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Salvare vite umane | Alessandro Jacchetti sulle navi di Medici Senza Frontiere

Alessandro Jacchetti, 31 anni, tra il Policlinico di Milano e sulle navi di salvataggio di Medici Senza Frontiere.

Salvare vite umane | Alessandro Jacchetti sulle navi di Medici Senza Frontiere

Salvare vite umane | Alessandro Jacchetti sulle navi di Medici Senza Frontiere

BUCCINASCO – Tutte le navi che si imbattono in un naufragio hanno l’obbligo di soccorrere chi si trova in mare. L’obbligo. Tutte. Tranne quelle militari, che possono decidere di intervenire o, se sono in missione, limitarsi a segnalare il pericolo. Questo succede per un principio semplice: le vite umane sono più importanti di tutto il resto.

La “doppia vita” di Alessandro

Alessandro Jacchetti, di Buccinasco, ha 31 anni e il sogno di aiutare chi è in difficoltà. Ci sta riuscendo, con passione e determinazione. Da una parte, qui, come medico al Policlinico. Dall’altra, sulle navi di salvataggio di Medici Senza Frontiere. Alessandro ha visto con i suoi occhi cosa significa stare in mezzo al mare, avere davanti 600 persone che gridano aiuto, che aprono le mani e tendono in avanti le braccia, per dire: salvami. “Siete tutti salvi, siete tutti salvi”. I gommoni di Msf si avvicinano ai barconi e la prima cosa che urlano ai migranti è: “Siete salvi”. Lo urlano in tutte le lingue possibili, perché non sanno ancora chi c’è a bordo, da dove arriva, che storia ha alle spalle.

La storia, viene fuori dopo.

A bordo della nave di salvataggio, quando i migranti sono avvolti dalle coperte dopo 30 ore di viaggio in mare, quando mangiano quella barretta iperproteica da 1500 calorie, quando bevono acqua pulita, quando vengono fatti sedere sul lettino del medico per essere curati. Le ustioni, sono frequentissime. Dal sole, ma soprattutto da una mistura di acqua e gasolio che si crea sul fondo del gommone. Per proteggersi dal sole, dal mare, dal vento, i passeggeri disperati si rannicchiano, si stringono le ginocchia tra le braccia, si fanno piccoli piccoli, tutti vicini, a mollo in quella mistura schifosa che ora dopo ora brucia le gambe, i genitali. Li trovano così, in mezzo al mare.

Pensano di morire.

Molti muoiono, e gli scafisti li ributtano in mare prima di arrivare. Altri appena vedono le barche dei Medici Senza Frontiere che li raggiungono lì, in mezzo al nulla, si lanciano in acqua. Perché pensano siano i libici che sono venuti a sparargli. Perché questo succede. “Allora gli urliamo subito: siamo qui per salvarvi. Aspettate”. Aspettare significa non lanciarsi in mare, perché tanti muoiono così, per paura. Paura di essere uccisi e allora si buttano incontro alla morte. Il gesto disperato di chi non riesce a ragionare, non vede più nulla. Come le persone che si buttavano dal quarantesimo piano delle Torri Gemelle in fiamme, che sapevano di morire lanciandosi nel vuoto, ma che la morte, quella morte, era l’opzione meno dolorosa, se ne esiste una. Si buttano in acqua, sapendo che affogheranno, perché non sanno nuotare. Prendono quel barcone che li porta in Italia, ma anche in Grecia, in Spagna.

Lo prendono perché non c’è alternativa alla vita.

Sanno che rischiano, pagano per farlo. Perché quel viaggio rischioso è l’unica opzione. È il salto dalle Torri Gemelle. Gli scafisti vanno nei villaggi più poveri, dove non c’è cultura, dove non c’è informazione. “Datemi i soldi, vi prometto una bella vita”. La bella vita che promettono è una vita dove non c’è guerra, non c’è dittatura, non c’è violenza, non ci sono i militari del regime che ti stuprano, non ci sono braccia mozzate e sangue. Dove non ci sono le epidemie che uccidono i bambini. La bella vita è semplicemente vita. Li caricano sui gommoni, li ammassano, dopo avergli sfilato tutti i soldi che ha la famiglia. Li portano in mezzo al mare, gli dicono che il viaggio dura un’ora e dopo avranno tutto. uno dei passeggeri viene scelto per tenere la barra del motore. Se si oppone, viene picchiato.

Chiunque si oppone, viene picchiato.

Poi gli scafisti si mettono d’accordo e dopo poche centinaia di metri portano via il motore del gommone, perché costa, e li lasciano lì in mezzo al nulla, trasportati dalle correnti. Quando va bene, nel male, capita che il radar della guardia costiera individui il barcone e ordini, per legge (si chiama Convenzione di Amburgo, siglata per proteggere i naufraghi), a chiunque si trovi vicino di prestare soccorso, “perché sono vite, sono umani”, sottolinea Alessandro, che si trova a dover specificare l’ovvio. Se si tratta di una nave mercantile, quella che deve intervenire, il Governo rimborsa i giorni “persi” per soccorrere i naufraghi.

Le Ong non hanno alcun rimborso.

“Ci mettiamo vicini ai punti dove più frequentemente gli scafisti abbandonano i gommoni – racconta –, non è che andiamo a prenderli a casa loro, come qualcuno dice, semplicemente ci posizioniamo dove sappiamo che ci sarà bisogno di una nave di salvataggio. È come se un’ambulanza, durante un evento magari, si mettesse nel punto dove ci sono più incidenti: per essere pronti a soccorrere i feriti”. Appena ricevono la segnalazione, i Medici  Senza Frontiere si preparano, come in una maxi esercitazione. Si impara anche a nascondersi nella zona motori, dove c’è la porta blindata. Perché capita che i trafficanti si mettano a sparare contro i volontari.

