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Un monumento ai carabinieri: cerimonia solenne e piena di emozioni a Trezzano FOTO

La piazza è stata intitolata a Salvatore Nuvoletta, giovane carabiniere ucciso dalla mafia: "so di dover morire, ma non ho paura"

monumento ai carabinieri

Un monumento ai carabinieri: cerimonia solenne e piena di emozioni a Trezzano.

Un monumento ai carabinieri: cerimonia solenne e piena di emozioni a Trezzano

TREZZANO SUL NAVIGLIO – La cerimonia è stata solenne, rigorosa, molto seria. L’austerità che si addice a momenti di cordoglio, di commemorazione, di riflessione. Una cerimonia di contrasti, di diversità che tuttavia avevano un equilibrio, un senso profondo. Le divise scure dei carabinieri e i cappotti colorati dei bambini. Il grigio del cielo, con le nuvole affollate e il filo di nebbia, spezzato dalle bandierine tricolore sventolate. I sorrisi dei bambini, che sventolavano quelle bandierine, e le lacrime di chi non ce l’ha fatta a trattenere l’emozione, il ricordo, il senso di riconoscenza verso quelle divise.

Salvatore Nuvoletta

Si dice che chi diventa carabiniere un po’ ci nasce, ma sicuramente ci muore con quello spirito del dovere, di sacrificio, di valore. Un po’ come Salvatore Nuvoletta, ammazzato dal clan Schiavone a Marano, Napoli, dove era nato. Nuvoletta la divisa l’ha indossata a 17 anni, come ha raccontato la bravissima sindaca dei ragazzi Eleonora Malerba, sempre attenta e portavoce degna di una generazione che cresce e affronta il mondo che gli adulti hanno preparato per loro, i bambini, i giovani. “Scusate se faccio un’eccezione e una variazione al programma, ma credo sia importante dare voce ai nostri ragazzi”, ha detto il sindaco Fabio Bottero alla cerimonia di inaugurazione di piazza Nuvoletta e del monumento dedicato a tutti i carabinieri, posizionato simbolicamente proprio di fronte alla caserma di Trezzano. Eleonora ha ripercorso in modo didattico la storia dell’Arma e di Nuvoletta, sottolineando il suo “impegno, il senso di fedeltà, l’audacia e il sacrificio, tutti termini che contraddistinguono i carabinieri che contribuiscono alla nostra protezione e alla punizione dei colpevoli”.

Le parole dei fratelli Fortunato ed Enrico

A parlare di Salvatore Nuvoletta ci hanno pensato i fratelli, Fortunato ed Enrico, che hanno ripercorso gli ultimi giorni di vita. Presenti alla cerimonia nonostante la recentissima scomparsa del loro papà Ferdinando. Ma non hanno voluto mancare alla cerimonia dedicata al fratello. “Salvatore non c’entrava nulla, è stato detto tanto di lui, hanno cercato di infangare il suo nome. Perché la mafia ti ammazza due, tre, quattro volte. Non solo con i proiettili”.

La storia di Salvatore Nuvoletta

Nuvoletta era entrato nell’Arma giovane, a 17 anni. A 20 lo hanno ammazzato, colpevole di nulla. Il clan Schiavone aveva decretato la sua condanna a morte quando, durante un conflitto a fuoco con i carabinieri, un componente della famiglia era rimasto ucciso. Poco importava se Nuvoletta quel giorno era di riposo: a essere ammazzato doveva essere lui. E doveva morire a casa sua, a Marano, perché la madre della vittima nel conflitto a fuoco aveva detto “Voglio che sua madre si affacci alla finestra e possa vedere dove suo figlio è stato ammazzato”. Il clan ottiene il permesso persino da Totò Riina e l’esecuzione viene decisa: il 2 luglio del 1982 Salvatore sta giocando con un bambino sotto casa, si accorge che qualcosa non va, spinge via il bambino e si prende tutti i proiettili. Per oltre 15 anni la famiglia (fatta di poliziotti e carabinieri) non ha mai avuto verità. Poi un pentito ricostruisce la vicenda.

“So di dover morire, ma non ho paura”

Ora i Nuvoletta sono impegnati in progetti sociali, nella riconversione di beni confiscati in fattorie sociali. “Le mafie si combattono anche con i simboli – ha detto Fortunato –. Le mafie non vogliono che facciamo il nostro dovere. Le mafie cercano di corrompere, come avevano fatto con Salvatore, ma bisogna avere la forza di tenere la schiena dritta. Salvatore  prima di essere ammazzato aveva detto: so di dover morire, me l’hanno detto, ma non ho paura. Io sono un carabiniere. Sarebbe stato contento di questo monumento”.

