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Blue Whale, 23enne rinviata a giudizio per il brutale gioco

La piccola vittima, adescata nel 2017, si doveva sottoporre a violenti atti di autolesionismo.

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Blue Whale, 23enne rinviata a giudizio per il brutale gioco.

Blue Whale, 23enne rinviata a giudizio per il brutale gioco

MILANO – Le prove di coraggio consistevano in tagli, anche profondi. Poi, la vittima doveva fotografare la ferita e mandarla al “curatore”, cioè chi inviava le richieste con indicazioni precise sulle lesioni da provocarsi.

Rinviata a giudizio una 23enne di Milano

Il brutale gioco, che ha coinvolto ragazzi in tutto il mondo, si chiamava Blue Whale e una delle tante protagonisti era una 23enne di Milano che aveva costretto tramite messaggi inviati sui social una ragazzina (ora 14enne) a seguire le “regole” del gioco. Ora la 23enne è stata rinviata a giudizio con l’accusa di atti persecutori e violenza privata aggravati: è il primo caso a Milano che va a processo.

L’intervento di una giornalista

La denuncia di quello che stava succedendo alla ragazzina era stata raccolta da una giornalista che si era finta una dei partecipanti al gioco. Aveva così intercettato la 14enne di Palermo che le aveva confessato di aver iniziato la sfida con le prove di coraggio. La giornalista ha così coinvolto le forze dell’ordine denunciando il fatto.

Atti di autolesionismo

La piccola vittima, adescata nel 2017, si doveva sottoporre a una cinquantina di prove, una più violenta dell’altra, atti di autolesionismo “con lo scopo di recare dolore, sino alla prova conclusiva che consisteva nel suicidio mediante salto nel vuoto dal tetto di un palazzo”, si legge nei capi di imputazione. “Inciditi sulla gamba la parola yes se sei pronta, altrimenti tagliati molte volte per autopunirti. Tagliati il piede e il palmo e invia le foto come prova”, scriveva la “curatrice”, minacciando di morte la ragazzina se non eseguiva gli ordine. Ora per la 23enne è arrivato il rinvio a giudizio: il suo legale aveva invece chiesto “il non luogo a procedere per la sua assistita perché negli atti non ci sono gli elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio”.

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