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‘Ndrangheta, minacce e paura: così i Barbaro lavoravano nei cantieri del Sud Milano

Il metodo era basato su una cosa sola: la paura. O con loro o contro di loro.

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‘Ndrangheta, minacce e paura: così i Barbaro lavoravano nei cantieri del Sud Milano.

‘Ndrangheta, minacce e paura: così i Barbaro lavoravano nei cantieri del Sud Milano

BUCCINASCO – Il metodo era basato su una cosa sola: la paura. O con loro o contro di loro. Ed essere contro di loro significava mettersi in pericolo, guadagnarsi intimidazioni, minacce, solo verbali quando andava bene. Macchine e mezzi bruciati, quando il messaggio doveva arrivare più chiaro. Il messaggio di paura, per dire: qui comandiamo noi.

La sentenza Cerberus

La sentenza Cerberus arriva dopo quasi 12 anni dall’intuizione del capo della Dda Alessandra Dolci che all’epoca aveva ipotizzato una massiccia penetrazione nei cantieri da parte della ‘ndrangheta. Processi, rinvii, giudici dichiarati incompatibili: oltre due lustri sono passati da allora e solo adesso arriva la parola fine con le condanne per gli imputati. Nomi che hanno fatto la storia nera di Buccinasco, quelli della cosca dei Barbaro-Papalia.

Un capo su tutti: Salvatore Barbaro

A capo di tutto, Salvatore Barbaro, uscito dal carcere a ottobre dopo aver scontato la pena per bancarotta e illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso. Ci è tornato un mese fa, dopo qualche settimana di latitanza: si è consegnato e saranno ora 9 gli anni da scontare per associazione mafiosa. Tra gli imputati del processo odissera c’era anche il fratello Rosario, che però ha rinunciato alla Cassazione. Il padre, Domenico Micu l’Australiano, è morto ucciso dall’Alzheimer nel 2016, a 79 anni. Per il cognato di Salvatore, Mario Miceli, 6 anni; mentre per l’imprenditore di Rho Maurizio Luraghi sono 4 e mezzo gli anni da scontare.

L’imprenditore colluso

Un imprenditore “colluso”, secondo la Cassazione che non ha creduto al tentativo di passare per vittima, perché il rapporto con i Barbaro produceva “vantaggi consistenti per l’imprenditore nell’imporsi nel territorio in posizione dominante. Ha consapevolmente rivolto a proprio profitto l’essere venuto in relazione con il sodalizio mafioso”. Inutili anche i tentativi di porre l’attenzione su minacce subite dalla figlia di Luraghi, contattata quando il padre era finito in carcere dall’amministratore della Edil Company e cugino di Salvatore Barbaro, Antonio Perre, per proseguire i lavori, in quanto “i ragazzi dovevano continuare a lavorare, i camion dovevano continuare ad andare in cantiere. I camion delle solite persone”. Anche perché bisognava sostenere i detenuti e le loro famiglie, in prima persona Rocco Papalia, suocero di Salvatore (che ha sposato la figlia del boss, Serafina Papalia). Era proprio Salvatore a presentarsi dagli imprenditori come “genero di Papalia”, a rimarcare l’appartenenza mafiosa e come passpartout fatto di timore e riverenza.

Il boss del movimento terra

Il business del movimento terra, infatti, era stato messo in piedi proprio da Papalia, già a partire dagli anni Novanta. “L’ho costruita io Buccinasco”, ha sempre detto orgoglioso. Finito in carcere, a Nuoro, le redini e l’eredità l’aveva presa Salvatore, che lavorava con lo stesso metodo: intimidazioni, minacce, paura. E paura ne avevano molta gli imprenditori, non solo dei cantieri in costruzione a Buccinasco, ma anche a Milano, come quello in via Parea, dove erano gli stessi imprenditori a fare un passo indietro per evitare di avere a che fare con i Barbaro. I leader del movimento terra acquisivano un appalto dopo l’altro, nonostante i pochi e approssimativi mezzi a disposizione e offerte sempre al ribasso. E se a qualcuno non andava bene, ecco scoppiare qualche incendio nei cantieri, qualche mezzo carbonizzato dalle fiamme, ma mai quelli che appartenevano ai Barbaro. Elementi che ai giudici non sono rimasti indifferenti: nonostante il tentativo della difesa di sottolineare come in nessuno degli atti intimidatori ci fosse la chiara firma dei Barbaro, per i magistrati è bastato il clima e i reiterati gesti atti a danneggiare la concorrenza.

