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Mensa in Lombardia, il caso Lodi non è isolato

L'associazione Asgi si sta muovendo per risolvere situazioni simili che si presentano in altri comuni.

Mensa in Lombardia

Mensa in Lombardia, il caso Lodi non è isolato.

Mensa in Lombardia, il caso Lodi non è isolato

Il caso mensa di Lodi, con i bambini stranieri che mangiavano in una stanza separata rispetto ai compagni italiani, ha acceso i riflettori su quello che succede nei refettori di tutta la Lombardia. Sì, perché Lodi non è l’unico caso dove i bambini stranieri sono costretti a portarsi il panino da casa se i genitori non riescono a produrre tutti i documenti per accedere al servizio mensa a scuola.

Quelle carte “impossibili”

In pratica, si tratta di carte che spesso i paesi di origine degli immigrati fanno fatica a produrre, o che comunque per presentarli ci vuole un viaggio, andata e ritorno, con tutte le spese che ne conseguono per una famiglia che, evidentemente, se non riesce a pagare la tariffa massima (che spesso arriva anche a 5 euro al giorno) difficilmente può permettersi una trasferta così costosa. Si parla anche di famiglie che arrivano da villaggi sperduti e le tanto richieste “certificazioni di proprietà” non sono altro che porzioni di baracche o case umili di poco valore. Ma non importa: alcuni comuni, per far sedere a tavola i bambini a pranzo, vogliono quelle carte.

Il caso mensa Lodi

Le vuole il sindaco di Lodi, la leghista Sara Casanova, che ha sollevato polemiche e indignazione, in particolare dai comitati e che tutelano i diritti dei piccoli e dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Asgi (che ha presentato ricorso contro il comune). Ora i bambini potranno mangiare con i compagni fino a giugno, ma solo grazie alla generosità di chi ha fatto una donazione contro le discriminazioni. La stessa associazione, Asgi, si sta muovendo per risolvere situazioni simili che si presentano in altri comuni.

Mensa in Lombardia

Non solo Lodi, ma anche a Lentate sul Seveso (sindaco di centro destra Laura Ferrari), a Palazzago (provincia di Bergamo, guidato dal leghista Michele Jacobelli), a Vigevano (sindaco leghista Andrea Sala), è necessario per gli extracomunitari presentare documentazioni catastali su possedimenti nei paesi di origine. Più vicino a Milano, c’è Rodolfo Bertoli (sindaco di Melegnano, in controtendenza rispetto agli altri: è del Pd) e Marco Segala (di San Giuliano, centro destra). Entrambi i comuni appartengono al distretto sociale Azienda Sociale Sud Est Milano (a cui aderiscono anche San Donato Milanese, Vizzolo Presabissi, Colturano, Dresano, Cerro al Lambro). Anche qui gli obblighi per i cittadini stranieri diventano difficili da assolvere. Anche qui, come a Lodi, per accedere ai servizi di refezione scolastica e per gli extra (come lo scuolabus) bisogna presentare una dettagliata certificazione per il possesso di immobili (o anche solo porzioni di immobili). Contro questi provvedimenti, ancora una volta, si è scagliata l’Asgi che ha chiesto anche a questi comuni di rivedere i regolamenti interni.

Le azioni dell’ASGI

L’associazione che “opera nel campo del contrasto alle discriminazioni”; come si definisce, ha infatti scritto una lettera indirizzata al distretto sociale Sud Est Milano sottolineando che “le amministrazioni locali non hanno alcun potere per ritenere insufficiente l’Isee come documento presentato per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate. La vostra amministrazione non è dunque in alcun modo abilitata a una intromissione in un sub-procedimento che è di competenza di altra amministrazione e che è volto al rilascio di un documento che, per legge, è sufficiente per l’accesso alle prestazioni – l’associazione cita il DPCM, decreto ministeriale, del 2013, in particolare l’articolo 1 che precisa come le prestazioni sociali sono servizi destinati a rimuovere situazioni di bisogno e di difficoltà –. Per l’accesso alle prestazioni sociali – prosegue la missiva –, l’ordinamento ha superato  la  previsione  di  cui all’art. 3 DPR 445/2000, prevedendo che non vengano posti a carico del richiedente, che già si trova in  condizioni  economiche  disagiate,  oneri  documentali  che  risulterebbero  spesso  avere  un  costo superiore al beneficio richiesto, che introdurrebbero un trattamento differenziato tra italiani e stranieri in contrasto  con il vincolo paritario imposto dagli artt. 2 e 41 TU immigrazione e che, comunque, sono spesso di impossibile adempimento per la non disponibilità, da parte delle autorità del paese di origine, a rilasciare documenti attestanti “l’impossidenza” di beni o redditi”.

Il “caso Corsico” di due anni fa

Lo scrive Paola Fierro nella comunicazione inviata ai comuni del distretto sociale in cui chiede inoltre di “modificare le linee guida e garantire la parità di opportunità e di condizioni di accesso a italiani e stranieri”. Associazioni che si battono per le pari opportunità dei bambini se ne sono viste anche a Corsico, dove un paio di anni fa aveva fatto discutere la scelta del sindaco di centro destra Filippo Errante di vietare la mensa ai figli dei morosi. In sostanza, il diktat del primo cittadino era: chi non paga, non mangia. Allo stesso modo, i bambini dovevano portarsi da casa un panino e consumarlo a mensa mentre i compagni pranzavano con il piatto caldo.

Una decisione che ha sollevato aspre polemiche e contestazioni, in particolare dai genitori e dalle maestre che avevano invitato il sindaco a pranzare coi bambini per capire cosa significava discriminare gli alunni che pagavano le colpe dei genitori morosi. Le stesse insegnanti hanno messo in evidenza che il momento del pranzo a scuola è anche educativo e per molti bambini si tratta dell’unico pasto completo che riescono a consumare all’interno di situazioni disagiate. Il pugno duro, secondo il sindaco, ha funzionato per far rientrare nelle casse comunali gran parte del debito dei morosi. Ma per i comitati (tra cui il Coordinamento Genitori Democratici) si trattava comunque di una scelta discriminatoria, dove a pagare le conseguenze, in termini anche di salute, erano sempre e solo loro, i bambini.

Francesca Grillo

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