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Omicidio di Rozzano, il killer: “La pistola ce l’avevo perché volevo ammazzarmi”

Convalidati i due fermi in carcere. Gli ultimi sviluppi sulle indagini.

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Omicidio di Rozzano, il killer: “La pistola ce l’avevo perché volevo ammazzarmi”.

Omicidio di Rozzano, il killer: “La pistola ce l’avevo perché volevo ammazzarmi”

ROZZANO – La versione del killer di Rozzano e del suo complice non hanno convinto il gip Elisabetta Meyer: i due responsabili dell’omicidio di lunedì sera, con l’uccisione del 63enne, ex suocero di chi ha premuto il grilletto, hanno provato ad allontanare l’aggravante della premeditazione che gli costerebbe l’ergastolo.

Convalidato il fermo

Ma i loro racconti non sono stati convincenti: il giudice ha deciso di convalidare il fermo in carcere perché “potrebbero uccidere di nuovo, scappare o inquinare le prove”, ha specificato il gip che ha confermato l’ipotesi del pm Monia Di Marco: i due hanno agito con lucidità, studiando il piano omicida. A rendere più pesante la posizione del 35enne, autore del delitto, e del suo complice, il 26enne che ha guidato lo scooter per fuggire dalla scena del crimine, le testimonianze della famiglia della vittima che hanno raccontato di aver visto i due girare più volte in moto, come per pedinare il 63enne.

Una versione che non ha convinto il gip

Il killer ha invece parlato di “gesto istintivo e non programmato” e alla domanda su cosa ci facesse in giro con una pistola ha risposto di averla trovata in un parco qualche tempo prima e di averla con sé perché le sue intenzioni erano di suicidarsi, in presenza dell’amico 26enne. Una versione “inverosimile” per il gip che invece ha messo in evidenza la fredda esecuzione studiata in anticipo.

“L’ho ucciso d’istinto”

“Ha abusato di mia figlia, l’ho ucciso d’istinto, perché avevo paura che le facesse ancora del male”, ha spiegato davanti al giudice il killer, riferendosi alla storia di molestie che risale alla scorsa estate, quando il nonno (padre della ex compagna dell’assassino), secondo i racconti della piccola di otto anni, avrebbe abusato della nipotina. Dopo un esilio forzato da parte dei parenti, che lo hanno costretto ad allontanarsi da Rozzano e a tornare al suo paese d’origine, Secondigliano, il nonno è tornato in città, ospite del figlio maschio per una settimana.

Ancora al vaglio diverse ipotesi

Proprio nei giorni in cui la piccola è stata risentita per l’incidente probatorio e ha raccontato ancora gli abusi subiti. Qualcuno ha parlato di un agguato, pianificato dai famigliari stessi per punire il nonno. Una trappola organizzata con l’assassino. Il figlio tuttavia piangeva e urlava, davanti al corpo del padre, così come sua moglie: una scena ben recitata? Oppure l’agguato è stato compiuto dalle due figlie (una attuale compagna del fratello del killer)? Emerge anche un altro particolare inquietante: dalle testimonianze che hanno ricostruito gli attimi prima dell’omicidio, il figlio della vittima ha detto di aver lasciato il bambino di tre anni a casa con il nonno (lo stesso che è accusato dall’altra figlia di abusi sessuali su minore): non aveva paura che potesse succedere la stessa cosa a suo figlio piccolo?

Il ruolo del 26enne

Da chiarire anche la posizione del 26enne complice dell’assassino: non era lui a guidare lo scooter, almeno all’inizio, quando sono arrivati al parcheggio di via Venezia, di fianco al supermercato: c’era l’assassino che poi è sceso dallo scooter, ha chiamato la vittima e gli ha sparato quattro colpi al petto e al collo. Dopo l’omicidio, è stato il 26enne a mettersi alla guida del mezzo e a scappare. Il giovane ha raccontato di non sapere le intenzioni dell’amico: “Eravamo insieme nel pomeriggio, abbiamo fatto qualche giro, poi abbiamo mangiato, abbiamo fatto uso di cocaina, e infine siamo andati al parcheggio”. Subito dopo il delitto ha spento il telefono e ha vagato per Rozzano, andando a dormire su una panchina in un parco. Il giorno dopo è tornato a casa e venti ore dopo il delitto si è costituito insieme al killer, “dopo aver pranzato”.

Francesca Grillo

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