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Fiaccolata per Jessica Faoro “Addio angelo, perdonaci”

La rabbia degli amici di Jessica Faoro è esplosa in due momenti, ieri sera, alla fiaccolata in sua memoria.

Fiaccolata per Jessica

Fiaccolata per Jessica Faoro “Addio angelo, perdonaci”.

Fiaccolata per Jessica Faoro, in via Brioschi

MILANO – “Li vede gli occhi di Jessica in questa foto? Secondo lei sono gli occhi di una ragazza che sta bene?”. La rabbia degli amici di Jessica Faoro è esplosa in due momenti, ieri sera, alla fiaccolata in sua memoria. Uno, davanti al portone di via Brioschi al 93, dove Jessica è stata uccisa con quaranta coltellate dal tranviere Alessandro Garlaschi. Davanti alla porta dell’assassino, gli amici di Jessica hanno letto una poesia per ricordare “la meravigliosa persona che era”. Poi hanno acceso le lanterne e le hanno fatte volare al cielo, ognuna con un pensiero per “Jessichina riccioli d’oro”, come la chiamano ancora amici e compagni di un viaggio angosciante, attraverso le comunità.

Il padre di Jessica alla fiaccolata

Il secondo momento, quello dove la rabbia è venuta fuori tra le lacrime, è stato quando un uomo sui 50 anni si è avvicinato al gruppo. Berretto di lana calato sugli occhi, come a nasconderli. Tra le dita scure e rovinate stringeva una sigaretta dopo l’altra. Osservava i ragazzi con i cartelloni in mano, con le foto di Jessica. Prima da lontano, poi si è avvicinato piano. “Urlatemi addosso, insultatemi. Fate quello che volete. Io ho sbagliato, lo so. E dovrò convivere tutta la vita con il rimorso. Io pensavo che Jessica potesse stare bene, non lo sapevo che era infelice. Ci ho provato, la andavo a prendere, ma lei scappava sempre. I servizi sociali, mi hanno ucciso”.

È il padre Stefano che tiene in mano il telefono con gli ultimi messaggi di Jessica. “Stavamo recuperando un rapporto, io li rivolevo con me, lei e Andrea, suo fratello, non me l’hanno permesso, non mi hanno dato tempo. Stavo mettendo a posto anche la casa, io ci stavo provando. Potete anche non credermi, ma io quegli occhi non li ho visti”,  risponde al ragazzo, l’amico di Jessica, che gli sbatte davanti la foto della figlia. L’uomo, tranviere anche lui, segue il corteo, due passi indietro.

Il ricordo delle amiche

Le amiche di Jessica tengono in mano le sue immagini, i palloncini bianchi a forma di cuore. Ci sono le sue compagne di stanza, ci sono ragazze che l’hanno ospitata per qualche giorno: “L’ho incontrata al parco, mi ha raccontato la sua storia. Terribile. L’ho tenuta in casa per settimane. Quando le ho messo il pigiama, a quello scricciolo di riccioli biondi, mi ha detto: sai che non ne ho mai indossato uno?”. Era dolce, aveva tanta voglia di ridere, lei che non aveva neanche un motivo per farlo”. Le compagne di stanza la ricordano così, con la voglia di fare scherzi, ma anche con le lacrime sempre lì, trattenute a forza, lasciate scivolare solo chiusa in bagno, lontano da tutti. “Mi chiamava la sua mamma – dice un’amica, una manciata di anni più grande di Jessica –, le mancavano gli abbracci, noi la amavamo, ma nessun altro. Ci deve essere giustizia, non solo per il mostro che l’ha uccisa, ma anche per chi come lei rischia ogni giorno”.

Una “corsa a ostacoli”

Dai genitori Jessica si è separata quando aveva solo 8 anni, chiusa in comunità insieme al fratello. Vicini e lontani: “Chi entrava con fratelli o sorelle non poteva vederli spesso, eravamo separati, poi Andrea è stato affidato a una famiglia. Quando se n’è andato Jessica era distrutta”. Poi un fidanzato violento, “la picchiava, Alessandro, quello che poi è finito in carcere. Ha avuto una vita che era una corsa a ostacoli Jessica. Sono state dette tante cattiverie, pure che si drogava. Jessica non toccava manco le sigarette: aveva paura di rovinarsi la voce, lei che aveva il sogno di fare la cantante”. La ricordano, le amiche, gli amici, hanno voglia di urlare contro una morte iniqua. Hanno voglia di gridare che la colpa della fine di Jessica non è solo dell’assassino che l’ha torturata.

Le accuse alla comunità

“Parlate delle comunità. Ditelo che là dentro è un inferno, un lager, dove ti insegnano solo a studiare e a pregare. Le botte che abbiamo preso, perché cosi ci educavano, dicevano, ancora me le ricordo. Non si poteva neanche ridere, non si usciva. I film, solo quelli che decidevano loro. Non c’era un telegiornale da poter guardare, eravamo fuori dal mondo. In giro si andava solo con loro, vestiti con le tute rosse, tutti uguali. Così chi ti guardava diceva: ecco quelli della comunità”. E i ricordi si fanno più duri, le lacrime iniziano a scorrere.

“Cosa abbiamo fatto di male per finire lì? Una prigione. Tra schiaffi e punizioni. Dove anche ridere era peccato. Vi chiedete perché andava da una parte all’altra Jessica? Perché non aveva la fortuna di avere qualcuno con cui stare. E quando passi dieci anni in comunità poi esci e ti trovi solo davanti al mondo, senza saper lavorare, perché non te lo insegnano, né come si vive. E ti affidi ai primi che ti ingannano.

La morte di Jessica deve fare aprire gli occhi sulle tante ragazze e ragazzi che vengono abbandonati dopo la comunità. Ne siamo tutti responsabili se non facciamo nulla”. Il corteo continua per quasi un chilometro. Poi i ragazzi fanno volare le lanterne al cielo e alzano gli occhi. La loro amica è lassù. “Il tuo cane sta bene tesoro, non ti preoccupare. Ti vogliamo bene. Perdonaci. Addio Jessichina, addio”.

Francesca Grillo

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