Ognuno ha il suo compito, ciascuno il suo ruolo: bisogna agire in fretta, coordinati, “perché non sai cosa c’è su quella nave”. Perché su quella nave c’è di tutto. Uomini marchiati a fuoco dai proprietari, pratiche medievali che in alcune parti della Terra sono frequenti, considerate normali, morali. Uomini con segni di folgorazione, per i fili elettrici attaccati ai genitali. Donne violentate, con le cosce ricoperte di sangue. Bambine stuprate che stringono le manine in mezzo alle gambe. Cadaveri, che i Medici tirano su uno a uno, come se fossero vivi, perché poi cercano di rintracciare la famiglia, perché anche loro hanno dignità, perché “nessuno merita di morire così”.

Li fanno salire sulle navi che sono in realtà grossi container divisi a comparti. Il triage è velocissimo, non c’è tempo per visitare 600 persone. Cammina? Si regge in piedi? Corsia di destra. Barcolla? A sinistra, verso la saletta di primo soccorso. Donna incinta: nella stanzetta dell’ostetrica. In fila, ai migranti salvati viene data in mano una tuta e un sacchetto con dell’acqua pulita e la barretta energetica. C’è solo quello da poter mangiare, per tutto il giorno. Poi, aspettano. I medici iniziano a visitare i casi più gravi, poi tutti gli altri. Sbarcano, quando possono, dove possono, “dove gli viene consentito di poter tornare alla vita”.

“Come possiamo noi accettare la morte di una persona?”

“Il motore della migrazione è la diseguaglianza, che è potente. La gente trova sempre un modo per scappare, ce lo insegna la storia, la sociologia, l’antropologia. È solo una questione di prezzo”, racconta Alessandro che non ha soluzioni per il fenomeno, perché l’unica sarebbe quella di abbattere le diseguaglianze. “Ma far morire in mare queste persone non è di certo la soluzione. Non è il prezzo che possiamo pagare. Come possiamo noi accettare la morte di una persona?”.

Numeri terribili

I morti stimati dall’inizio dell’anno sono oltre 1400. Da quando è cominciata immigrazione, sono oltre 30mila. Da gennaio, sono 52mila gli arrivi via mare in tutta Europa. In Spagna ne sono sbarcati 22mila, in Italia 17mila, in Grecia 15mila. Numeri in calo: nel 2015 gli arrivi in Europa superavano un milione di persone e i morti erano migliaia. I migranti sono per lo più siriani, poi iracheni e tunisini. Oltre il 40% sono donne e bambini.

Le Ong salvano quasi la metà dei profughi, il resto è opera della Guardia costiera. “Le Ong nascono in risposta ai numeri tragici dei morti in mare – aggiunge Alessandro –: da quando operiamo, le vittime sono diminuite drasticamente, che è il nostro obiettivo. Nessuno deve morire in mare. Chi vive il mare lo sa, per quello spesso c’è tanta solidarietà da chi lavora sulle navi e dalla gente di mare. C’è una sorta di codice dei marinai che va oltre ogni strumentalizzazione e pensiero politico. Nessuno deve morire in mare”.

“Molti non lo sanno, non hanno neanche mai visto una mappa”

“Appena salgono a bordo sorridono, piangono. Sanno che sono al sicuro. Li tiriamo su uno per uno, a braccio. Prima bambini, donne, malati, feriti. Tutti. Salgono sulla nave con il giubbetto di salvataggio arancione che gli portiamo direttamente sul gommone”. I mediatori culturali (alcuni sono ex profughi, ex vittime di tratta che ce l’hanno fatta a salvarsi) iniziano a rassicurarli, a chiederli da dove arrivano, come hanno fatto a partire. Molti non lo sanno, non hanno percezione della strada fatta. Non hanno neanche mai visto una mappa.

I volontari aprono davanti ai loro occhi una cartina. “Qui è da dove sei partito, qui è dove sei arrivato”, gli dicono. Scoppiano a piangere, riescono solo ora a focalizzare, a capire il viaggio che hanno compiuto. “Non hanno nulla addosso, a volte troviamo un accendino, dei fiammiferi. Qualcuno nel paese d’origine è riuscito a comprare un vecchio telefono, vendendo magari una mucca o una stalla. È l’unico mezzo che hanno per comunicare con la famiglia, quando gli scafisti non glieli sequestrano. I siriani portano una valigetta: dentro hanno solo le foto dei figli”.

Bisogna seguire il giro dei soldi

La migrazione non si può fermare, finchè ci sarà un motivo per scappare. È sopravvivenza, è necessità di vivere. È urgenza. “Proclami sulla sicurezza non servono a risolvere il problema. Rimangono parole, non soluzioni. Noi abbiamo il dovere di salvarli. Tutti. Se fosse vostro figlio, in mezzo al mare, non vorreste che venisse salvato con tutti i mezzi possibili?”. Per fermare la tratta, gli sbarchi, bisognerebbe andare a mettere le mani nelle radici sporche del problema, nei nodi di corruzione e di chi ci guadagna davvero nel vedere morire gente in mare.

Dagli scafisti che ricevono ordini dai trafficanti e che si fanno pagare, spesso tramite carte prepagate, con soldi sporchi di sangue che finiscono anche in conti bancari. “Per trovare il colpevole, bisogna seguire il giro dei soldi. Le famiglie si indebitano perché intravedono in quel viaggio la speranza di vita, di cambiamento. Per farlo, sono disposti a pagare con tutto quello che possiedono. Anche con la vita stessa”.

Francesca Grillo

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