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Nuova vita per la villa dei narcos: da covo di mafia a progetto per disabili VIDEO e FOTO

C’era il sindaco Fabio Bottero, gli assessori, Libera, Avviso Pubblico, le autorità. Ma le parole più belle vengono dalla più giovane.

villa dei narcos

Nuova vita per la villa dei narcos: da covo di mafia a progetto per disabili.

Nuova vita per la villa dei narcos: da covo di mafia a progetto per disabili

TREZZANO SUL NAVIGLIO – Le parole migliori arrivano dalla più piccola. Lì, in mezzo a tanti “esperti”, a chi si occupa da anni di questi argomenti, ognuno con la propria competenza. C’era il sindaco Fabio Bottero, che conosce Trezzano, la storia del “suo” paese e il futuro che vorrebbe per la città. C’erano gli assessori, Cristina De Filippi, e Sandra Volpe, che in tema servizi sociali se ne intende e non poco, seguendo da anni criticità e realtà a rischio e cercando (spesso con fatica) di trovare soluzioni.

Ognuno ha portato il suo contributo

C’era Luigi Guarisco, referente di Libera. C’erano Gian Antonio Girelli e David Gentili, che tra le fila di Avviso Pubblico e delle commissioni antimafia sanno affrontare l’argomento criminalità organizzata come pochi. Perché di questo si parla: mafia, lotta alla mafia. Insomma, di esperti sabato mattina ce ne erano tanti. Ognuno ha portato il proprio contributo, fatto di esperienza sul campo e di senso del dovere (ma anche di passione). Ma le parole migliori sono arrivate dalla più piccola, che anche in mezzo a quegli esperti è diventata più grande di tutti.

Le parole più belle

“Ringraziamo due grandi uomini che hanno dato vita alla Legge 646 del 1982, la Rognoni-La Torre che ha introdotto la confisca e il sequestro dei beni ai mafiosi. Questa legge ha fatto capire l’importanza di colpire le associazioni mafiose nelle loro ricchezze e nel patrimonio: così si incide sul loro prestigio e potere ancora più della detenzione”.  Lo ha detto Eleonora Malerba, una bambina grande (e una grande bambina) sindaco del consiglio comunale dei ragazzi. Ha parlato di mafia e dell’importanza, appunto, di confiscare i beni dei criminali e restituirli alla città sotto forma di presidi per il sociale.

Il covo dei narcos, la tana di Salvatore Di Marco boss di Cosa Nostra legato a doppio filo agli affari criminali dei potenti Guzzardi di Trezzano, è diventato un luogo sicuro dove ospitare i disabili del progetto Durante noi. Un intervento “dove abbiamo messo cuore e testa, per aiutare i genitori a elaborare un percorso di progressivo ma necessario distacco dai figli con disabilità – ha spiegato l’assessore Sandra Volpe – e garantire strategie alla ricerca di abilità e autonomia per quando i genitori saranno anziani. Grazie ai servizi sociali e alle coop e all’associazione Grupifh”.

Le parole del sindaco Bottero

La villa in via Leonardo Da Vinci 243/b è stata restituita da Libera dopo averla resa un posto accogliente e di formazione soprattutto per i giovani. “La casa è tornata al Comune dopo il bel lavoro svolto da Libera – ha commentato il sindaco Fabio Bottero, ringraziando l’associazione dei carabinieri, la polizia locale, le forze dell’ordine e i carabinieri rappresentati dal capitano della Compagnia di Corsico Pasquale Puca e dal maresciallo di Trezzano Michele Cuccuro –. la decisione di Libera poteva essere un momento di criticità, ma lo abbiamo trasformato in opportunità. L’idea è di favorire la condivisione. Ci hanno proposto un progetto ambizioso che potrà accogliere le famiglie del distretto corsichese, quindi un valore aggiunto per tutti”.

Girelli e Guarisco

Di valore ha parlato anche Girelli: “Ricorrente ormai presenziare a Trezzano per inaugurare un bene confiscato e restituito alla comunità. Importante, anche, dedicare spazio, tempo e risorse a un tema così attuale e critico come la disabilità e l’anzianità. Bisogna affrontarlo con responsabilità, senza approcci caritatevoli ma di aiuto reciproco”.

Emozionato Guarisco: “Ho percepito in prima persona le fatiche e le gioie di questi anni. La dedica al sindaco pescatore Angelo Vassallo ucciso nel 2010 dalla camorra è un grande segnale. Lui sapeva interpretare la legalità come normalità e la responsabilità come bellezza, come è scritto nella targa in sua memoria. Ed è un dovere di tutti allinearsi”. Gentili ha sottolineato “l’importanza di una comunità che si ritrova e segue un percorso eccezionale in cui l’Amministrazione si fa garante: un bene che sopravvive e rinasce, una ricchezza che si moltiplica”.

La villa

I tre piani della villa hanno tutto: camere, spazi comuni, bagni, cucina. All’esterno, un giardino e un’ampia rampa. Di fianco, un ascensore contro le barriere architettoniche. Qui, in queste lussuose mura, si è fatta la storia sporca di Trezzano. Quella dove i boss di Cosa Nostra imbastivano gli affari, dalla Sicilia alle porte di Milano. History repeating. A meno di tre chilometri di distanza, in via Donizetti, a inizio novembre una cerimonia simile aveva tagliato il nastro di Casa Lea. La villa dei Ciulla si è trasformata in luogo dove accogliere mamme sole e con bambini.

Chi abitava queste ville

Ciulla, Di Marco, Guzzardi. Le pagine nere della storia trezzanese le hanno scritte loro. Nel sottotetto della villa di via Donizetti si nascondeva Salvatore Ciulla, ricercato, lo hanno trovato lì, che viveva la sua seconda vita da evaso all’ultimo piano. Il fratello Nino lo hanno ucciso nel 1987, tre ore dopo la lettura del verdetto del maxi processo contro Cosa Nostra. Gli hanno sparato mentre stava comprando i pasticcini per festeggiare la libertà.

Narcos esperti che nascondevano la cocaina sotto la chiglia delle navi in partenza dal Sud America, nei condotti di raffreddamento delle macchine, narcotrafficanti capaci di trattare con i feroci del cartello di Medellin e nascondere gli affari dietro i banchi (puliti) dei negozietti che facevano da copertura. I sequestrati li tenevano nascosti in bunker ricavati dai sotterranei delle ville dove si celebrava lo sfarzo.

Michele Guzzardi, socio dei Ciulla, lo hanno preso nel 1967 con ancora in tasca il bottino di 36 milioni di lire rapinato alla BNL. “Totuccio – così chiamavano Salvatore Di Marco – era schivo, riservato. Non era sfrontato, non gli piaceva “farsi vedere” come agli altri”, riportano alla memoria i carabinieri che gli anni Settanta li hanno vissuti dentro le macchine, a fare la posta ai mafiosi e a comunicare “ai piani alti” ogni passo che facevano, ogni bar che frequentavano, ogni mano che stringevano.

“Non erano anni facili qui – alzano le spalle gli ex militari –, ma noi c’eravamo. Ci siamo sempre stati, ci saremo sempre”. E a vedere quella casa, fortezza dei criminali, trasformata in posto sicuro per i deboli, è venuto un sorriso anche a loro. E il libro dei brutti ricordi, almeno per un istante, si chiude.

Francesca Grillo

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