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Fine di un'epoca

Da capo cult dei “paninari” alla svendita totale, addio jeans Rifle

La storica azienda con sede a Barberino di Mugello è fallita e ora più di 70mila capi verranno venduti a due, tre euro l'uno.

Da capo cult dei “paninari” alla svendita totale, addio jeans Rifle
Glocal news 02 Febbraio 2021 ore 16:27

Settantamila pezzi svenduti. Quasi regalati. Per chiudere un cerchio, un’epoca, partita proprio dalla Toscana e che nell’arco di qualche decennio aveva conquistato tutta l’Italia e qualche Paese estero. Addio Rifle jeans, la storica ditta ha annunciato il fallimento, e poi anche la svendita totale di articoli rimasti in giacenza.

UNA STORICA PUBBLICITA’ DELLA RIFLE:

Addio Rifle, è la fine di un’epoca

Da Prima Firenze

Il jeans. Un capo d’abbigliamento che ha decisamente cambiato la moda, lo stile, che ha dettato (e ancora assolve questo compito) le tendenze. Ma non solo. Il jeans ha pure, per certi versi, cambiato il modo di comunicare attraverso la pubblicità: tutti (forse non i più giovani) per esempio si ricorderanno la campagna diretta da Oliviero Toscani, “Chi mi ama mi segua”, con l’immagine di un fondoschiena femminile stretto in uno short cortissimo

Linguaggio, moda e società. Provocazione, “culto”, citazioni, azioni di marketing. Elementi che negli ultimi tempi si sono ancora più fusi in una miscela incredibilmente creativa ma che da oggi dovranno fare a meno di uno di quelli che sicuramente negli anni Settanta e Ottanta è stato un protagonista del settore: Rifle, infatti, la storia azienda con sede a Barberino di Mugello è fallita e adesso molti capi di abbigliamento saranno venduti a due euro.

Da pezzo immancabile nell’armadio dei “paninari”, a prodotto da svendere. E’ la triste parabola di un’azienda che già nel 2020 aveva dichiarato fallimento, e che ora ha dovuto intraprendere l’iniziativa di svendita totale su un quantitativo pari a 70mila capi. In questi giorni si stanno già tenendo aste telematiche, che prevedono i capi provenienti dai tredici negozi monomarca Rifle in tutta Italia. Sono rivolte a grossisti e negozianti, che poi le reimmetteranno nel commercio semplice.

La storia del marchio

Recuperare informazioni direttamente dal sito ufficiale, in questi giorni non è semplice. L’indirizzo web, infatti, non è accessibile. Però internet è pieno di contributi che “onorino” il passato glorioso del marchio made in Italy. All’inizio Giulio Fratini, originario di Campi Bisenzio, cominciò a comprare a peso i vestiti usati dei soldati statunitensi per rivenderli come stracci a Prato. Scoprì così i jeans prodotti dalla Coney Mills, una società della Carolina del Nord.

S’imbarcò allora su una nave con il fratello, arrivò negli Stati Uniti e si recò a Greensboro dove raggiunse un accordo e cominciò a importare il denim. Nel 1949 fu così fondata a Prato dai due fratelli l’azienda con il nome di Confezioni Fratini. Alla fine degli anni cinquanta, con il trasferimento della sede a Barberino di Mugello, l’impresa mutò denominazione in Super Rifle s.p.a. e, successivamente, in Rifle s.r.l. Il marchio Rifle fu scelto perché indicava il mondo del West.

Una delle più iconiche campagne del marchio

Il successo

Il marchio Rifle ebbe un successo crescente dagli anni sessanta fino agli anni ottanta, periodo di massima distribuzione dell’azienda. In tale contingenza, infatti, oltre alle vendite classiche dei suoi articoli, soprattutto i jeans, particolarmente apprezzati per la loro comodità e resistenza, la moda casual da una parte ed i movimenti quali quello dei paninari dall’altra, ne fecero uno dei prodotti più venduti.

Il successo non si limitò all’Italia, perché il desiderio di questa tipologia di abbigliamento portò la domanda anche in altri paesi; oltre a Svizzera, Regno Unito, Israele e Paesi Bassi, dove i capi venivano venduti fin dagli anni settanta, nell’ex-Urss, in Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia e nel resto dell’Europa orientale, la richiesta fu elevata, al punto che vennero aperti negozi e spacci. In Russia la Rifle fu una delle prime aziende ad aprire un punto vendita, nel 1988 riuscì a vendere nei magazzini Gum di Mosca tre milioni di capi.

E poi il crollo fino al fallimento

Nei primi anni del Duemila il management dell’azienda tentò il rilancio di marchi italiani oramai decaduti, quali Americanino, in paesi terzi, ed iniziò anche l’apertura di punti vendita dedicati negli outlet. Ma le difficoltà non furono superate. Nel 2012 l’azienda fatturò 34 milioni di euro ma con sette milioni di perdita e un indebitamento salito fino a 15 milioni. Si rese quindi necessaria la liquidazione della società e la creazione di una nuova azienda: la Rifle srl.

Venne raggiunto un accordo con i sindacati sugli esuberi e la nuova società, controllata sempre dalla famiglia Fratini, riassorbì il 50% del personale impiegato nella sede di Barberino (cioè 25 dipendenti su 48) più gli addetti dei negozi (25 punti vendita in Italia e 4 all’estero), in tutto 152 persone. L’accordo, operativo dal 2013, fu accompagnato dal tentativo dell’azienda di attirare nuovi capitali.

Nel tentativo di ricuperare fette di mercato, in seguito la Rifle si impegnò in un vero e proprio restyling del logo per riposizionare il marchio in un contesto più legato al mondo sportswear, allargando la produzione anche ad altre tipologie di giubbotti, pantaloni, scarpe ed accessori e affidando la guida alla terza generazione dei Fratini.

Nel settembre 2017 è entrata con il 44% nel capitale dell’azienda, che nel 2016 ha fatturato 21 milioni di euro realizzati per il 95% in Italia, Kora Investments SA, una holding di partecipazioni svizzera. Come responsabile del nuovo corso è stato chiamato Franco Marianelli. Pochi mesi più tardi, nel febbraio 2018, la Holding svizzera ha incrementato la partecipazione al 55%, diventando quindi azionista di maggioranza. Il 1 ottobre 2020 il tribunale di Firenze dichiara ufficialmente il fallimento dell’azienda. Il Giudice dispone l’esercizio provvisorio.

La svendita

Si parla di ben 70mila pezzi. Ma a essere messi in vendita a prezzi stracciati dal tribunale fallimentare di Firenze, non saranno solamente gli immancabili jeans, che hanno fatto in questi anni la fortuna del marchio in tutto il mondo. Oltre ai jeans ci saranno anche maglie, giacconi, felpe, e non mancheranno le camicie e neppure le scarpe. L’evento, secondo alcune indiscrezioni, si terrà da marzo in poi in una data da stabilire.

Nell’organizzare la svendita (si parla di due, tre euro al pezzo) ovviamente sarà necessario rispettare le misure anti-assembramento previste in pandemia. Niente code interminabili quindi e ingressi scaglionati. Dettagli che verranno comunicati da Isveg nei prossimi giorni.