L’organizzazione mafiosa

“Un regime di monopolio – sottolinea la Cassazione – dove venivano stabiliti prezzi di mercato e dove si smaltivano rifiuti tossici derivanti dalla demolizione di edifici in discariche abusive, ovvero su aree pubbliche, che poi loro stessi chiedevano di bonificare”. Ognuno aveva il proprio ruolo: al vertice, Salvatore, “promotore e organizzatore dell’associazione per delinquere di stampo mafioso. Intratteneva rapporti con gli imprenditori, imponeva proprio prezzo, stabiliva chi doveva lavorare nei cantieri, beneficiando delle commesse di lavoro quale amministratore di fatto della Edil Company di cui era titolare la moglie Serafina Papalia”. Domenico e Rosario Barbaro e Mario Miceli erano compartecipi, “sia prendendo parte all’attività di intimidazione, sia beneficiando delle commesse attraverso diverse società: la Mo.Bar, Fmr Scavi e Costruzioni, Lmt”. Luraghi, titolare dell’impresa Lavori Stradali era l’imprenditore di facciata che raccoglieva le commesse per poi subappaltarle alle aziende dei Barbaro ed emettendo fatture false per giustificare il giro di denaro. L’imprenditore aveva iniziato a lavorare con Rocco Papalia alla fine degli anni Ottanta, appaltando qualche lavoro, ma poi “ben presto Papalia ha mutato atteggiamento, arrivando a pretendere la diretta gestione dei proventi”, sottolineano i magistrati che mettono in evidenza “un’assai affievolita resistenza civica” sul territorio d’insediamento del sodalizio. Quando Papalia finisce in carcere è il genero Salvatore a prendere in mano tutto. “Un legame di affinità non meramente famigliare, ma che riveste elevato spessore in forza alle consolidate massime d’esperienza tratte dal codice d’onore ‘ndranghetista che individua nel matrimonio tra appartenenti a diverse famiglie lo strumento d’elezione di alleanze criminali”.

Il clima di terrore e di ricatto

Un clima di terrore, dove gli imprenditori si tiravano indietro (come per i lavori del Parco Spina Verde, “abbandonati dall’imprenditore Quadrio una volta appreso che interessavano ai Barbaro”, dopo la scoperta che l’area era stata interessata prima dell’inizio dei lavori da scarichi abusivi di materiali inquinanti). “Il governo del territorio lì ce l’hanno loro, e se io voglio lavorare con la mia azienda e per i miei committenti devo far fare a loro i lavori di movimento terra, altrimenti subirei danneggiamenti ai cantieri”, ha detto Luraghi nel 2010 durante l’udienza. Sono stati gli stessi imprenditori “rassegnati di non poter vincere contro i Barbaro” ad affidarsi proprio a loro per le commesse, come per i cantieri di via Idiomi e via Palermo ad Assago, per un importo complessivo di 900mila euro: un lavoro enorme, assegnato ai Barbaro nonostante avessero “imprese piccole con pochi e inadueguati mezzi”.

Il cantiere di via Guido Rossa

Capitolo a parte per il cantiere di via Guido Rossa, “il più importante intervento edile di Buccinasco che prevedeva la realizzazione di 600 appartamenti e un centro commerciale per un valore di 80 milioni di euro. Il progetto prevedeva anche 180mila metri cubi di lavori pubblici da realizzare a scomputo degli oneri di urbanizzazione da parte della società committente, costituita da un consorzio di undici imprese denominato «Operatori Buccinasco Più» e rappresentato da Renato Pintus”, spiegano i giudici. La Lavori Stradali di Luraghi aveva già individuato a chi subappaltare i lavori mentre anche “Mario Pecchia, presidente del Consiglio di Amministrazione della «Finman s.p.a.», una delle società partecipi della «Buccinasco Più», committente degli appalti di via Guido Rossa, era perfettamente al corrente del sovrapprezzo che doveva essere pagato per soddisfare le richieste dei Barbaro-Papalia, come emerge dalle intercettazioni”.

Lavori con il “sovrapprezzo”

Un sistema di subappalti ben rodato, dove gli imprenditori erano costretti a sottoporsi alle logiche dei Barbaro, affidando a loro lavori importanti, pur pagandoli con il “sovrapprezzo” consegnandoli di fatto a imprese con poche competenze e mezzi inadeguati, non solo a Buccinasco, ma anche ad Assago e Cesano Boscone (via Vespucci e via degli Alpini). Gli imprenditori “accettavano con una sorta di fatalismo la necessità che i Barbaro lavorassero nei cantieri, al di là di ogni logica di mercato e senza alcun accertamento circa le capacità operative, affidando commesse del tutto esorbitanti per evitare fastidi e ritorsioni”, sottolineano nelle motivazioni della sentenza i giudici a cui non è sfuggita nemmeno la “reticenza manifestata in dibattimento dai testi addotti, seppur raramente sfociata in conclamate ritrattazioni, si è tradotta nel complessivo ridimensionamento delle dichiarazioni rese in sede investigativa come cautela dichiarativa”.

Paura

Il metodo era tutto basato sulla paura. E a sintetizzare il concetto è stato proprio uno degli imprenditori della zona, chiamato a testimoniare durante il processo-odissea che ha messo finalmente un punto e inquadrato la penetrazione della ‘ndrangheta al Nord e il predominio dei Barbaro-Papalia: “Tutti noi sappiamo che è meglio averli amici che averli nemici”.

Francesca Grillo

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