenire prima che sia troppo tardi. I centri antiviolenza lo sanno bene: il timore di essere giudicate e la vergogna sono rocce da scalfire colpo dopo colpo. “Hanno paura di rimanere sole, di perdere tutto, la casa, i figli”, dicono le volontarie dei centri che accolgono le donne. Entrano allora in gioco le figure del progetto Camper della Direzione Centrale Anticrimine della polizia: sono agenti, medici, psicologi, rappresentanti dei centri antiviolenza che si mettono a disposizione per aiutare le vittime. Una campagna che ha permesso in un anno di raccogliere oltre 64mila contatti. Al convegno hanno preso parte anche il Questore di Milano Marcello Cardona e il Direttore Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, il Prefetto Vittorio Rizzi, oltre al Prefetto di Milano Luciana Lamorgese e all’amministratore delegato di Vodafone Italia Aldo Bisi. C’erano anche tante poliziotte, quelle che intervengono per prendere la mano alle vittime.

Un appello

Poi, un appello, che aveva la forma di una poesia, ed evocava nelle parole l’immagine di quella mano tesa delle poliziotte. “Non credere che sia colpa tua. Non accettare mai l’ultimo appuntamento. Non pensare che lui non ti picchierà più. Non credere di poterlo cambiare. Non hai bevuto troppo. La tua gonna non è troppo corta. Non far credere di essere caduta dalle scale o che sia stato un incidente. Non sei una poco di buono come vuole farti credere. Non devi provare vergogna. Non temere il giudizio degli altri. Non sopportare per il “bene della famiglia”. Non essere convinta di meritarlo. Non credere che i tuoi figli non capirebbero. Non sei sola. Non sei sola. Rompi il muro del silenzio. Racconta, chiedi aiuto. Perché è un tuo diritto. Per affrontare il dolore. Per ricominciare a vivere. Non sei sola”.

Francesca Grillo

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