Un simbolo che ci fa ricordare dove è giusto stare

Il sindaco ha parlato di “pietre che ci parlano. Questo non è un santuario, ma un simbolo che testimonia la nostra storia e soprattutto la direzione da seguire. C’è tanto da fare, non dobbiamo vergognarci a dire che c’è ancora la mafia sui nostri territori ma, anzi, rendersi consapevoli significa affrontarla con determinazione. Noi sappiamo bene da che parte stare e questo monumento, dove ci passeranno davanti generazioni, deve essere il simbolo che ci fa ricordare dove è giusto stare, la rotta da seguire e da non perdere mai”.

Presente anche il sindaco Sala

Alla cerimonia di inaugurazione c’era anche il sindaco di Milano Beppe Sala che ha voluto sottolineare il ricordo di Nuvoletta, “esempio dei carabinieri che dedicano la propria vita a combattere la criminalità e la mafia, ancora presente in questi territori. Dobbiamo essere vicini ai carabinieri, soprattutto in questi momenti che viviamo che non sono semplici, anche se non lo sono mai. Ognuno deve fare la sua scelta di campo e stare di fianco alle istituzioni, ai militari che silenziosamente ci proteggono. Bisogna riflettere su quanto può essere potente e forte la nostra testimonianza di essere vicini a chi fa del bene”.

Molti amministratori presenti

Ha parlato anche il tenente colonnello Paolo Abrate, comandante del gruppo carabinieri di Milano: “Questo monumento è per noi tutti un monito a mettere il massimo impegno in ciò che facciamo. Ogni mattina ci svegliamo con l’obiettivo di curare le comunità che ci vengono affidate. Dobbiamo fare sinergia e creare un sistema efficace, anche le amministrazioni devono fare la propria parte”. Amministrazioni che erano presenti tra il pubblico: il sindaco di Buccinasco Rino Pruiti, quello di Cesano Boscone Simone Negri, di Corsico Filippo Errante e altri amministratori dei comuni vicini che ci hanno tenuto a esserci. Persino i primi cittadini (e il capo dei vigili del fuoco) delle città gemellate con Trezzano non hanno voluto far mancare la propria presenza.

L’associazione carabinieri

Sul palco sono passate tante personalità, come Nazareno Giovannelli, presidente dell’associazione carabinieri, comandante di brigata che ha fatto i complimenti alla piccola sindaca e sottolineato che in Lombardia ci sono 40mila militari in congedo che “non hanno mai smesso di seguire i valori dell’Arma”. Lo sanno bene i carabinieri dell’associazione di Trezzano, guidati da Vincenzo De Solda. Il monumento e la dedica della piazza sono partiti proprio da loro, trovando favorevole appoggio da sponsor e Comune: “Non è stato semplice, ma il risultato è la testimonianza di una sinergia importante che onora tutti i militari. Un monumento che è il simbolo dell’Arma, con la granata sormontata da fiamme con 13 punte piegate dal vento, marchio dei carabinieri che richiama i valori di lealtà, fedeltà e altissimo onore”. Parole importanti, che hanno qualcosa di più che sacrale, sottolineato dalla solennità della fanfara che ha intonato le note del Silenzio e poi quelle dell’Inno di Mameli.

La stessa luce negli occhi

Tutti in piedi, mano sul cuore, saluto militare per le divise. Ed ecco l’ennesimo “contrasto in equilibrio” della celebrazione: da una parte, i militari che hanno dedicato la propria vita all’Arma, nostalgici, fieri. Con qualche ruga in più rispetto ai tempi in cui hanno iniziato a indossare l’uniforme, coi capelli grigi, ma con la stessa luce negli occhi. Dall’altra parte i giovani, i ragazzi, guidati dal capitano della Compagnia di Corsico Pasquale Puca e dal maresciallo di Trezzano Michele Cuccuru. Militari (e anche alcune donne) che indossano la divisa con lo stesso orgoglio, in un passaggio di testimone tra chi ha fatto il proprio dovere, con sacrificio, e chi ha davanti anni di lavoro dedicato agli altri, al rischio, ma alla voglia di fare del bene e di protezione del prossimo. Da una parte i carabinieri che quell’uniforme non l’hanno mai dimenticata, i cui valori li conservano dentro, i cui occhi brillano quando la bandiera italiana sale in alto. Dall’altra i giovani che hanno iniziato da poco a vestirla, quella divisa, ma che la portano già con grande dignità. Due emisferi del medesimo mondo che si incontrano per quella stessa, identica, luce negli occhi.

Francesca Grillo

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