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Dal nostro inviato al Milano Latin Festival – seconda puntata

Un festival pieno di sorprese. La cultura peruviana e afrocubana nell'incontro con Hector Villanueva e Albertico Calderon.

Milano Latin Festival

Dal nostro inviato al Milano Latin Festival – seconda puntata

Dal nostro inviato al Milano Latin Festival – seconda puntata

Ciao Massimiliano, ciao Serena… come va? Il passaggio all’ufficio stampa del Festival è d’obbligo ma anche piacevole visto un pezzo di storia in comune che ci accomuna. “Siamo a un 30% di presenze in più rispetto allo scorso anno”.

L’incontro con il Perù

Più che i numeri sono le persone e le loro storie a rendono tutto interessante.  Osservare la realtà del festival oltre ogni colore è quasi impossibile. Il colore diventa “calore” quando ci fermiamo allo spazio Perù dove alcuni bambini con i costumi tradizionali ballano e vengono raccontati: “Questi bambini, nati in Italiani e quindi, Italiani a tutti gli effetti, vivono con i loro genitori con il desiderio di non dimenticare le radici del proprio paese”. Chi racconta è Hector Villanueva coordinatore eventi del padiglione delle nazioni.  “Siamo un popolo orgoglioso e sempre fiero di mostrare le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra religiosità e mai potrei dimenticare di ringraziare Dio (uno sguardo al cielo) di essere nato in Perù”.

Albertico Calderon

Memoria, tradizione, cultura e desiderio sono le parole che ritroviamo decise nell’incontro con Albertico Calderon (maestro di ballo, insegna con grande passione stile, tecnica e discipline della salsa cubana, son, chachacha, mambo, rumba, e non per ultimo le danze originarie afro- popolari cubane). Tra i principali protagonisti da oltre un ventennio tutto italiano della danza Latina, quella degli Afro – Cubani che, in schiavitù, solo nei gesti avevano la libertà di comunicare con i loro santi il drammatico disaggio imposto alla loro umana condizione.

Ne parliamo con lui con libertà, come vecchi amici (è così) che si ritrovano a raccontarsi.  Albertico, la storia del ballo latino in Italia parla di “Calderon, Sosa e Valdes”. Ordine puramente alfabetico, oppure di qualità professionale? Chi toglieresti o chi aggiungeresti a questo elenco e in quale ordine secondo te? Albertico non esita: “ce ne sono tanti altri e tutti importanti.  Tutti insieme abbiamo – ognuno nel suo piccolo – contribuito a far risaltare non solo la cultura cubana ma la cultura latina tutta, è così; un solo palo (albero) non fa monte”.

La cultura come radice e tradizione

Si capisce che la sua è una risposta sincera, non diplomatica”. Si diceva prima che il ballo è comunicazione, quindi, cosa interessa a te comunicare? “La cultura come radice e tradizione”.  Cos’è la radice? “Sono i nostri padri che hanno seminato per noi, una semina diventata frutto, un raccolto pieno di benefici. Quella radice deve continuare a esistere. Solo così ci sarà nuovo e autentico raccolto.” La conversazione continua, si parla di ieri, di oggi, del nuovo mondo del ballo latino con i suoi club commerciali, le sue scuole in ogni forma, molte delle quali, a mio pensiero,  hanno perso lungo il percorso la radice storica, ovvero, quel sentimento ideale per cui vale la pena di “comunicare ballando”.

L’associazione Alblaz

C’è una cosa in particolare che sta a cuore e nell’anima di Albertico? Ci racconta di ALBLAZ, l’associazione nata da una sua idea, che ha il compito di promuovere lo sviluppo della cultura, della musica, delle arti e della danza afrocubana con progetti che si prefiggono di dare aiuto immediato al quartiere di Juanelo (Città dell’Avana) sia per la posta médica (ambulatorio medico di quartiere) che per un centro ricreativo per i bambini. Anche per questo Albertigo Calderon insegna, balla e racconta. Anche per questo mi sento a lui vicino, anche per questo vale la pena, per chi ama “le belle storie”, non perderlo di vista.  Per saperne di più “vieni e vedi” in www.alblaz.org.  Ancora una volta il Festival è pieno di sorprese.

Renato Caporale

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