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Confessione Omicidio Corsico, le parole di Butà: Infastidiva la mia compagna

Le parole dell'assassino sulle folli ragioni del gesto e la ricostruzione dell'intera vicenda.

Confessione Omicidio Corsico

Confessione Omicidio Corsico, le parole di Butà: Infastidiva la mia compagna.

Confessione Omicidio Corsico, le parole di Butà: Infastidiva la mia compagna

CORSICO – Meno di ventiquattro ore. Risolvere un caso di omicidio dove l’unico indizio è il corpo di un uomo ammazzato con dieci pallottole piantate nel petto e in testa, non è un lavoro facile. E invece ce l’hanno fatta. E non perché il killer si è presentato in caserma, ma perché il messaggio che gli hanno fatto arrivare è stato chiaro: meglio se ti costituisci. Fabrizio Butà si è sentito stringere al collo una catena quando al quartier Lavagna ha iniziato a girare la voce che i carabinieri erano a un passo da lui e ha preferito arrendersi.

24 ore di fuga

Una fuga durata un giorno e una notte, nascondendosi sotto i cespugli del parco Cabassina. Ma al quartiere Lavagna tutti conoscono tutti. Tutti conoscevano Assane Diallo, il 54enne giustiziato in via delle Querce sabato sera. Conoscevano anche Butà, un po’ per il suo passato e quegli anni trascorsi in carcere per aver ammazzato un uomo con un colpo di fucile a canne mozze (“Ho sbagliato persona – ha detto prima di prendersi 15 anni di condanna – l’ho scambiato per uno che mi aveva fatto male durante una rissa”). Lo conoscevano come una testa calda, feroce.

Uno che era meglio lasciar perdere.

Conoscevano anche la compagna, Michela Falcetta, 32 anni e un figlio, che la moglie del senegalese ucciso, Olivia Evora, 48 anni, definiva come “una ragazza con problemi in famiglia, ogni tanto rimaneva fuori casa, si drogava, beveva, mio marito la faceva stare da noi”. Forse era per questo rapporto che Assane si prendeva la “confidenza”, come diceva Butà, di chiedere soldi, anche pochi euro, a Michela.

“Ha mancato di rispetto”

Richieste irrispettose, che hanno fatto accendere sete di vendetta, voglia di farsi rispettare. Butà sabato sera chiama Assane: “Smettila di importunare Miky, lasciala stare”. Era già carico di livore, da quando era tornato dalla giornata passata in piscina con la compagna, ad Abbiategrasso, e passando dal bar Sergio (ora Erica) “Assane mi ha fatto un fischio e mi ha chiesto 5 euro”. A Butà qualcuno dice che Assane sta dando fastidio a Michela, Butà va su tutte le furie: “Procurati una pistola, io la mia ce l’ho e sto arrivando”.

Quello scontro impari

Assane, anche lui con un carattere che si accendeva in fretta, gli ha detto che con lui aveva chiuso, ma poi alla minaccia non ha arretrato, anzi, è partito all’attacco: “Vieni, vieni qui”. E Butà va, ma si porta dietro il “ferro”. Lo prende dallo scantinato dove abita la madre della Falcetta, un vecchio locale pattumiera in via Curiel che la famiglia aveva reso proprio chiudendolo con una porta.

Lo scantinato “privato”

“Lo usavo solo io, la mia ragazza o altri non entravano mai lì. Se dovevano prendere un gioco per il bambino di Miky, dovevano chiedermi il permesso”, ha raccontato, cercando di prendersi tutta la colpa. Ma le chiavi di quello scantinato le aveva Michela, nascoste dentro un cassetto. Butà apre la porta della cantina, prende la calibro 9. La compagna lo segue, lui dice che ha provato a fermarla dandole una spinta. Eppure Michela era lì, a due passi da Butà, pronto a vendicare quel torto d’onore.

Michela dice che non sa quanti siano stati i colpi, non li ha sentiti, perché si era messa le mani sulle orecchie. Come se tapparsele potesse bastare per non sentire l’esplosione che ha svegliato tutto il quartiere, come fuochi d’artificio. Poi sono scappati, Butà è tornato in cantina e ha avvolto la pistola, con ancora un colpo in canna e tre nel caricatore, in un pannolino. Lei ha voluto controllare: è scesa, ha attraversato la strada, e mentre gli amici erano piegati dal dolore, straziati da tutto il male del mondo, lei guardava dal marciapiede di fronte mentre i soccorritori coprivano il corpo con il telo verde.

La fuga

Poi ha raggiunto il compagno e sono andati a nascondersi al parco Cabassina. Lui con una spugna si è pulito le braccia per togliere la polvere da sparo. Dicono di aver dormito lì, tra i cespugli. Le indagini sono partite serrate un minuto dopo l’omicidio. E un caso del genere, si diceva, si risolve in un solo modo: conoscendo ogni angolo e citofono del quartiere, tra i palazzoni dell’Aler e le saracinesche abbassate dei negozi. Risolvere un caso del genere, in meno di 24 ore, riesce solo a chi conosce quelle vie e quei marciapiedi.

Le indagini “sul campo”

Per questo due marescialli hanno fatto la differenza: Michele Cuccuru di Trezzano sul Naviglio e Massimo Barbato di Corsico che hanno lavorato insieme a tutti i militari un giorno intero per catturare il killer. Alla guida dei carabinieri, il tenente Armando Laviola, che ha seguito interrogatori e perquisizioni senza chiudere occhio. Insomma, un delitto che solo chi ha prestato servizio su questo asfalto poteva chiudere così.

La pistola l’hanno trovata subito.

Inequivocabile il proprietario di quello scantinato: vicino all’arma, insieme a proiettili, 70 grammi di coca, bilancini e pezzi di stagnola per le dosi, c’erano i documenti intestati alla Falcetta. “Sono stato io a ucciderlo. Non rispettava la mia compagna”, ha detto Butà al pm Christian Barilli quando si è presentato in caserma verso le dieci di domenica sera.

La confessione

“Ho preso il ferro, me lo sono infilato nei pantaloni, dietro, e sono andato all’appuntamento. Gli ho sparato quattro, cinque, sei colpi – erano undici ndr – e poi sono scappato, ho girato un po’, ho distrutto il telefono di Assane, così, per non far capire come era andata”. Sì perché la telefonata violenta l’avevano sentita anche i clienti del bar.

Lo stesso dove Assane si trovava spesso con Butà per parlare di “economia e politica”, racconta il killer, ma anche condividere pensieri di cultura, un paio di birre e due tirate di coca nei bagni. Si è presentato in caserma tranquillo, sereno. Come uno che non si rende conto che passerà la vita in carcere. Spaventosamente tranquillo: “Sono Fabrizio Butà, so che mi cercavate”, ha detto ai militari. “Eccomi. L’ho ucciso io, sì. Mi aveva provocato. E non mi pento”.

Francesca Grillo

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